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martedì, 17 novembre 2009

La leggenda del "Sempre Vincitore"

C’era una volta un uomo, molto furbo e scaltro, il quale fu capace di costruire un piccolo impero, sfruttando le debolezze e le paure della sua gente.

Di lui si narra che fu magnanimo coi suoi cortigiani, dei quali si assicurò l’eterna fedeltà offrendo loro un pasto ed un posto sicuri, spesso per tutta l’esistenza.

Molti altri, forse in numero anche maggiore, gli stettero vicino e lo sostennero nelle sue battaglie contro i nemici, sperando un giorno di poter entrare a far parte della corte.

Non sempre dalle guerre tornò vincitore, ma le sue gesta furono raccontate con tale enfasi dai suoi adepti da trasformarsi presto in leggenda.

E la leggenda del “Sempre Vincitore” finì col convincere tutti, sostituendosi alla verità dei fatti.

Così, le sconfitte nelle Due Guerre delle Termo-Pili furono presto dimenticate. E così la batosta nella Battaglia della Carta. Passò in secondo piano l’umiliazione dell’Insurrezione dei Gatti Soriani, mentre l’uomo furbo e scaltro, diventato Re, sempre più potente, fece sfoggio di sé nelle vittorie riportate nella Rivoluzione anti-Soriana e nella Disfida del Riscossore.

L’eco delle vittorie (vere o presunte) arrivò fino alle orecchie degli altri Re, Principi, Conti e Marchesi, i quali, forse impauriti dalla potenza del nemico, finirono con il credere che prostrarsi ai suoi piedi fosse l’unica scelta possibile.

Per anni, nessuno tentò più di opporsi al furbo Re, credendo di non poter competere con il “Sempre Vincitore”. Fino a quando, prima sottovoce, poi sempre più insistentemente, la verità venne a galla e le sconfitte del Re furono sulla bocca di tutti i suoi sudditi.

E fu allora che i suoi eterni e impauriti alleati, a cui forse la verità aprì gli occhi, si risvegliarono dal torpore e fecero quello che non avevano mai avuto il coraggio di realizzare.

Si ribellarono al “Sempre Vincitore” e al grido di “Il Re ha perso” incrociarono le armi e gettarono il cuore oltre l’ostacolo con un’audacia e un coraggio che forse credevano di aver perduto, dimostrandosi, finalmente, uomini liberi.

postato da: Liberalista alle ore novembre 17, 2009 22:49 | link | commenti
categorie: satira, leggende, riforme, libertà, iglesias
sabato, 07 novembre 2009

Perchè sono d'accordo con la Corte di Giustizia Europea sul crocifisso

Ha scatenato roventi polemiche, com’era prevedibile, la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul crocifisso nei luoghi di proprietà pubblica. Una consuetudine non solo italiana, a dire il vero, che affonda le sue radici nell’influenza e nel potere della Chiesa, piuttosto che della religione cristiana in senso stretto, sulla vita e sulla formazione anche culturale dei cittadini.

La Chiesa cattolica si è occupata per secoli dell’educazione (con i collegi religiosi), della giustizia (con i tribunali religiosi), della cura dei malati e dei sofferenti (con i ricoveri e gli ospedali), della morte e della sepoltura (con i cimiteri). Senza dimenticare la produzione di alcuni servizi che ora chiameremo pubblici, come l’anagrafe e lo stato civile (matrimoni, nascite, morti), e diverse altre funzioni. Da qui l’origine storica della presenza del crocifisso, ancora oggi, in quei luoghi.

Ammetto subito di essere d’accordo con lo spirito e le motivazioni della sentenza: uno Stato laico non può operare disparità di trattamento fra le diverse religioni. Negli uffici e nelle strutture dello Stato non si può accettare la presenza di un solo simbolo religioso, a discapito di tutti gli altri, E poiché confessioni religiose ne esistono a centinaia, e non sarebbe quindi possibile ospitarne tutti i simboli sulle pareti delle aule scolastiche o dei tribunali, la soluzione è semplice. Via tutto. Lo Stato non può prendere le parti di alcuni cittadini a scapito di altri.

Una volta affermato questo semplice ma fondamentale principio, è doveroso sfatare alcuni miti e luoghi comuni che circolano sulla rete, in tv e nelle discussioni faccia a faccia.

Il crocifisso rappresenta Gesù di Nazareth morto sulla croce, secondo quanto riportano le scritture, fonte di verità per chi crede, ma non certo libri di storia. È, quindi, un simbolo prettamente religioso, l’emblema del Cristianesimo. Non, come si prova ad affermare, un simbolo dell’Italia o dell’italianità, né della storia e della cultura condivisa di tutto il Paese. È un simbolo di parte, invece, che accomuna quella fetta, forse maggioritaria (soprattutto in passato) forse no, di italiani che sono devoti al Dio cristiano.

