Attenzione: post molto lungo
Si tratta delle mie riflessioni politico-programmatiche, frutto di diversi anni di analisi, per cambiare in senso liberale la vita di una cittadina, per quanto competa ad un Comune (in questo caso, quello dove sono nato e risiedo) e considerando che gran parte delle riforme dovrebbero partire dallo Stato centrale.
Pierluigi Carta, Paolo Fogu, Roberto Frongia. Sono i nomi, in ordine da sinistra a destra, dei probabili candidati alla carica di sindaco di Iglesias alle elezioni comunali prossime venture, da tempo sulla bocca di tutti i miei concittadini.
Stando alla volontà del Governo, tendente ad accorpare Regionali e Amministrative, si dovrebbe andare alle urne nelle giornate del 28 e 29 Marzo 2010.
Tra poco più di 5 mesi, dunque. A meno che la Regione Autonoma della Sardegna non decida di posticipare di un paio di mesi il voto amministrativo nell’Isola.
La scelta di candidati, alleanze, liste, come si sa, sarà frutto di accordi politici, che in questa riflessione non mi interessa né mi compete analizzare. Ciò che mi preme affermare, infatti, è un’idea, forse romantica, forse ingenua, di “politica” e di buona amministrazione, che sappia andare al di là del nome di un candidato sindaco. Esprimo, naturalmente, la mia personale, politica, ideale, vicinanza a Roberto Frongia ed uno schieramento di centrodestra imperniato sul PDL, sui Riformatori Sardi e sulle liste civiche di supporto. Ma desidero andare oltre.
La città in cui sono nato e nella quale vivo e risiedo con piacere, rappresenta un esempio paradigmatico di quelli che ritengo siano i mali dell’Italia. O se non altro, di quella metà del Paese che chiamiamo Meridione: elevata disoccupazione, soprattutto tra i giovani, alti tassi di emigrazione, tendenza allo spopolamento.
Ma anche cultura dell’assistenzialismo, priorità al voto di scambio, miraggio del posto pubblico a tempo indeterminato.
Le due cose, come spesso accade, sono intimamente legate. Nel senso che i mali della disoccupazione e dell’emigrazione sono dovuti a quella mentalità assistenzialista tramandata di padre (e madre) in figlio, a quel tentativo di salire sul carro del vincitore politico per ottenere l’agognato “posto di lavoro”, a quella tara mentale che porta ad identificare nel politico l’unica ancora di salvezza. Senza considerare che nel Paese dei balocchi i posti sono comunque limitati e che non tutti i cavalli arriveranno al traguardo.
Una società fondata su questi principii è destinata a soccombere, in un sistema inevitabilmente basato sulla concorrenza, sulla specializzazione e sulla capacità di intercettare i bisogni degli individui di tutto il mondo.
L’idea che Iglesias, il Sulcis,
Continuare a piangerci addosso, elemosinando prebende alla Regione, al Governo, all’Unione Europea, non ci renderà né più benestanti né più felici. E soprattutto non aiuterà le famiglie a superare i problemi economici, né riporterà gli emigrati in città.
La politica del “più spendiamo meglio è” non ha prodotto alcun risultato. Sono decenni che si va avanti sulla stessa strada, ma non mi sembra che sia cambiato qualcosa.
La storia dei sistemi economici, da secoli e in tutto il pianeta, ha dimostrato come le forze sane della società siano quelle cosiddette “di mercato”: è l’impresa privata che crea occupazione, non il Comune o
Su questa semplice presa di coscienza dovrebbe basarsi un serio programma amministrativo, per riformare da cima a fondo sia la macchina della burocrazia comunale, sia il sistema degli interventi sul territorio.
Voglio fare esempi concreti, per contribuire nella maniera più schietta e tangibile alla soluzione dei problemi.
