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lunedì, 17 agosto 2009

Mitologia della Costa Smeralda

L’esperienza diretta, si sa, vale più di 1000 racconti. Spesso, poi, ciò che viene vissuto da una o più persone subisce un trattamento da “gioco del telefono”. Ricordate quel passatempo da gruppi scout o gite organizzate, nel quale una frase veniva sussurrata all’orecchio del proprio vicino ed immancabilmente, alla fine del cerchio, l’ultima persona riportava qualcosa di completamente diverso dal pensiero originale?

Ecco, il gioco del telefono funziona benissimo anche nella formazione dei miti e delle leggende più o meno metropolitane.  Anzi, pare si adatti alla grande perfino alle leggende vacanziere.

Una vulgata molto comune, ad esempio, racconta di una Costa Smeralda “riservata” ai vip, veline e calciatori, attori e soubrette, imprenditori e boiardi di Stato. Una zona off-limits per noi “comuni mortali”.

Spiagge totalmente private,  ambiente esclusivo, paparazzi ovunque, gestori di hotel, locali, ristoranti tutti rigorosamente non sardi e decisamente snob nei confronti del visitatore non famoso, prezzi esorbitanti ovunque, dal bar al ristorante al market. Chi non ha mai udito queste considerazioni alzi la mano.

La realtà, come al solito, è molto differente e variegata.

Sono stato da quelle parti tra il 3 ed il 6 Agosto (non era la prima volta), ed ho potuto valutare di persona che la situazione, per il turista medio, per colui che non dispone di budget faraonici e di copertine su Novella 3000, non è poi così drammatica.

Ci sono alberghi a 5 stelle lusso, con suites megagalattiche da decine di migliaia di euro a notte. Vero.

Però ci sono anche bed&breakfast, agriturismi e affittacamere più che dignitosi da 40 euro al giorno per persona, ad Agosto. E residences ed alberghi 3 o 4 stelle accessibili per le tasche dell’italiano (e dell’europeo) medio.

Esistono calette private (come dappertutto), ma quasi tutto il litorale è fruibile, perfino gratuitamente. Ovvero, la famigliola che arriva in spiaggia col proprio ombrellone può sistemarsi, se trova posto, in qualunque punto della battigia.

Molti locali sono gestiti da coloro che noi sardi chiamiamo i “continentali”. Ma nessun abitante della Sardegna ritiene di essere razzista se sottolinea questo fatto con malcelata invidia e con enorme fastidio. I razzisti, si sa, sono solo gli abitanti del Nord Italia, quelli che poi si innamorano a tal punto dell’Isola più centrale del Mediterraneo da comprarci casa, aprirci ristoranti o alberghi, trasferirsi per gli anni della pensione.

La scortesia e lo snobismo sono davvero leggende. E comunque, non si discostano dalla maleducazione di molti esercenti e commercianti locali. Che rimangono in ogni caso la maggioranza assoluta anche nell’area nord-orientale dell’Isola.

E i prezzi dei beni di consumo quotidiano? Assolutamente in linea con il resto della Sardegna. Certo, se si sceglie di acquistare pane, latte o pasta nei minimarket dei villaggi turistici o delle esclusive piazzette di Porto Cervo, Poltu Quatu o Liscia di Vacca, si può andare incontro a sgradite sorprese. Ma siccome nessuno obbliga il turista o il residente a fare compere proprio in quei negozi, resta un’ampia scelta di piccole e medie strutture di vendita, affiliate o meno alle più note catene di supermercati, con prezzi identici alle altre aree dell’Isola.

Insomma, per farla breve, la risposta alla domanda “la Costa Smeralda è ancora una meta appetibile del turismo di massa?”, è un netto e deciso “SI”.

Chi sostiene il contrario, mente sapendo di mentire. E lo fa, di solito, per una duplice serie di motivi.

 Innanzitutto, per partigianeria politica. La zona più ricca e stabilmente benestante della Regione sarda, infatti, provoca invidie spontanee e abbondanti, immediatamente fatte proprie da coloro che, per forma mentis e ideologia, non amano (per usare un eufemismo) la ricchezza.

Nello specifico, la Sardegna ha avuto una intera Giunta regionale che per 5 anni ha denigrato, con costanza degna di ben altri obiettivi, il “sistema Costa Smeralda”. Là, dicevano, ci sono i continentali ricchi, che vivono in luoghi “finti”, senza rispettare la Sardegna e i suoi abitanti. Lo sviluppo turistico, di conseguenza, doveva andare in direzione opposta. Tutto era studiato e propagandato in contrapposizione alla zona Nord-orientale della Gallura.

La seconda motivazione della viscerale contrarietà a tutto ciò che riguarda questa piccola, ma fondamentale area economica isolana, riguarda invece un mal riposto spirito di rivalsa nei confronti dei già citati “continentali”. Questo sentimento, nutrito di luoghi comuni razzisti, si fonda soprattutto sul complesso di inferiorità, mascherato dalla “balentia”, particolarmente radicato nelle aree dell’interno, dal Nuorese all’Ogliastra, dalla Barbagia al Logudoro, dalla Marmilla al Guspinese.