Non ha alcuna valenza, invece, per chi professa altri “credo”: in Italia, infatti, vi sono musulmani italiani, ebrei italiani, buddisti italiani, scientologisti italiani, testimoni di geova italiani, satanisti italiani. Ma soprattutto tantissimi atei italiani e agnostici italiani.

La legge, per definizione, non può discriminare i cittadini italiani sulla base dell’appartenenza religiosa. Non può interferire nella scelta, totalmente individuale, e soprattutto non può “scendere in campo”, adottando come propria una delle religioni. E infatti in Italia non esiste una norma che imponga il crocifisso nelle aule scolastiche, giudiziarie, ospedaliere. La sentenza europea, dunque, non fa che riaffermare questo semplice principio di neutralità, che uno Stato laico, in una democrazia liberale matura, non può permettersi di violare.

Ho parlato di consuetudine, all’inizio del post. Siamo stati abituati a vedere crocifissi dappertutto e la cosa non ha mai infastidito nessuno, al pari di tutto ciò che prende come “dato”. Ciò non significa, però, che al termine di un ragionamento coerente si possa anche prendere coscienza di un errore. Chi parla di “tradizione” assegnando a questo termine una valenza immodificabile, dimentica che tutto cambia col tempo e che l’essere umano ha inventato gran parte di ciò che conosciamo e che diamo per scontato, sfidando la tradizione e la consuetudine.

Abbiamo letto e udito altre considerazioni sul tema. Ad esempio, che la sentenza della CEDU aprirebbe le porte all’invasione islamica (senza nemmeno considerare che i ricorrenti erano italiani atei, e non musulmani). Chi scrive la pensa in larga misura come l’Oriana Fallaci post 11 Settembre. Temo anche io, infatti, che nei Paesi e nei popoli musulmani alberghi una (nemmeno celata) tentazione di conquista, di dominio, di conversione forzata, di attacco all’Occidente. Ciò che non condivido dell’analisi Fallaciana è l’antidoto. Non è con una cristianizzazione accelerata che respingeremo l’ipotetico assalto. Chi odia la nostra civiltà non detesta il crocifisso, ma la laicità delle nostre istituzioni e del nostro stile di vita.

Il fondamentalismo religioso trova un freno laddove le istituzioni pubbliche riconoscono a tutti il medesimo trattamento. La sentenza “anti-crocifisso” è un bene anche da questo punto di vista, perché non lascia spiragli ad eventuali rivendicazioni di identico tenore da parte musulmana.

Alcuni hanno parlato anche di tradizione derivante dalla volontà della maggioranza. Se l’Italia è a prevalenza cristiana, si dice, gli altri si devono adeguare. Tralasciando le considerazioni di filosofia politica, che mi porterebbero a discutere di democrazia come dittatura della maggioranza, mi viene da rispondere che se tra 50 anni l’Italia dovesse essere a prevalenza islamica, sarebbero i cristiani a doversi adeguare. Non ricordo, peraltro, di essere stato chiamato a votare sul tema, né con un referendum statale, né con un sondaggio effettuato prima di entrare in classe o in Tribunale. Ricordo, invece, che sui temi a “sensibilità cristiana” (v. aborto e divorzio) gli italiani non dimostrarono di essere particolarmente attenti alle “tradizioni” o alle sacre scritture…..

La soluzione, alla fine dei conti, non ha neppure grandi controindicazioni. Ognuno potrà continuare a professare liberamente e pubblicamente la propria religione, anche esibendone i simboli (e ci mancherebbe altro). Semplicemente, non potrà pretendere che lo Stato si faccia carico delle sue scelte, imponendole surrettiziamente a tutti gli altri.

E se la cultura e l’identità italiana ne risultassero in qualche maniera indebolite, nelle aule, nei tribunali, negli ospedali e negli uffici pubblici si esponga l’unico simbolo che realmente unisce e identifica tutti i cittadini italiani: il tricolore.

postato da: Liberalista alle ore novembre 07, 2009 23:08 | link | commenti (2)
categorie: chiesa, libertà, crocifisso, laicità
lunedì, 09 marzo 2009

Finalmente!

Ultimamente ho criticato parecchio il Governo Berlusconi.

E' ormai palese che lo reputi poco liberale e molto socialdemocratico, negli atteggiamenti, nelle invettive, nei discorsi dei principali Ministri.

Ma stavolta, relativamente al discorso del "Piano Casa", devo fare ammenda.

Lo sblocco, la liberalizzazione potremmo chiamarla, del mercato dell'edilizia abitativa, rappresenta un bel passo avanti per un Paese spesso frenato dalla burocrazia, da divieti anacronistici e da scelte ideologiche.