Prendiamo la pianificazione urbanistica. Già il nome “pianificazione” evoca sinistre analogie con l’Unione Sovietica, il cui sistema economico era appunto basato sui “piani” di intervento del potere pubblico. I Puc, effettivamente, sono strumenti attraverso i quali la politica controlla l’economia edilizia e immobiliare di un territorio, individuando a tavolino le aree edificabili, quelle turistiche, quelle vincolate. Inutile ricordare che le scelte effettuate ovunque mirino più a premiare amici e clientes che a progettare uno sviluppo urbanistico basato su criteri architettonici, ambientali o economici. Trasformare un terreno agricolo in edificabile, infatti, rappresenta un grande affare per chi ne beneficia. Ma non è solo questo il punto. A parte l’aspetto “speculativo”, infatti, ci si dovrebbe chiedere se abbia senso ipotecare il futuro abitativo di migliaia di persone, obbligandole a costruire in determinati contesti piuttosto che in altri, determinando sempre a tavolino chi abbia il diritto di vivere nel proprio terreno e chi no, quali terreni privati (e sottolineo privati) debbano essere rivalutati e quali no. Insomma, per farla breve, il Piano Urbanistico Comunale è il regno dell’arbitrio politico. Iglesias ne è priva? Meglio così, si eviti di farne uno. Ci sono le norme quadro nazionali e regionali, che identificano vincoli di tipo ambientale e architettonico sulle nuove costruzioni. Si utilizzino quelle, senza cedere alla tentazione del potere fine a se stesso.
Decisamente affine alla pianificazione territoriale è il tema del patrimonio immobiliare pubblico. Il Comune è proprietario di edifici, stabili, appartamenti, uffici, terreni. Non conosco le cifre riguardanti Iglesias, ma statisticamente presumo non si discostino granchè dalla media dei Comuni italiani. Spesso rappresentano una ricchezza bloccata e non utilizzata. Ancora più frequentemente si tratta di edifici semi-abbandonati o fatiscenti, di cui l’amministrazione comunale non usufruisce nemmeno. Salvo poi spendere cifre consistenti per l’affitto di locali da adibire a uffici pubblici o para-pubblici, o per la costruzione ex-novo di interi edifici al posto di ristrutturare quelli esistenti. Ha senso tutto ciò? Non sarebbe preferibile mettere all’asta quella parte di patrimonio inutilizzata, ricavando somme da investire in maniera più proficua, superando nel contempo le ristrettezze di cassa e bilancio, delle quali ci si lamenta in occasione delle Finanziarie regionali e nazionali? La risposta non può che essere positiva. Un serio piano di dismissioni del patrimonio immobiliare è certamente tra le priorità di un’efficace azione amministrativa.
Ma il Comune possiede anche attività economiche: pensiamo ai chioschi bar recentemente affidati in gestione, ai siti minerari ristrutturati, all’ostello della gioventù. Oltre ad essere imprenditore, però, il Comune è anche possidente/latifondista e detiene, ad esempio, ettari di territorio adibito a sughereta. Si tratta di beni che, più o meno, portano denaro nelle casse dell’amministrazione, se non consideriamo le spese per la costruzione e/o per l’avviamento delle attività, spesso non remunerate. In teoria, quindi, tutto bene. Il problema, a ben vedere, riguarda la concorrenza sleale svolta dal Comune nei confronti delle aziende private che operano negli stessi settori. Il barista che spende 1500 euro al mese di affitto per un locale commerciale soffrirà la concorrenza di un suo collega che paga al Comune un affitto di 500 euro mensili, per un locale super attrezzato e nuovo di zecca. Così come il possessore di un terreno agricolo non sceglierà mai di piantare querce da sughero, sapendo che il Comune detiene una sorta di monopolio nella gestione di quella risorsa. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, per dimostrare che non ha alcun senso che il Comune rimanga proprietario di attività economiche o di edifici da affittare ai privati (svolgendo un ruolo improprio da immobiliarista). Ancora una volta, può essere utile ricordare che la logica politica non segue le leggi della libera iniziativa privata. Tutt’al più ne scimmiotta il funzionamento, producendo danni seri nel medio-lungo periodo. Per farla breve, un programma amministrativo all’avanguardia deve prevedere la privatizzazione di questo genere di attività.