Una sorta di mitologica rivalsa sarda nei confronti degli invasori – tipicamente lombardi o comunque nordici – che nulla ha a che fare con la storia della terra dei nuraghi, dominata da tutt’altre popolazioni ed abituata a piangere miseria e a chiedere aiuti e prebende al dominatore di turno.

Una piccola “enclave” ricca, prospera, bella, curata, nella quale convivono lingue, dialetti e storie differenti, dà fastidio perché rappresenta la riuscita di un modello di sviluppo lontano dalle “pianificazioni” della politica, di destra e di sinistra. Rappresenta, in fondo, la prova che lasciare fare agli imprenditori, senza troppi  vincoli e senza programmi imposti dall’alto, funziona. E bene.

Talmente bene che, nonostante le calunnie, capaci di ridurre comunque l’appeal di quel sistema turistico, la Costa rimane la prima porta della Sardegna. Quasi tutti coloro che arrivano nell’Isola per la prima volta, sbarcano all’Aeroporto o al Porto di Olbia (con la lodevole eccezione di Alghero, altra prova evidente di successo del mercato, con le compagnie aeree low-cost assolute protagoniste).

Tantissimi di costoro si innamorano della Sardegna anche grazie a questo primo impatto e poi desiderano approfondirne la conoscenza, visitando il resto del territorio, bello e attraente in misura non certo inferiore, ma senza dubbio meno noto e meno propenso all’accoglienza.

Ecco perché una politica turistica intelligente dovrebbe preservare il suo punto forte – la Costa Smeralda – nella consapevolezza che da lì, in larga misura, arriveranno milioni di turisti anche per le altre zone dell’Isola.

La conclusione, quindi, non può che essere un appello, ai politici e ai residenti sardi, innanzitutto, affinchè abbandonino i luoghi comuni che li affliggono, riprendendo a promuovere con forza e convinzione il gioiello del proprio turismo. E ai turisti, italiani e stranieri, affinchè scelgano ancora la Sardegna come meta delle proprie vacanze, estive e non. Ovunque sceglierete di arrivare e soggiornare, perfino nella vituperata Costa Smeralda, troverete quello che cercate a costi accessibili: un mare inimitabile, una cucina squisita e varia, un’accoglienza professionale ed un’ampia scelta anche in termini di pernottamento.

Per voi, sarà un piacere conoscere o scoprire meglio una terra ricca di fascino.

Per noi, sarà la conferma che senza turismo non avremo alcun futuro.

postato da: Liberalista alle ore agosto 17, 2009 16:06 | link | commenti (2)
categorie: turismo, sardegna, capitalismo, luogocomunismo
giovedì, 16 luglio 2009

Il ruolo sociale della pubblicità

Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".

Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.

Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.

L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.

Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".

La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.

Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.

Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.

Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.

Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare"  conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.

Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.

Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.

Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.

postato da: Liberalista alle ore luglio 16, 2009 19:14 | link | commenti (2)
categorie: economia, informazione, berlusconi, pubblicità, mercato, ignoranza, capitalismo, luogocomunismo
giovedì, 16 aprile 2009

Stipendi reali e miti da sfatare

Tra i miti italici più resistenti nel tempo, ecco ricomparire a cadenze più o meno regolari il mantra sulla perdita del potere d'acquisto dei salari.

Si tratta di una credenza talmente radicata, pari soltanto a quella del raddoppio dei prezzi con l'avvento dell'euro, che il solo tentativo di aprire una discussione sul tema risulta indigesto all'opinione pubblica ed al "cittadino medio".

A cavalcarla, per motivi politici, elettorali o di tifoseria, sono i partiti ed i sindacati, coadiuvati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, i quali, per pigrizia o ideologia, non si sono (quasi) mai presi la briga di controllare i numeri.

E le cifre, si sa, nella loro cruda ruvidezza, rappresentano meglio di qualunque parola la realtà. Non si prestano a infingimenti, nè a bluff di ogni genere.

Eccoli, quindi, un pò di numeri.

A fornirceli, ancora una volta, è il centro studi della CGIA di Mestre, tra i più autorevoli e liberi da condizionamenti operanti in Italia.