Non mi pronuncio sulle nuove case popolari, alle quali in linea di principio resto contrario, in quanto costruite per "presunti poveri", a spese dei "presunti benestanti". Attendo che si rendano note le procedure effettive, prima di esprimermi in maniera definitiva. Ma già il fatto che tali abitazioni si possano riscattare, diventando di proprietà di chi le abita, deve essere valutato positivamente.

La vera rivoluzione, semplice da applicare e senza costi per i contribuenti, è l'allargamento del campo di libertà dei possessori di case. Chi vorrà, potrà così udufruire di un 20% di aumento della cubatura della propria abitazione. Non sarà più necessario, insomma, chiedere permessi, fare la trafila dai dirigenti comunali, perdere tempo e denaro tra ASL, enti ed uffici vari, per costruire un secondo bagno, o creare un pergolato nel terrazzo, o soppalcare il soffitto.

Tutte azioni che, in realtà, dovrebbero essere assolutamente affidate alla libera iniziativa dei proprietari, non alla frenesia regolatrice degli "illuminati" politici di turno.

Qui sta il passo avanti, in termini di cultura e di approccio al problema. L'ampliamento della sfera della scelta individuale a discapito della programmazione pubblica è sempre una bella notizia.

Se poi a questo aggiungiamo il sicuro impatto positivo sull'economia reale, dovuto alla crescita di valore delle proprietà private dei cittadini, il quadro non può che essere considerato positivamente.

postato da: Liberalista alle ore marzo 09, 2009 22:03 | link | commenti (8)
categorie: berlusconi, riforme, libertà, governo, comuni
venerdì, 16 gennaio 2009

Le serpi in seno: Silvio e i liberali

L’abbassamento delle tasse? Può attendere. Le liberalizzazioni? Ma no, le proponeva Bersani. La rivoluzione liberale? Mai detto niente di simile. L’operato ed il substrato “culturale” (ehm…) del Governo Berlusconi 2008-2009, come è ormai palese ed inequivocabile, non possono essere confusi con i principi liberali. Nulla di strano, se si pensa ai temi dell’ultima campagna elettorale, che non prometteva nulla di buono. Certo, si era comunque parlato di addio all’oppressione fiscale “prodiana” e di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma già le parole d’ordine, rispetto al 1994, al 1996 ed al 2001 erano profondamente mutate.

A non essere cambiata, però, è la mentalità della base elettorale “storica” di Forza Italia. Quel popolo delle partite Iva, per azzardare una definizione certamente non onnicomprensiva, né particolarmente felice, allevato a suon di “rivoluzioni liberali”, “meno tasse per tutti”, “meno Stato più libertà”, che da anni lotta per veder realizzate queste promesse. Si tratta, in larga misura, del popolo azzurro, nato e cresciuto politicamente proprio con Silvio Berlusconi. Uomini e donne nati anagraficamente soprattutto negli anni ’70 e ’80, nauseati dall’assistenzialismo e dallo statalismo di quasi tutti i partiti del cinquantennio democratico della Prima Repubblica, le cui istanze di cambiamento furono raccolte dal miliardario televisivo che parlava così bene di libertà e, di conseguenza, di ricerca individuale della felicità.

Il grande merito di Berlusconi, infatti, non fu tanto la fondazione di Forza Italia, quanto l’aver sdoganato i temi dell’oppressione fiscale, della riduzione del sistema burocratico ed in generale della sfera di influenza del pubblico sulla vita privata, dell’antistatalismo come reazione ad un sistema soffocante e persecutorio.

Milioni di persone si avvicinarono al partito azzurro perché affascinati da quest’uomo e dalle sue idee, diverse da quelle propinate da tutti gli altri. Milioni di uomini e donne sbeffeggiati per anni e messi all’indice come appestati, ma orgogliosi di essere portatori di un grande progetto: la rivoluzione liberale, una rivoluzione pacifica ed incruenta, capace di cambiare la rotta di un Paese in lento ma costante declino.

Fino al 2001, parole, slogan ed azione politica hanno seguito lo stesso binario, per poi iniziare ad allontanarsi negli anni del 2° Governo Berlusconi, tra il 2001 ed il 2006. La colpa, si disse, fu degli alleati riottosi, con UDC e AN troppo legate a logiche spartitorie, di potere e perciò stataliste.

Una scusa, a bocce ferme. Perché senza il partito di Casini, con AN in un angolo nella transizione verso il PDL, non solo le cose non sono migliorate, ma addirittura alla scomparsa dell’azione liberale ha fatto seguito l’addio perfino della terminologia. Il sogno della rivoluzione liberale, insomma, è stato riposto mestamente in un cassetto. Dimenticato. Come un errore di gioventù.

Ma il malcontento, come viene ormai rilevato anche dai sondaggi sul gradimento di premier e governo, monta inesorabile.