Il principio della libera iniziativa economica privata vale per tutti i settori in cui l’amministrazione comunale insiste a mantenere monopoli o quantomeno posizioni dominanti. Le bellezze archeologiche, artistiche e storiche del territorio comunale sono una risorsa e come tale vanno trattate. Società, cooperative, imprese turistico/museali, devono essere messe in condizione di poter operare sul mercato dell’intrattenimento e della fruizione dei luoghi e dei saperi caratteristici. Un esempio concreto? Castello, Mura pisane, Chiese storiche, devono essere affidate ad una o più società (la concorrenza è sempre auspicabile) per visite guidate e iniziative di vario genere. I turisti hanno piacere di essere guidati da personale qualificato e determinato, alla scoperta del territorio in cui hanno scelto di trascorrere le vacanze. Discorso identico per l’altro pilastro della storia iglesiente: le miniere. Escursioni, visite, mostre: tutto può essere utile al raggiungimento del risultato. E il metodo più efficiente per arrivare alla meta è sempre l’affidamento delle strutture agli imprenditori del settore. O meglio, ai migliori offerenti, che di conseguenza saranno i più interessati a portare avanti i progetti in maniera intelligente e lungimirante. Con criteri economici e non politici.
Gestione privata, quando non sia possibile o fattibile la cessione, è la soluzione anche per gli impianti sportivi, quali campi di calcio, palestre, palazzetti. Le società e le associazioni sportive devono essere spinte a consorziarsi per affrontare le spese necessarie per manutenzioni e miglioramenti, per poi incassare dalla gestione economica delle stesse strutture nei confronti degli utenti privati. Il modello, nel piccolo, sono gli stadi inglesi, ma non solo, visto che ormai dappertutto si tende a prendere spunto dai britannici per la gestione degli spazi della pratica sportiva. Chi ha interesse diretto, e quindi anche economico, saprà gestire una struttura meglio di qualunque autorità centrale. Questo semplice principio vale praticamente sempre.
Se un ruolo può essere riconosciuto al “buon amministratore pubblico”, questo è lo stimolo. Stimolare gli imprenditori e gli investitori verso progetti di largo respiro. Anni fa si parlava della Disneyland mineraria, troppo spesso con toni e accenti di scherno. L’idea può essere rivalutata, al termine di un processo di bonifiche che dipende dalla Regione e dal Governo centrale, in passato responsabili dell’inquinamento con le società controllate, ed ora chiamate ad intervenire per ripristinare condizioni di sicurezza. Ma a questo genere di iniziative si deve tendere, purchè non si cada ancora negli errori del passato: niente fondi pubblici e niente intermediazione politica. Il sindaco,
Il tema del benessere economico, d’altronde, è decisamente prioritario per tutti, figurarsi per chi vive in una realtà considerata depressa come il Sulcis-Iglesiente. Lo sviluppo, inteso come “crescita della torta” del reddito disponibile, dipende dalla capacità di attrarre investimenti e dalla propensione al rischio imprenditoriale degli agenti economici. L’Italia, da questo punto di vista, sconta ritardi strutturali, a causa di una tassazione eccessivamente punitiva e di un sistema di incentivazione obsoleto e anti-meritocratico.