Riporto per intero la nota di agenzia che riassume i dati: (fonte AGI)

SALARI: CGIA, IN 10 ANNI NON HANNO PERSO POTERE D'ACQUISTO
(AGI) - Roma, 15 apr. - Nel decennio 1997-2008, i redditi da lavoro dipendente non hanno perso potere d'acquisto. Lo rileva uno studio della Cgia di Mestre che considera "sia gli aumenti contrattuali stipulati in quell'arco temporale sia le novita' fiscali. In presenza di famigliari a carico si e' avuto addirittura un aumento del reddito disponibile". Ad esempio per un reddito di 15.000 euro lordi percepiti nel 1997, diventano 19.791 euro nel 2008 per effetto degli aumenti contrattuali. A seconda del carico familiare gli aumenti netti, tolta l'inflazione e tenendo conto delle novita' fiscali introdotte, si traducono in 484 euro in piu' se single, 415 euro in piu' con solo il coniuge a carico, 810 euro con un figlio a carico, 1.150 con 2 figli a carico. Solo tra i 70.000 e i 100.000 euro lordi del 1997, si registrano, 10 anni dopo, riduzioni dei reddito che vanno dai 45 ai 330 euro. Infine, la Cgia di Mestre ha voluto verificare se l'incidenza dei redditi da lavoro sulla ricchezza nazionale sia, negli ultimi decenni, diminuita a vantaggio dei profitti. "Anche in questo caso - conclude Giuseppe Bortolussi - non e' andata proprio cosi'. Se e' vero che a partire dagli anni '80 c'e' stata una caduta del reddito da lavoro dipendente sul reddito nazionale passato dal 56,2% al 49% del 2007, la ragione non va ricercata in un corrispondente aumento dei redditi da capitale, sceso leggermente anch'esso, bensi' dall'impennata delle imposte indirette al netto dei contributi la cui incidenza e' passata dal 6,4% del 1980 al 16,5% del 2007". (AGI) Red/Ant

Chiunque, se non offuscato dalle copiose leggende metropolitane sull'argomento, può capire che i redditi da lavoro dipendente (a cui si riferisce lo studio) sono aumentati, sia nel valore nominale che in quello reale. Ed a crescere di più sono state le buste paga dei lavoratori a reddito basso e medio.

E gli autonomi? Il loro reddito non è andato di pari passo con questi aumenti. E la colpa, manco a dirlo, è dell'imposizione fiscale.

Insomma, l'esatto opposto di quanto sindacati e politici, per motivi facilmente immaginabili, ci (vi) hanno fatto credere per almeno un decennio.

postato da: Liberalista alle ore aprile 16, 2009 20:01 | link | commenti
categorie: economia, ignoranza, tassazione, luogocomunismo
lunedì, 29 dicembre 2008

Quest'uomo è un Grande!

Quest’uomo è fenomenale. Pur non condividendo le parole secondo le quali la precarietà de lavoro toglierebbe dignità alla persona (i rappresentanti, gli imprenditori, i commercianti sono precari per definizione, eppure spesso hanno una grande dignità), c’è da ammettere che Renato Brunetta ha le palle. Almeno a parole, ma dimostra di avere le idee chiare. Ecco cosa ha detto al Papa che aveva auspicato un intervento statale a sostegno dei cosiddetti precari.

 

"Benedetto XVI ha fatto bene a denunciare che il precariato toglie dignità al lavoro. Io purtroppo posso testimoniarlo in prima persona. Adesso, però, mi aspetto che il Santo Padre dia personalmente il buon esempio assumendo tutti quelli che lavorano in nero per il Vaticano".

Brunetta torna poi a parlare del fondo di solidarietà aperto dall'arcivescovo di Milano:

"Ognuno, secondo me, dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere e la Chiesa il suo lo fa molto bene, ma qualche volta sembra voler investire un po' troppo su operazioni di mera immagine".

"Io non sono credente - chiarisce - Ho però un grandissimo rispetto per la funzione che la Chiesa svolge a vantaggio dei giovani, degli anziani, dei diversamente abili. E apprezzo anche molto questa iniziativa di istituire un fondo di solidarietà. Mi limito a rilevare che qualcosa in più si poteva fare, dato che quei soldi la Chiesa li riceve comunque dallo Stato".

"Non è possibile - conclude il ministro - che lo Stato possa essere il bersaglio di qualunque critica, come se fosse il ricettacolo di tutti i mali, e nessuno possa mai dire alcunché della Chiesa. Adottiamo un criterio di reciprocità, che è poi quello evangelico della pagliuzza e della trave. O no?"

Che altro aggiungere?

postato da: Liberalista alle ore dicembre 29, 2008 22:45 | link | commenti (3)
categorie: luogocomunismo
sabato, 13 dicembre 2008

La retorica della crisi

Nel biennio 2002-2003 le famiglie non arrivavano a fine mese. Nel 2004-2005 non si giungeva alla terza settimana. Oggi, certamente per la crisi economica mondiale, gli stipendi non bastano nemmeno fino a metà mese.

Nel 2002-2003 i prezzi erano raddoppiati rispetto a quando c’era la Lira. Nel 2004-2005 erano ancora raddoppiati, rispetto a due anni prima. Nel 2008, ancora aumenti, e forse raddoppi dei commercianti.

E poi, i consumi: in calo continuo. Anzi, in crollo definitivo.

Sono soltanto alcuni degli esempi di quella che mi sento di definire la “retorica della crisi”, la tentazione di esagerare i fenomeni, slegandoli dalla dimensione numerica effettiva, per gonfiarli fino a farne diventare prima un luogo comune e poi un dogma intoccabile.