Ad allontanarsi dal PDL sono soprattutto i liberali veri, quel nucleo azzurro, quel “popolo della rivoluzione liberale” che ha assorbito talmente a fondo i principi del primo Berlusconi da poterglieli rinfacciare senza timori. Senza temere di diventare i primi detrattori di colui che in passato fu capace di toccarne le corde del cuore, allevandone sogni e speranze, e che oggi rischia di perdere il contatto con i protagonisti più veri della sua fortuna politica.

postato da: Liberalista alle ore gennaio 16, 2009 22:35 | link | commenti (3)
categorie: politica, berlusconi, riforme, delusione, libertà, liberalismo, governo, tassazione, pdl , partito liberale
domenica, 02 novembre 2008

Perchè continuo a scegliere il mercato

ATTENZIONE: POST MEDIO-LUNGO

A costo di essere fuori moda, superato, stonato rispetto all'ondata statalista in ascesa, rimango convinto che il mercato, il libero-mercato, il sistema capitalista, la metodologia liberista, o comunque si voglia definire l'idea che gli uomini producano ricchezza e benessere se lasciati liberi di scegliere la propria strada, sia l'unica via percorribile.

Potrà apparire impervia, in alcuni frangenti; potrà essere dura; ma è l'unica che non porta verso il baratro. Parafrasando un famoso detto, il sistema del libero scambio (delle merci, dei capitali, dell'opera dell'uomo, delle idee) è il peggior sistema possibile, escludendo tutti gli altri.

Voglio dire, non ci vuole una laurea ad Harvard per rendersi conto che i sistemi alternativi hanno tutti fallito miseramente. Al liberalismo (peraltro mai applicato al 100% nela storia umana) infatti, si sono sempre opposti i sistemi socialisti. Dal nazionalsocialismo al socialismo reale, che oltre ala catastrofe economica hanno brillato per aver creato un apparato repressivo allucinante; alle socialdemocrazie, impelagate, chi più chi meno, nel gorgo del debito pubblico, e spesso messe in difficoltà dai cosiddetti Paesi emergenti, solitamente meno oppressi da fisco, stato sociale e limitazioni di vario genere.

Purtroppo, però, i principii liberali hanno un appeal limitato tra chi deve scegliere la "strada" da percorrere. I politici, in primo luogo, e tutti coloro che hanno potere di rappresentanza (sindacati e burocrati), vivono grazie alle sovvenzioni dei propri conterranei. Se tali contributi diminuiscono, tutto il castello costruito negli anni e fatto di prebende, posti di potere, clientele, appalti, decade miseramente. Ecco perchè, pur di non limitare il peso dello Stato (inteso come "settore pubblico"), ci si inventa di tutto. Dalla macelleria sociale legata alla riduzione delle tasse, al diritto alla scuola o alla casa (a spese degli altri, ovviamente), alle crisi vere o presunte per cui lo "Stato DEVE intervenire".

E veniamo al dunque: lo statalismo ha rialzato la cresta, dopo due decenni di difficoltà, nell'ultimo lustro. Prima il terrorismo internazionale, poi gli scandali finanziari ed infine la crisi della finanza, nata dai mutui subprime, anche per il modo di affrontare le notizie scandalistico e catastrofico, hanno creato sfiducia, malumori e timori nella stragrande maggioranza delle persone, soprattutto in quelle poco istruite ed informate. La risposta è tanto chiara quanto prevedibile, ma al tempo stesso dannosa. La cura richiesta alla politica è: più Stato, più protezione pubblica. Inutile sottolineare che questo significa automaticamente più spesa pubblica, ovvero più imposte, ovvero ancora meno soldi nelle tasche dei residenti e più potere alle caste.

Ma torniamo al motivo scatenante. La crisi finanziaria globale, che a detta di molti, tra cui l'ex premio Nobel per l'economia Samuelson, sarebbe dovuta al liberismo sfrenato dell'America (mentre con Bush la spesa pubblica è addirittura aumentata, purtroppo...), sarebbe il certificato di morte del liberalismo e del sistema capitalista (sinonimo di libero mercato).

La realtà dei fatti, come sa chi ha seguito tutta la vicenda dalle origini, è assai differente. Riassumendone le tappe, si può dire che negli USA la richiesta di mutui a basso costo (ispirata anche dalle teorie sul "diritto alla casa") è stata accolta dalle banche parastatali Fannie Mae e Freddy Mac, le quali, spinte dai propri controllori pubblici che volevano accontentare i rispettivi elettori, hanno rilasciato prestiti in cambio di nulla. Ecco i cosiddetti subprime. L'elevata insolvenza dei clienti (per forza...) ha di fatto obbligato le banche che via via hanno copiato i due colossi pubblici statunitensi (facendo uso di mutui a rischio), ad esporsi con obbligazioni e titoli legati ai prodotti spazzatura di cui sopra (i laureati in economia scuseranno la semplificazione grossolana). Ed è nata la catena di cui oggi si pagano le conseguenze. A questo scenario, si aggiunga l'irresponsabilità dei management bancari e finanziari, inseriti a pieno titolo in un sistema affatto liberista. Dirigenti e intermediari, infatti, hanno guadagnato cifre esorbitanti nonostante facessero andare in perdita datori di lavoro e clienti. Una follia, basata su una mentalità ed un approccio opposto a quello liberale legato alla responsablità individuale, che vorrebbe la punizione per chi sbaglia (dirigenti licenziati e truffati indennizzati dai colpevoli), fino alla chiusura delle imprese fallimentari.