Come coniugare il taglio delle tasse, a cui si accompagna, nel sistema federalista, una riduzione dei trasferimenti diretti da Regione e Governo, con le politiche di bilancio? Ovvero, con la spesa? Chi scrive, crede fermamente nella necessità di ridurre la spesa pubblica. Si parla, spesso a sproposito, di aumento del debito pubblico, di deficit delle amministrazioni locali “corrotte”, ma poi non si fa nulla per invertire la rotta. I bilanci dei Comuni sono inflazionati di spese correnti e di debiti su mutui e prestiti accesi nel passato. Nel primo caso, un’amministrazione lungimirante, consapevole della necessità di liberare risorse, lasciandole nelle tasche dei legittimi proprietari, dovrà tagliare compensi, emolumenti e gettoni di presenza ai rappresentanti “politici”: consiglieri comunali e assessori, certo, ma anche, se non soprattutto, consulenti, consiglieri di amministrazione, pseudogestori di pseudoenti. Per poi sforbiciare tutta quella serie di spese di rappresentanza e di costi non legati all’effettivo funzionamento della macchina amministrativa. Che, alla fine dei conti, dovrà comunque essere messa a dieta. Anche sul numero e sulle attribuzioni dei dipendenti comunali. Sul secondo aspetto, quello della restituzione dei prestiti, si potrà fare poco, se non evitare assolutamente di ricorrervi ancora. Dal lato delle entrate, il minor gettito iniziale potrà essere corretto dagli introiti delle privatizzazioni e della vendita del patrimonio immobiliare.
Già immagino gli strali sulla macelleria sociale e sui tagli ai servizi di “base”, che sempre si accompagnano alle proposte di riduzione della spesa degli enti pubblici. La realtà è molto differente. Le amministrazioni destinano una cifra irrisoria alle politiche sociali vere e proprie. Mi riferisco all’aiuto concreto per coloro che, nonostante tutto, non riescono a racimolare il reddito necessario per mettere insieme il pranzo con la cena. Al netto delle elemosine ai furbetti scansafatiche, purtroppo sempre molto numerosi nelle file davanti alla porta dell’assessore competente. Gli aiuti agli indigenti, insomma, sono sacrosanti, in un sistema che destina oltre la metà del reddito prodotto dai cittadini a Stato/Regioni/Province/Comuni, così come gli interventi a favore di portatori di handicap gravi, orfani e persone realmente impossibilitate a lavorare. Purchè ci sia un controllo più accurato e una gestione trasparente. Ma non possiamo continuare a considerare politiche sociali i convegni sull’immigrazione o quelli sulla storia del piffero antico delle valli della Maurreddinia….
Lo stesso metro di giudizio può essere utilizzato per analizzare la vicenda dei contributi distribuiti dal Comune alle associazioni. Tutti sanno che una percentuale non indifferente di questi gruppi nasce al solo scopo di usufruire si queste prebende. Ma nessuno, alla fine della fiera, fa nulla per cambiare il sistema. Che va assolutamente rivoluzionato, per rispondere alle esigenze degli organizzatori seri e per evitare che un fiume di risorse pubbliche vada solennemente sprecato. Attualmente, infatti, le associazioni culturali, sportive, di volontariato, ricevono contributi a piè di lista e/o sponsorizzazioni/patrocini e/o rimborsi, sulla base della discrezionalità assoluta di chi amministra la città. Sindaci e assessori, insomma, distribuiscono il denaro a coloro che reputano meritevoli. Inutile, ancora una volta, mettere l’accento sul carattere clientelare della cosa. Da qui l’esigenza di riformare radicalmente il sistema. Le associazioni facciano quel che devono, cioè organizzino le attività, si autofinanzino, cerchino sponsor privati e donazioni. Certificando il tutto con documenti “contabili”. Il Comune permetta poi alle aziende che hanno sponsorizzato, alle persone fisiche che hanno contribuito, di detrarre tale “costo” dall’imposizione comunale. In questo modo, gli imprenditori ed i privati cittadini avranno l’incentivo a partecipare attivamente al finanziamento delle loro manifestazioni preferite. E le associazioni serie non dovranno temere la concorrenza sleale di chi vive di elargizioni della politica, senza essere realmente capace di creare nulla di duraturo ed apprezzabile.