Chiedete a dieci persone a caso cosa ne pensano della dinamica dei prezzi al consumo o dell’attuale situazione economica italiana. Almeno nove di loro utilizzeranno le frasi con cui ho aperto questo post. Provare per credere.

Se dovessimo dar retta ai piagnistei, tanto cari a Raitre (ad esempio), oltre alla tentazione del suicidio per porre fine a cotanta sofferenza, dovremmo pensare di vivere in un Paese in cui si guadagnano mediamente 200 euro al mese, ed in cui solo per acquistare gli alimentari se ne spendono circa 2000. Un posto in cui tutti i negozi e le attività commerciali restano vuoti per tutto l’anno, perfino per Natale. Un luogo nel quale nessuno riesce a lavorare e tutti sono disoccupati o precari.

Il quadretto, disegnato da mani sapienti soprattutto quando al Governo non c’è il centrosinistra (ma che in Sardegna ora tende a dipingere il centrodestra, all’opposizione rispetto al governatore del PD Renato Soru), sta assumendo contorni di puro terrore in questi ultimi mesi, con l’arrivo dell’ondata di crisi economica.

La realtà dei fatti è molto differente. Senza voler sminuire la portata di una recessione che c’è ed è innegabile, si deve però cercare di evitare l’esplosione di sentimenti negativi come il vittimismo, il pessimismo cosmico ed il disfattismo, tanto di moda oggi.

I dati macroeconomici dimostrano che il PIL è in calo dello 0,4-0,5%. Non un crollo, pertanto. Un calo che deve preoccupare per quello che è: un’incapacità del sistema Italia di reagire alle difficoltà, peraltro più ataviche che contingenti. Un dato negativo della dinamica del Prodotto Interno Lordo è di per sé “recessione”. Ma non si confonda il termine economico con una catastrofe post-atomica. Non stiamo cercando il cibo nei cassonetti e non stiamo andando in fila per farci consegnare il tozzo di pane quotidiano, insomma.

La disoccupazione crescerà. Ci sarà qualche decina di migliaia di persone che non avranno più il loro lavoro. La decrescita è anche questo, purtroppo. Ma anche qui, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tanti di costoro avranno ammortizzatori sociali tali da mantenersi con dignità, fino a trovare un altro impiego (per chi non lavora già anche in nero).

E soprattutto, non ci sono e non ci saranno diminuzioni di stipendi o di pensioni. Chi usufruisce di un reddito fisso, per paradossale che possa apparire, subirà meno di chi lavora in proprio gli effetti della “crisi”. Tra i corollari della recessione, infatti, vi è la deflazione o comunque una forte riduzione dell’inflazione, già iniziata, peraltro.

Chi guadagna 1200 euro al mese, insomma, acquisterà tra sei mesi o un anno, gli stessi beni di ora o addirittura una quantità superiore. E qui si inserisce anche l’asserito crollo dei consumi. Che a mio parere non ci sarà. E’ possibile una lieve contrazione, oscillante tra pochi decimali ed un punto percentuale. Ma gli scenari apocalittici descritti (auspicati, verrebbe da dire…) da alcuni mass media, con tutti i commercianti sul lastrico per assenza assoluta di vendite, non si verificheranno.

Anche perché, concludendo il giochino delle interviste a caso, se chiedete a dieci attività commerciali di verificare i conti del 2008 rispetto al 2007 ed al 2006, scoprirete che la maggioranza sarebbe costretta ad ammettere che in fondo non è cambiato granchè.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 13, 2008 23:28 | link | commenti (2)
categorie: economia, crisi, informazione, ignoranza, luogocomunismo
domenica, 02 novembre 2008

Perchè continuo a scegliere il mercato

ATTENZIONE: POST MEDIO-LUNGO

A costo di essere fuori moda, superato, stonato rispetto all'ondata statalista in ascesa, rimango convinto che il mercato, il libero-mercato, il sistema capitalista, la metodologia liberista, o comunque si voglia definire l'idea che gli uomini producano ricchezza e benessere se lasciati liberi di scegliere la propria strada, sia l'unica via percorribile.

Potrà apparire impervia, in alcuni frangenti; potrà essere dura; ma è l'unica che non porta verso il baratro. Parafrasando un famoso detto, il sistema del libero scambio (delle merci, dei capitali, dell'opera dell'uomo, delle idee) è il peggior sistema possibile, escludendo tutti gli altri.

Voglio dire, non ci vuole una laurea ad Harvard per rendersi conto che i sistemi alternativi hanno tutti fallito miseramente. Al liberalismo (peraltro mai applicato al 100% nela storia umana) infatti, si sono sempre opposti i sistemi socialisti. Dal nazionalsocialismo al socialismo reale, che oltre ala catastrofe economica hanno brillato per aver creato un apparato repressivo allucinante; alle socialdemocrazie, impelagate, chi più chi meno, nel gorgo del debito pubblico, e spesso messe in difficoltà dai cosiddetti Paesi emergenti, solitamente meno oppressi da fisco, stato sociale e limitazioni di vario genere.