In questo scenario, quale sia il black-out del sistema liberale non è dato sapersi. Si dirà: ma se perfino Samuelson ha accusato il capitalismo (sempre sinonimo di libero mercato) di aver causato tutto e di aver chiuso con la storia, un motivo ci sarà. Infatti, il motivo c'è. L'ex Nobel è acerrimo nemico di Bush, anti-repubblicano e pro-Obama. A due settimane dal voto presidenziale a stelle e strisce ha pensato bene di intervenire.

I fautori dello stop al capitalismo crescono, comunque, dappertutto. In Italia, a parte il centrosinistra (sia quello cattolico che quello post-neo-ex comunista) e la destra sociale, da sempre avverse alla libertà economica, abbiamo assistito allo scivolamento verso il Leviatano di Tremonti prima e di Berlusconi poi (fatto salvo qualche sussulto di dignità).

Il prestito ad Alitalia, la conferma dei sussidi in agricoltura, la mancata riduzione delle imposte (se escludiamo l'ICI), ne sono una prova. Ma ciò che spaventa è la determinazione Tremontiana nel richiamare l'interventismo statale anche in economia. Un scelta suicida che rischia di trascinare, questa si, molte persone verso un futuro meno piacevole e meno libero.

lunedì, 28 luglio 2008

Caro Governo, cara opposizione

La legislatura avviata con le elezioni del 13 e 14 Aprile 2008 era iniziata sotto auspici decisamente interessanti.

Fuori le estreme dal Parlamento. Dentro soltanto 6 partiti. Tre al governo, tre all'opposizione. Uno soltanto di questi ultimi in contrapposizione frontale alla maggioranza.

Il clima ideale, o quasi, per lavorare seriamente, al governo ed all'opposizione.

E invece, dopo appena tre mesi e mezzo, sembra di essere ripiombati ai "bei tempi" della Casa delle Libertà e dell'Unione. Demagogia a gogò, scontri furibondi, accuse reciproche. E le riforme annunciate da tutti? Rinviate a tempi migliori.

Così, mi permetto di scrivere una lettera alla maggioranza ed una alla minoranza.

Egregio Governo Berlusconi IV,

a seguito del voto del 13 e 14 Aprile 2008, la maggioranza che Vi sostiene, in Parlamento e nel Paese, è numericamente imponente e sostanzialmente coesa. Si tratta, quindi, della situazione ideale per governare il Paese, in un momento particolarmente delicato. L'Italia ha assoluta necessità di cambiamenti epocali, di riforme incisive e di una scossa effettiva all'economia ed alla organizzazione sociale. Chi vi ha dato fiducia ha sperato, e probabilmente spera ancora, che la vostra azione operi fondamentalmente in due direzioni: verso l'abbassamento dell'imposizione fiscale e verso il taglio della spesa e del debito pubblico. E se alcune delle iniziative fin qui intraprese possono essere catalogate come positive - pacchetto sicurezza, circolari Brunetta, blocco automatismi per i contrattisti a termine e per il turnover nella P.A, abolizione dell'ICI - altre sembrano andare nella direzione opposta, o perlomeno denotano una prudenza eccessiva. La crescita si prospetta intorno allo zero, l'inflazione galoppa, i redditi personali soffrono, e proprio per questo ci sarebbe bisogno di uno shock fiscale. E invece, le aliquote Irpef e Ires sono rimaste immutate, l'Irap è ancora là, l'IVA non è stata ridotta in alcun settore. In più, ecco la Robin Tax e l'inasprimento delle imposte per banche ed assicurazioni. Dall'altro lato - quello della spesa - si è semplicemente rallentata la crescita, limitandone gli effetti disastrosi. Ma è mancato il coraggio, ad esempio, di dismettere parte del patrimonio pubblico, di liberalizzare i servizi pubblici locali, per non parlare di Alitalia, Trenitalia, Poste Italiane. Per questo, mi chiedo e Vi chiedo: è solo prudenza, oppure la politica del Governo Berlusconi è decisa solo dal Ministro Tremonti? Avete intenzione di tagliare le tasse e la spesa, in misura evidente, restituendo la proprietà dei frutti del loro lavoro ai cittadini, responsabilizzando e non penalizzando gli individui che hanno la fortuna - nonostante tutto - di vivere in Italia? Volete rispettare il patto implicito che vi lega al vostro elettorato, oggi nettamente maggioritario nel Paese, regalando maggiori libertà economiche, civili e di scelta? Se si, non abbiate timore: non sarà uno sciopero o una manifestazione di piazza a fermarvi. Altrimenti, sappiate che la pazienza ha un limite e che nessuno di noi ha firmato una delega in bianco.