Esiste poi un corposo capitolo legato alle cosiddette riforme a costo zero, utili a migliorare la vita quotidiana dei residenti o semplicemente a rendere più efficiente il funzionamento di alcuni servizi. Partiamo dalla raccolta e dal riciclo dei rifiuti solidi urbani. La città di Iglesias è decisamente indietro rispetto agli standard nazionali e regionali, con un sistema ancora “misto”: nel centro storico si fa il porta a porta, mentre nel resto della città si differenzia pochissimo, con i cassonetti classici, quelli onnicomprensivi, ancora a disposizione di tutti e quelli per la differenziata scarsamente numerosi e ancor meno utilizzati. Un allargamento del sistema che ha dimostrato di funzionare meglio, producendo maggiore differenziazione dei rifiuti e quindi maggior recupero dei materiali e minor stoccaggio in discarica, è doveroso. Ma senza ricadere negli errori di numerose amministrazioni locali, che ad un risultato migliore in termini di raccolta hanno accompagnato un inasprimento delle tariffe. La logica suggerisce invece che dovrebbe accadere il contrario, dato l’abbassamento dei costi di discarica e l’arricchimento delle imprese fornitrici del servizio grazie alla vendita dei rifiuti differenziati, vera e propria materia prima di altri stabilimenti. Nel rispetto della normativa attuale, infatti, sarebbe il caso di studiare un sistema capace di “rendere” economicamente vantaggiosa la vendita del rifiuto ad aziende concorrenti. Al migliore offerente, insomma, che poi lo rivende o lo ricicla direttamente. E
Nell’attesa della agognata liberalizzazione dei servizi pubblici, richiesta a gran voce dalle istituzioni europee e promessa in ogni campagna elettorale che si rispetti (salvo poi vederla puntualmente inattesa), il Comune dovrebbe procedere all’apertura al mercato di quei servizi per i quali la legge non prevede l’obbligo di erogazione pubblica. Ad esempio, si deve evitare la creazione di nuovi carrozzoni para-comunali quale le società in-house. La cura del verde pubblico, i servizi di guardiania, ma anche la fornitura di “servizi burocratici” (spesso abbastanza inutili…) potrebbero essere affidati a imprese private. A cui invece si preferisce fare concorrenza, sprecando una marea di soldi pubblici. Credo sia inutile far notare quanto denaro sarebbe risparmiato e quanti soldi, di conseguenza, resterebbero nelle tasche dei legittimi proprietari.
Tra le riforme senza stanziamenti in denaro, si possono annoverare anche quelle del traffico e della viabilità. Uno dei problemi principali di Iglesias è la carenza di aree adibite a parcheggio. Se l’amministrazione comunale evitasse di avocare a sé una sorta di monopolio sugli spazi a pagamento, si potrebbe pensare ad una concorrenza tra fornitori di parcheggi, in aree private e dedicate. Un cittadino potrebbe così mettere a disposizione un proprio terreno, renderlo adatto ad ospitare un parcheggio così come prevede la legge e ricavarne un introito, che dopo aver investito è il minimo che si possa aspettare. Il Comune, invece, dovrebbe pensare agli spazi pubblici a parcheggio libero, senza fare l’esattore o l’imprenditore monopolista.
In conclusione, le proposte fin qui analizzate mirano al raggiungimento di una duplice serie di obiettivi: da un lato, ridurre il peso insostenibile del sistema pubblico, finanziato con i risparmi dei contribuenti. Dall'altro, creare opportunità di lavoro e di guadagno per tutti coloro che dimostreranno di averne le capacità.
Liberare risorse per fare in modo che l'occupazione e la ricchezza non siano più nelle mani di politici più o meno illuminati, ma possano essere alla portata di tutti. Perfino di chi non possiede padrini.
Ragazzi, non è che non abbia voglia di scrivere. Anzi. E non è nemmeno il tempo che mi manca.