Purtroppo, però, i principii liberali hanno un appeal limitato tra chi deve scegliere la "strada" da percorrere. I politici, in primo luogo, e tutti coloro che hanno potere di rappresentanza (sindacati e burocrati), vivono grazie alle sovvenzioni dei propri conterranei. Se tali contributi diminuiscono, tutto il castello costruito negli anni e fatto di prebende, posti di potere, clientele, appalti, decade miseramente. Ecco perchè, pur di non limitare il peso dello Stato (inteso come "settore pubblico"), ci si inventa di tutto. Dalla macelleria sociale legata alla riduzione delle tasse, al diritto alla scuola o alla casa (a spese degli altri, ovviamente), alle crisi vere o presunte per cui lo "Stato DEVE intervenire".

E veniamo al dunque: lo statalismo ha rialzato la cresta, dopo due decenni di difficoltà, nell'ultimo lustro. Prima il terrorismo internazionale, poi gli scandali finanziari ed infine la crisi della finanza, nata dai mutui subprime, anche per il modo di affrontare le notizie scandalistico e catastrofico, hanno creato sfiducia, malumori e timori nella stragrande maggioranza delle persone, soprattutto in quelle poco istruite ed informate. La risposta è tanto chiara quanto prevedibile, ma al tempo stesso dannosa. La cura richiesta alla politica è: più Stato, più protezione pubblica. Inutile sottolineare che questo significa automaticamente più spesa pubblica, ovvero più imposte, ovvero ancora meno soldi nelle tasche dei residenti e più potere alle caste.

Ma torniamo al motivo scatenante. La crisi finanziaria globale, che a detta di molti, tra cui l'ex premio Nobel per l'economia Samuelson, sarebbe dovuta al liberismo sfrenato dell'America (mentre con Bush la spesa pubblica è addirittura aumentata, purtroppo...), sarebbe il certificato di morte del liberalismo e del sistema capitalista (sinonimo di libero mercato).

La realtà dei fatti, come sa chi ha seguito tutta la vicenda dalle origini, è assai differente. Riassumendone le tappe, si può dire che negli USA la richiesta di mutui a basso costo (ispirata anche dalle teorie sul "diritto alla casa") è stata accolta dalle banche parastatali Fannie Mae e Freddy Mac, le quali, spinte dai propri controllori pubblici che volevano accontentare i rispettivi elettori, hanno rilasciato prestiti in cambio di nulla. Ecco i cosiddetti subprime. L'elevata insolvenza dei clienti (per forza...) ha di fatto obbligato le banche che via via hanno copiato i due colossi pubblici statunitensi (facendo uso di mutui a rischio), ad esporsi con obbligazioni e titoli legati ai prodotti spazzatura di cui sopra (i laureati in economia scuseranno la semplificazione grossolana). Ed è nata la catena di cui oggi si pagano le conseguenze. A questo scenario, si aggiunga l'irresponsabilità dei management bancari e finanziari, inseriti a pieno titolo in un sistema affatto liberista. Dirigenti e intermediari, infatti, hanno guadagnato cifre esorbitanti nonostante facessero andare in perdita datori di lavoro e clienti. Una follia, basata su una mentalità ed un approccio opposto a quello liberale legato alla responsablità individuale, che vorrebbe la punizione per chi sbaglia (dirigenti licenziati e truffati indennizzati dai colpevoli), fino alla chiusura delle imprese fallimentari.

In questo scenario, quale sia il black-out del sistema liberale non è dato sapersi. Si dirà: ma se perfino Samuelson ha accusato il capitalismo (sempre sinonimo di libero mercato) di aver causato tutto e di aver chiuso con la storia, un motivo ci sarà. Infatti, il motivo c'è. L'ex Nobel è acerrimo nemico di Bush, anti-repubblicano e pro-Obama. A due settimane dal voto presidenziale a stelle e strisce ha pensato bene di intervenire.

I fautori dello stop al capitalismo crescono, comunque, dappertutto. In Italia, a parte il centrosinistra (sia quello cattolico che quello post-neo-ex comunista) e la destra sociale, da sempre avverse alla libertà economica, abbiamo assistito allo scivolamento verso il Leviatano di Tremonti prima e di Berlusconi poi (fatto salvo qualche sussulto di dignità).

Il prestito ad Alitalia, la conferma dei sussidi in agricoltura, la mancata riduzione delle imposte (se escludiamo l'ICI), ne sono una prova. Ma ciò che spaventa è la determinazione Tremontiana nel richiamare l'interventismo statale anche in economia. Un scelta suicida che rischia di trascinare, questa si, molte persone verso un futuro meno piacevole e meno libero.

lunedì, 27 ottobre 2008

Liberali senza liberalismo

Anche il Governo Berlusconi, al dunque, si sta rivelando un esecutivo poco liberale.