....

Spettabile opposizione,

mi rivolgo a quanti tra voi hanno creduto realmente alle parole del vostro leader Walter Veltroni in campagna elettorale. Dall'abbandono della politica dei No a tutto e dell'antagonismo aprioristico, all'apertura verso un rapporto collaborativo e non conflittuale tra imprenditori e dipendenti, dall'accoglimento di termini come merito, liberalizzazioni, concorrenza, competizione - fino a poco fa considerati bestemmie a sinistra - fino alla proposta di abbattere la spesa pubblica di 45 miliardi di euro in tre anni, le novità veltroniane avevano squarciato un velo nella vostra parte politica. La quotidiana battaglia parlamentare e la ricerca del consenso immediato nella cosiddetta opinione pubblica, invece, sembra vi abbiano fatto allontanare dagli obiettivi illustrati al momento della competizione elettorale. Le recenti polemiche sull'immigrazione illegale, sul mercato del lavoro, sui tagli alla spesa pubblica, non vanno nella direzione tracciata tre mesi fa dal vostro leader. Per questo vi chiedo di riflettere e di ritornare sui vostri passi. Se realmente volete essere un'alternativa a questo Governo, incalzatelo e criticatelo laddove non opera nella direzione da voi auspicata. Sulla spesa pubblica, ad esempio, spingete perchè i tagli siano effettivi e consistenti, non perchè siano annullati. Sul pubblico impiego, evitate di apparire come i conservatori dello status quo, ma criticate il Governo quando non riesce ad abolire enti inutili e posti parassitari. Insomma, se non avete intenzione di rimanere all'opposizione per sempre, cercate di ragionare come se foste al Governo. La credibilità si acquista con il proprio operare, non certo sbraitando scompostamente per 5 anni.

giovedì, 03 luglio 2008

Un'altra mazzata per il comunismo mondiale

La liberazione di Ingrid Betancourt è una gran bella notizia.

Comunque la si pensi politicamente, il ritorno di un individuo alla vita normale, alla libertà, è sempre una grande cosa.

Presumo sia così anche per gli adepti del comunismo, dal punto di vista umano.

Ma l'operazione militare che ha consentito il ritorno a casa dell'ex candidata ambientalista alla presidenza della Colombia fa segnare un enorme punto a sfavore del comunismo internazionale.

Le FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, sono, come ormai tutti sanno, una struttura paramilitare e terrorista che ha come obiettivo la costruzione di uno Stato marxista a Bogotà e dintorni.

Sono parte integrante di tutto quel mondo e quel movimento che va dalla Cuba dei Castro al Venezuela di Chavez alla Bolivia di Morales, acerrimo avversario degli Stati Uniti ed in generale dei Paesi liberal-democratici nord e sud americani.

I rapporti con i primi sono sempre stati molto stretti, sia economicamente che strategicamente. Non si tratta, quindi, di un gruppuscolo di romantici Robin Hood (visto che va di moda...) che rapiscono politici e imprenditori per liberare il popolo dagli affamatori. Le FARC sono una potente organizzazione, legatissima ai personaggi che ho già nominato.

Lo sanno tutti, tranne chi scrive sui giornali italiani, a quanto pare. Nelle analisi di oggi, quasi nessuno spazio è stato dato a due importanti fatti.

Il primo è l'azione militare, fortunatamente incruenta (ma poteva anche non esserlo, se qualcosa fosse andato storto), ma pur sempre messa in atto dai tanto vituperati "soldati" e frutto dell'organizzazione dell'esercito colombiano, filo-USA, in tutti i sensi. Un'azione perfetta, ma certo non improntata al dialogo con i rapitori (ricordate Chavez, l'idolo delle sinistre mondiali, quando aveva promesso un intervento dialogante?). L'unico a spiegare efficacemente questo passaggio è il blogger Oggettivista, l'ottimo Stefano Magni.

Il secondo è lo scollamento dalla realtà degli stessi leader comunisti, sconfitti ancora una volta dalla storia. Il castrismo cubano traballa, Chavez e Morales subiscono sconfitte politiche a ripetizione (dando la colpa ai capitalisti corrotti...), e questa operazione, che di fatto irride l'organizzazione comunista sudamericana, è l'ennesima botta alla credibilità di un'utopia che dovrebbe essere sepolta sotto una montagna di fischi. Per il bene di tutti.

postato da: Liberalista alle ore luglio 03, 2008 23:56 | link | commenti
categorie: terrorismo, esteri, usa , informazione, libertà, marxismo
giovedì, 19 giugno 2008

Come la politica utilizza i nostri soldi

Mi sono sempre chiesto, per non averlo studiato nè a scuola, nè all'Università, come e dove venissero utilizzati i soldi delle imposte pagate dai contribuenti italiani.