Il problema è che sono affetto dalla febbre di Facebook. E la mania del commento, della battuta, della “nota”, del “mi piace”, è una brutta bestia per un blogger. Perché si finisce con lo scrivere solo ed esclusivamente sulle pagine del social network, trascurando quelle del proprio diario di bordo.
Faccio penitenza per le lunghe assenze, quindi, e scrivo qualcosina sui temi caldi degli ultimi tempi.
1) Tremonti. Il superministro per l’Economia, sempre che non si offenda per l’affronto di aver accostato il termine “Tremonti” a quello “Economia”, rischia il posto. E si, proprio lui che ha tessuto l’elogio del “posto fisso” di fantozziana memoria. Qui lo si è detto in tempi non sospetti: Silvio, dimettilo. Ma le ultime uscite dell’unico, vero, delfino di Umberto Bossi pare abbiano convinto anche i recalcitranti berluscones della necessità di cambiare rotta. Non è detto che l’operazione vada in porto, ma almeno si può finalmente discutere di temi economici, come l’abbassamento delle imposte, le liberalizzazioni, il taglio della spesa pubblica.
2) Il ritorno del mito del posto fisso. Tremonti (ancora lui) ha detto un’ovvietà condita di moralismo sociologico. Il suo piatto forte, insomma. La realtà, come sa chiunque abbia studiato Economia (ancora lei), è che un mercato del lavoro rigido, in cui è difficile entrare e uscire, crea disoccupazione. L’abbiamo sperimentato per almeno 20 anni, in cui i disoccupati hanno raggiunto cifre vicine al 12%. La flessibilità, tanto criticata, aveva portato il dato al 6%. Si lavori, invece, sul lato del reinserimento e su quello del paracadute. Un ammortizzatore sociale unico, a tempo e slegato da sindacati e ricatti politici, sarebbe l’ideale. Perché il dramma non è perdere il lavoro (meno che mai il “posto”), semmai quello di non trovarne un altro in tempi brevi, senza godere di alcuna entrata.
3) L’ora di religione islamica. Premetto che ho iniziato ad apprezzare Gianfranco Fini proprio per le aperture sui cosiddetti temi etici e sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Come sulla cittadinanza breve, necessaria soprattutto per i figli degli immigrati che vivono in Italia dalla nascita. Ma stavolta lui (o chi per lui) ha toppato in pieno. Già l’ora di religione cattolica è un obbrobrio di origine lateranense, e andrebbe abolita. Ma se estendessimo il principio a tutte le religioni, ci potrebbe perfino arrivare una richiesta di Tom Cruise per l’ora di Scientology. Che ognuno sia libero di professare ed imparare i dogmi della religione che preferisce, invece. Ma la scuola, soprattutto quella pubblica (fino a quando non ci si deciderà a privatizzarla), non può svolgere questo compito. Si abolisca anche l’ora di religione cattolica e se proprio si vuole fornire un’infarinatura uguale per tutti, si studi la storia, la genesi e la struttura di tutte le religioni presenti nel mondo.
4) Il caso Marrazzo. L’ex smascheratore di truffe, a quanto pare, è stato ricattato e truffato a sua volta, a causa delle sue frequentazioni sessuali con alcuni transessuali. Nulla di male né di scandaloso, secondo me, nel farsi gli affaracci propri. Mentre grande schifo provo nei confronti dei Carabinieri che lo hanno ripreso e ricattato, estorcendogli anche un bel gruzzoletto (si parla di 80.000 euro). Detto questo, che deve valere per tutti, non ci si può nascondere dietro il famigerato dito, né dietro ad altro. Verrà attuata la stessa campagna moralista avviata nei confronti del premier? Sentiremo ancora affermare che un “politico così importante non può avere una vita privata”? O che “un politico ricattabile per i suoi interessi privati si dovrebbe dimettere”? Arriveranno i giornalisti d’assalto a chiedere al loro collega se è vero che è andato a letto coi trans? Se li ha pagati? Quanto? E se poi è vero che ha ceduto ai Carabinieri che lo ricattavano, pagando l’estorsione? Insomma, chi la fa l’aspetti, si diceva una volta. Non mi auguro che Marrazzo finisca nel tritacarne del circuito stampa/magistratura, ma almeno spero che questo fatto ponga la pietra tombale sulle immani cavolate che siamo stati costretti a sentire per mesi e mesi sui pruriti di Berlusconi.