Utilizzo il termine liberale in senso puro, ovvero come liberale in teoria politica, in quella economca (liberista) ed in quella civile (libertario).

Pur con sprazzi di intelligente "spirito libero", tra cui vanno annoverati gli interventi di Brunetta nella P.A., della Gelmini nella Scuola e della Prestigiacomo nel settore ambientale, la sensazione, già assaporata durante la campagna eletttorale, è che Berlusconi in persona e di conseguenza l'operato del suo Governo, abbiano abbandonato l'approccio liberale che ne aveva contraddistinto la fase 1994-2001 ed anche qualche momento della legislatura 2001-2006 e del successivo biennio all'opposizione.

Non mi soffermerò a lungo su questo aspetto, avendolo già affrontato in numerosi post ed articoli precedenti.

Ciò su cui mi voglio soffermare è la tendenza dei politici ad abbandonare la nave che temono (a torto o a ragione) stia affondando.

In Italia, dopo i comunisti senza comunismo, i socialisti senza socialismo, i fascisti senza fascismo e perfino i secessionisti senza secessione, ora possiamo annoverare anche i liberali senza liberalismo.

Berlusconi ed i suoi più stretti seguaci, infatti, sono passati dall'autodefinirsi liberali al criticare aspramente il sistema di valori su cui l'essere liberali si fonda. Le critiche al libero mercato, il plauso all'interventismo pubblico, il consenso agli aiuti di Stato, ne sono una prova lampante.

Ma a stupire più di ogni altra cosa è il motivo di tale dietrofront. La "Crisi Finanziaria Mondiale", le cui colpe sono state attribuite in toto al liberismo selvaggio.

Una definizione che spesso si accompagna al liberalismo economico, ma che duole sentir pronunciare da bocche che ne hanno tratto vantaggio elettorale per oltre un decennio. E se un Tremonti lo si può anche accettare (si fa per dire..), un Berlusconi che dà le colpe al capitalismo (e nel prossimo post spiegherò perchè non è vero) risulta francamente indigesto.

postato da: Liberalista alle ore ottobre 27, 2008 16:03 | link | commenti (1)
categorie: politica, berlusconi, delusione, liberalismo, governo, tremonti, luogocomunismo
martedì, 16 settembre 2008

Barra dritta sulle mezze riforme

Come era prevedibile, la santa alleanza dei parassiti ha stappato lo spumante, inaugurando l'anno scolastico con teatrali manifestazioni di protesta, attese da almeno due anni con trepidazione.

La CGIL in primis, non ne poteva più di aspettare. E le/gli insegnanti, di tutti i livelli (cosa c'entrano le scuole superiori con la riforma???), col lutto, alcune platealmente in lacrime, i ragazzi con gli striscioni, gli slogan stantii. Insomma, tutto l'armamentario del '68 tirato fuori dall'armadio.

Ma, appunto, era prevedibile. Anzi, era assodato che sarebbe successo.

Il problema, quindi, non è rispondere per le rime ai manifestanti. Sarebbe fiato sprecato, visto che si tratta di rigurgiti sindacal-comunistoidi, contrari a qualsiasi discussione sul tema.

Il punto nodale è un altro: il Governo, rappresentato in questo caso dalla giovane Ministra Maria Stella Gelmini - e qui mi autocito perchè auspicai proprio un giovane alla guida di questo fondamentale Ministero - deve assolutamente mantenere dritta la barra della propria azione. Nessun passo indietro, nessuna modifica della riforma dovrà essere accettata in cambio del "quieto vivere". Non si può gettare nel wc un intervento sacrosanto per i capricci di chi non accetta la riduzione del proprio potere (v. alla voce "sindacati") o di chi non è abituato a guadagnarsi da vivere lavorando (v. alla voce "dipendenti pubblici iperprotetti").

La vicenda umana di una persona che perde il lavoro può essere triste, ma non è mai esiziale. Ci sono decine di migliaia di persone che cambiano lavoro ogni anno o che lo perdono e rimangono qualche settimana/mese in cerca di un altro lavoro. Dipende tutto da come si vive il momento del passaggio. Ma non si può fare una campagna di terrorismo su un problema risolvibile.

Tutte le riforme impostate in termini di maggiore responsabilizzazione dei singoli individui, infatti, resteranno "mezze riforme" se non saranno accompagnate da un tassello fondamentale. Sto parlando dell'abolizione di tutti gli ammortizzatori sociali attualmente in vigore (CIG, mobilità, etc), e la creazione di un unico, generalizzato, sostegno al reddito dei temporaneamente disoccupati. Come accade in altri Paesi del mondo, chi resta senza lavoro percepisce un reddito di mantenimento fisso, per un periodo limitato, durante il quale dovrà cercare una nuova occupazione.

E' un intervento preannunciato a più riprese, in convegni, editoriali, forum vari, ma mai applicato finora.