La curiosità, una volta trasformata l'idea in azione, mi ha portato a cercare i dati del Bilancio dello Stato.

Ho trovato i dati completi relativi al 2003 e anni precedenti. Ma anche negli ultimi esercizi contabili le cifre non sono cambiate granchè, quindi l'analisi che segue resta identica.

Ho scoperto così che le entrate totali dello Stato italiano ammontavano a 389.362 milioni di euro (390 miliardi di euro, insomma). Di cui 160 miliardi circa provengono dalle imposte sui redditi (Irpef, Ires, Irap) e circa 100 dalle imposte sugli acquisti (IVA). Il fisco, nel suo complesso, vale 312 miliardi di euro, in un anno.

Le cifre più interessanti si trovano però nelle uscite. La domanda da porsi, infatti, è la seguente: su 1000 euro che io cittadino verso allo Stato, quanto viene utilizzato per la scuola, quanto per la sanità, quanto per la difesa, quanto per la giustizia, quanto per le pensioni, etc? E quanto viene sprecato in scelte inutili?

Scopriamo così che le uscite totali ammontano a 466 miliardi, più 75 miliardi di interessi sul debito pubblico accumulato. Per completezza, c'è da dire che dai titoli di Stato entrano ben 323 miliardi e ne escono, per il loro rimborso e per la restituzione del debito, altri 257.

Per rispondere alla domanda, però, bisogna separare le diverse voci di spesa. La Difesa costa circa 15 miliardi, pari a poco meno del 5% delle nostre imposte. La risposta alla domanda, sarebbe quindi: ogni 1000 euro di imposte da me pagate, lo Stato ne spende 50 per la struttura militare.

La Giustizia costa meno di 7 miliardi (2,3%). La Sicurezza (Forze dell'Ordine) 17 miliardi (5,5%). Gli altri organi dello Stato (politica, ambasciate, etc) 18 miliardi (quasi 6%).

La Previdenza (pensioni) ci costa 57 miliardi, pari al 19%. La Sanità 39 miliardi (13%). La Scuola 39 miliardi (13%). L'Università 8 miliardi (2,5%). L'intero settore Sociale 9 miliardi (meno del 3%): al suo interno "spiccano" gli 0,163 miliardi per gli handicappati...

Per le infrastrutture si investono 15 miliardi (5%), mentre le Regioni e gli Enti Locali (traserimenti vari) raggiungono quota 35 miliardi di euro (11,5%). Le spese per la "redistribuzione", ovvero sostegno all'occupazione, sostegni al reddito, aiuti vari ai bisognosi, non supera i 13 miliardi, pari al 4% delle imposte da noi versate.

Insomma, su 1000 euro di imposte da me pagate, lo Stato ne usa 848 per tutti questi servizi (gli altri 152 sono quasi inutili). Molti dei quali sarebbero da tagliare comunque, perchè elefantiaci e portatori di sacche di spreco enormi. Alcuni anche da privatizzare (o meglio, liberalizzare).

Sono straconvinto che per garantire lo stesso livello attuale, sarebbero sufficienti non più di 700 di quei 1000 euro. Scuola, Previdenza, Enti locali, Organi dello Stato, possono "dimagrire" parecchio.

Un simile calo della spesa sarebbe, ovviamente, da pareggiare con un parallelo taglio dell'imposizione fiscale. Diciamo quindi che un 30% in meno di imposte è possibile.

Il resto è burocrazia, spreco, gestione del potere, clientela.

Una curiosità: il settore del Welfare State (scuola-università-previdenza-sanità-aiuti sociali) vale 550 euro su 1000 pagate dal contribuente.

Il prossimo che mi dice che un taglio delle tasse porterebbe ad una riduzione dei servizi sociali...

postato da: Liberalista alle ore giugno 19, 2008 23:51 | link | commenti (2)
categorie: istituzioni, riforme, libertà, imposte, tassazione
lunedì, 19 maggio 2008

Concretezza liberale

Dopo aver ascoltato, grazie alle possibilità offerte da Radio Radicale, parte del convegno della "Parte liberale del PDL", svoltosi nel fine settimana appena trascorso a Montesilvano, mi permetto di analizzare la situazione ed avanzare alcune proposte concrete.

Dalla discussione "abruzzese" sono emerse, fondamentalmente, due linee di azione.

La prima, resa pubblica da Benedetto Della Vedova (deputato PDL, presidente dei Riformatori Liberali), prevede la creazione di una Fondazione, con il compito di promuovere idee e proposte liberali, facilitandone così - con un'azione di networking e di coordinamento tra le diverse associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione lib.lib.lib - l'inserimento nell'agenda politica del PDL.