Qualcuno, lassù, ai vertici dell'esecutivo, dovrebbe iniziare a pensare che non sarebbe tanto giusto farci pagare 10 anni di Cassa Integrazione per i fuoriusciti da Alitalia o per chi non riuscirà a rientrare nel dorato mondo della scuola. Il momento del welfare to work, insomma, è arrivato.

postato da: Liberalista alle ore settembre 16, 2008 20:02 | link | commenti (2)
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mercoledì, 10 settembre 2008

Maestra Gelmini

Questa volta il titolo non è ironico.

Insieme all'ormai mitico Brunetta - a cui l'opposizione ed il circo barnum della comicità a rimorchio riescono a dedicare soltanto scontate ed acrimoniose battute sul metro e mezzo di statura - la giovane ministra della Pubblica Istruzione rappresenta il "buono" del Governo Berlusconi.

Non in termini caratteriali, ovviamente. La "bontà" della Gelmini sta tutta nel coraggio di far seguire alle parole ed alle idee, atti e fatti concreti.

E' uno dei rarissimi casi in cui le promesse della campagna elettorale, e perfino le tante parole spese nei precedenti quindici anni di battaglia politica sotto il vessillo tricolore - ormai abbandonato - di Forza Italia, siano state mantenute.

Più dell'abolizione dell'ICI, che la Lega vorrebbe reintrodurre dalla finestra dopo averla cacciata via dalla porta; più del caso-Napoli, ovvia conclusione positiva di un disastro in cui le responsabilità di amministrazioni locali ormai "sazie" erano evidenti e ben note; più del cosiddetto "salvataggio" di Alitalia, operazione contro cui avrei sperato si battesse maggiormente la parte liberale del PDL.

Più di tutto il resto, la vera battaglia vinta dal centrodestra italiano potrebbe essere proprio quella sulla scuola - il condizionale è d'obbligo, visto che la riforma è pluriennale....

Una fornace gestita da sindacati famelici ed irresponsabili, diretta emanazione di un modo di pensare vicino alla sinistra storica italiana, tra assistenzialismo ed egualitarismo, a cui si sono avvicinati nel tempo una miriade di ministri, bruciandosi pesantemente. Ci hanno provato Berlinguer a sinistra e Moratti a destra, senza alcuna possibilità di riuscita. E quando sembrava ormai impossibile aver la meglio, quando ormai il gigante era diventato un Golia invincibile, ecco che una piccola Davidessa (qual è il femminile di Davide?) è riuscita ad assestare il colpo vincente.

La vittoria, sia chiaro, non è la semplice riduzione della spesa pubblica, peraltro meritoria. Sotto questo punto di vista, sarà anzi necessario mantenere gli occhi bene aperti. Se oggi si tagliano tot miliardi di euro, domani se ne potrebbero spendere altrettanti in altri progetti giudicati "necessari"....

Il vero successo strepitoso è stato far capire che la Scuola italiana, ormai allo sbando come testimoniano i dati sulle conoscenze acquisite, sul bullismo, sulla capacità di educare al rispetto delle regole del vivere civile, ha assoluto bisogno di una rivoluzione. Da fabbrica di posti di lavoro pubblici - intoccabili - a luogo di apprendimento di nozioni, regole e responsabilità. Un parola, quest'ultima, abbandonata negli ultimi 40 anni, ma che rappresenta la vera chiave di volta del rilancio dell'istruzione.

Poter essere bocciati anche alle Elementari, pagare con la ripetizione dell'anno scolastico o con una decurtazione del voto i propri errori e le proprie mancanze, rappresentano il ritorno della responsabilità personale, che fin dai primi anni di vita deve essere un principio cardine nel vivere con e tra gli altri.

Il taglio del numero dei docenti, sacrosanto per l'assurda politica di infornate susseguitasi da tempo immemore, nell'assoluta incuranza non solo della spesa, ma soprattutto del rapporto numerico tra insegnanti e allievi, è solo la punta dell'iceberg. Un atto dovuto, dopo decenni di irresponsabilità ai massimi ed ai minimi livelli.

A questo proposito, basti pensare che un qualsiasi diplomato avesse fatto domanda di inserimento negli elenchi dei supplenti, dopo tot tempo e magari dopo 20-30 supplenze in giro per la propria Regione di residenza, veniva definito un "precario della scuola", meritevole tout-court di inserimento a titolo definitivo nella grande famiglia dei dipendenti pubblici italiani. Nessun concorso, nessuna competenza specifica accertata, nessun esame di idoneità ad un così delicato compito. Niente di niente, solo il "diritto al posto di lavoro". Tre, quattro, cinque persone per svolgere il compito che era di uno solo; moduli creati ad hoc, materie sezionate, scorporate, praticamente inventate, pur di giustificare l'eccesso di assunzioni. E i ragazzi lasciati senza il classico punto di riferimento, usati come pedine nella gestione dei rapporti interpersonali tra docenti, o come specchietto per le allodole per l'opinione pubblica.

E poi ci si lamenta che i giovani d'oggi sono ignoranti, maleducati e scansafatiche. Salvo rimangiarsi tutto quando si parla di politica, ovviamente.

postato da: Liberalista alle ore settembre 10, 2008 16:26 | link | commenti
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lunedì, 18 agosto 2008

Elogio dei numeri

 

- Articolo pubblicato su "Lunamag" di Agosto 2008 -

Tranquillizzo subito chi legge: non dovrete sorbirvi un trattato di matematica. La premessa è fondamentale, stando all’atavica repulsione italica per tutto ciò che è scienza numerica, statistica, economica o matematica. Non ci si può stupire, insomma, se gli indicatori internazionali fotografano una situazione in cui le conoscenze degli studenti e perfino dei laureati italiani, nelle materie di calcolo, sono tra le più basse del Mondo. Tale debolezza ha ripercussioni non soltanto sulla qualità degli studenti nelle Facoltà universitarie di Matematica, Fisica, Economia e similari, ma soprattutto sulle capacità di calcolo ed analisi fondamentali per districarsi nella complessità della vita contemporanea. Tre esempi facili facili: il livello dei prezzi, il costo dei carburanti ed il clima. Apparentemente, si tratta di argomenti la cui comprensione dovrebbe essere alla portata di tutti. Se ne parla così tanto, tra programmi tv, quotidiani, internet, che se si potesse fare un’indagine sui temi affrontati a tavola in famiglia, al bar, in palestra o al mercato, sarebbero sicuramente nella top ten. Purtroppo, se ne parla spesso a sproposito. Per mancanza di “cultura numerica”, principalmente. Sui prezzi: il caro-vita è una costante con cui tutte le generazioni hanno avuto a che fare. Per i sardi, basta guardare il programma di Videolina “Vent’anni fa”, che ripropone i telegiornali di due decenni orsono. Il tema è affrontato quasi tutti i giorni con servizi sui rincari di frutta, verdura, carne, pane o pasta. E stiamo parlando del 1988 e degli anni precedenti. Insomma, l’aumento dei prezzi c’è sempre stato e sempre ci sarà. Si sostiene, invece, che tutto sarebbe raddoppiato, ma non oggi: nel 2002, con l’avvento dell’euro. Per poi continuare a crescere anno dopo anno. Stando a questo luogo comune, se nel 2002 si spendevano 400 euro per “fare la spesa” mensile, oggi dovremmo essere almeno a 1000 euro per gli stessi beni. Invece non è così: chiunque, se ne avesse gli strumenti, potrebbe capire che il livello medio dei prezzi si è innalzato, negli ultimi 6 anni, del 20% circa. Non del 150% come spesso si tende ad affermare. Ma passiamo al carburante, il cui costo incide su quasi tutti i prodotti che consumiamo abitualmente, oltre che sulla spesa per mantenere le nostre automobili. A riguardo, le affermazioni distorte dalla mancanza di cultura numerica (ed economica, sarebbe il caso di aggiungere) riguardano la dinamica dei prezzi e la composizione dello stesso. Nel primo caso, basti sapere che, in proporzione al reddito a disposizione degli automobilisti italiani, il carburante costava molto di più negli anni ’60 e ’70, rispetto ad oggi. Nel secondo, si tende a criminalizzare il benzinaio, senza sapere che il margine operativo dello stesso non supera il 5-6% del costo totale della benzina. Quasi tutto il malloppo, pari a circa il 70%, va allo Stato, sottoforma di accise ed IVA. Il 20% è il costo reale del prodotto alla fonte (ovvero dal produttore). Un altro 4-5% va alle compagnie che acquistano e rivendono i carburanti: diciamo i “marchi”. Chi potrebbe contribuire maggiormente alla riduzione del prezzo? Indovinate un po’…. Infine, il clima. In numerosi studi vengono propinate cifre assurde, che infatti non stanno né in cielo né in terra, sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sulla deforestazione e via “catastrofando”. Con un minimo di “attenzione numerica” in più, tutti saremmo in grado di smascherare le bugie e capire cosa ci sia effettivamente di vero in tali affermazioni. Senza entrare troppo nel dettaglio: in tutti gli Stati occidentali le foreste sono aumentate di estensione negli ultimi 30 anni. E perfino la Foresta Amazzonica si è espansa. Morale della favola: non sarebbe male, per tutti, fare in modo che nelle scuole, a partire dalle elementari, venisse dato maggiore spazio a materie come economia, statistica e matematica. I fenomeni che interessano la vita quotidiana e perfino gli strumenti per superare le criticità, sarebbero meno distanti e più comprensibili. Magari, faremmo qualche errore in meno. E probabilmente, riusciremmo a smascherare più velocemente chi cerca di approfittare dell’ignoranza in buona fede per il proprio tornaconto, monetario o elettorale che sia.

postato da: Liberalista alle ore agosto 18, 2008 21:55 | link | commenti
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