La seconda, che ha visto come capofila Marco Taradash (giornalista, ex parlamentare Radicale prima, con Forza Italia poi, ora portavoce degli stessi Riformatori Liberali), mira invece alla cosiddetta "militanza organizzata" dei liberali all'interno del PDL.

Due posizioni apparentemente distanti, al punto che Arturo Diaconale (direttore de L'Opinione, quotidiano liberale, facente parte della direzione nazionale del PLI) ha parlato di rischio scissione dell'atomo - riferendosi ovviamente al rischio che i Riformatori Liberali, già piccolissimi, si frantumino in due distinti organismi.

Non è questo il punto, ovviamente. O perlomeno, non è questo ciò che conta veramente.

Il convegno di Montesilvano, infatti, è stato l'occasione per affrontare il discorso dell'organizzazione, anche per chi vede le cose dal punto di vista della libertà individuale. Le due proposte emerse, arrivando al dunque, non sono affatto in contrapposizione.

La fase di nascita effettiva del PDL, di fatto, si avrà tra almeno dodici mesi, se non diciotto (ci sono le Europee, tra un anno). Prima di allora, non esisterà alcun organismo del nuovo Partito. Niente coordinamenti nazionali, regionali, cittadini. Niente segreterie o sedi del PDL. Fino ad allora, ci saranno ancora Forza Italia, AN ed i piccoli alleati.

Da questo punto di vista, quindi, non sarà possibile agire con immediatezza. Si potrà, invece, da subito, iniziare a contarsi, ad individuare referenti nelle singole Regioni, nelle Province e nei Comuni, in modo che poi, una volta partita la macchina organizzativa del PDL, non ci si faccia trovare impreparati. Questa azione può partire immediatamente.

In contemporanea, si può iniziare ad organizzare la Fondazione Liberale. Non ne conosciamo il nome, ma in ogni caso Benedetto Della Vedova e coloro che avranno il compito di farla nascere, dovranno preoccuparsi di contattare non solo i singoli, ma anche e soprattutto i gruppi, le associazioni ed i movimenti della "galassia liberale". Penso, giusto per citare i primi che mi vengono in mente, all'Istituto Bruno Leoni, al Movimento Libertario di Facco, ai Riformatori Liberali, alla Destra Liberale, ai Liberali Italiani, al PLI, a Neolib, a Tocquevlle, alla Fondazione Einaudi. Ma ce ne sono sicuramente tanti altri. Da qui, dovrà partire l'organizzazione di momenti di diffusione della cultura e del pensiero liberale. Non in maniera troppo cattedratica, ma con temi "semplici" e di immediata comprensione, di pronta presa, insomma.

Ecco, queste due strade rimarranno distinte - la Fondazione non sarà mai un partito e la "corrente liberale" non sarà mai un'associazione culturale - ma rappresentano le uniche possibilità, per i liberali, di esprimersi sia nell'agone elettorale che nel dibattito politico-culturale.

postato da: Liberalista alle ore maggio 19, 2008 23:26 | link | commenti (4)
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martedì, 01 aprile 2008

Alberto Mingardi ha 27 anni!

E' una notizia che mi ha sconvolto.

Alberto Mingardi, esponente di spicco del liberismo italiano, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni (IBL), il think thank liberale più premiato e stimato d'Italia, editorialista di numerosi quotidiani (tra cui Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Il Foglio, Libero, L'Unione Sarda, etc), ha 27 anni. Ventisette!!!

A diciotto anni aveva già scritto un saggio, con Sergio Ricossa, su liberalismo e libertarismo. Ora è tra i più apprezzati esperti internazionali e scrive dappertutto.

Francamente, quando leggevo il suo nome in calce a determinati articoli di giornale, pensavo avesse 60 anni ed un'esperienza immensa, di vita e di studio. Bè, forse di studio ce l'ha veramente. Di vita, non posso saperlo. Ma, ragazzi, a 27 anni io me lo sognavo di avere le sua conoscenza e la sua capacità di esprimere al meglio idee e proposte.

Non che ora che ne ho quasi 31 sia molto meglio....

Però mi fa piacere che i vertici di un'Istituto così prestigioso siano così giovani: il più anziano è Carlo Lottieri (47 anni), poi l'ottimo Carlo Stagnaro, esperto di politiche ambientali, 30enne, Filippo Cavazzoni, 29enne, il già citato Mingardi, 27, Andrea Giuricin, settore trasporti, 25 anni, e Rosaria Bitetti, 23enne. Altro che i giovani in politica!

Se penso che alla guida del Paese ci sarà un signore di 71 anni, e che il nuovo che avanza è presieduto da un signore che ne ha 70, sostituito momentaneamente da uno che ne ha comunque 53....

postato da: Liberalista alle ore aprile 01, 2008 00:01 | link | commenti (5)
categorie: politica, libertà, liberalismo, nuovismo