In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.
Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.
Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.
E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).
Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?
Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.
Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.
D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.
Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.
Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.
La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.
Il mare magnum del liberalismo italico è in continuo movimento. Un ribollire di idee, speranze, propositi, fra tentativi di fondare nuovi partiti e/o riesumare i cadaveri dei vecchi simboli.
Il disagio politico di coloro che credono nella libertà individuale e si riconoscono nelle pur differenti sfaccettature della galassia liberale, è palese ed evidente.
Il PDL è meno liberale di quella che fu Forza Italia, e non poteva essere altrimenti, considerando la storia e la cultura di base degli affluenti “minori” del Popolo della Libertà.
Il PD è ancora eccessivamente ibrido e sconclusionato per poter annoverare tra le sue culture di riferimento quella liberale, per non parlare di quella liberista e libertaria, assolutamente sconosciuta nel principale partito della sinistra.
Non è nemmeno il caso di citare le ali estreme dell’agone politico, in quanto il liberalismo è distante anni luce dai fondamentalismi e dai totalitarismi di destra e sinistra.
Rimane l’UDC, al centro della contesa, ma le espressioni “Unione delle Clientele” (by Silvio Berlusconi) e “Ufficio di Collocamento” (by Nicola Rossini) rendono bene l’humus culturale e la ragione sociale del partito di Casini.
Esistono, sopravvissuti al bipolarismo ed alla necessità di chiarezza dell’offerta politica, divenuta ineluttabile a cavallo di Tangentopoli e consolidatasi nell’ultimo quindicennio, microforze politiche che si rifanno alla grande tradizione liberale: nel centrosinistra
Si tratta di piccoli movimenti, magari anche culturalmente attivi, che sommati rappresentano, però, meno dello 0,5% dell’elettorato. Ergo, non contano nulla.
Ed è proprio da questa semplice constatazione che i liberali dovrebbero partire per capire che l’unica strada percorribile è quella dell’aggregazione.
In un periodo di transizione come quello che si sta attraversando, nel quale il sistema politico “traballa”, tra spinte bipartitiche forti e tentativi di restaurazione del vecchio status quo catto-centrico, il compito di chi crede nella libertà individuale come paradigma di ogni decisione “pubblica” è solamente quello di fare rete, squadra, gruppo, in attesa di un possibile reset del sistema istituzionale e democratico del Paese.
Il dopo Berlusconi, secondo quasi tutti gli analisti e i commentatori politici, produrrà effetti sconosciuti in entrambi i “poli” e condurrà ad un nuovo equilibrio.
Ora, l’uomo è forte, fisicamente, mentalmente ed economicamente, ma non è immortale né politicamente eterno. Quindi, prima o poi dovrà pur accadere che lo scettro della politica italiana, che, comunque la si pensi, gli appartiene da 15 anni abbondanti, passi di mano.
Ed in quel momento, i liberali italiani dovranno già essere in “contatto” tra loro per decidere cosa fare da grandi.
E nell’attesa? Bè, fino ad allora si dovrà lavorare, per l’appunto, nella costruzione dei link tra le diverse anime del liberalismo, siano essi singoli individui, associazioni, gruppi, movimenti o micro-partitini.
In una parola: provare a vedersi, incontrarsi, lavorare insieme a piccoli progetti di stampo culturale, progettuale, magari anche editoriale.
In un’altra parola: fare lobbing. Per produrre idee e spunti di governo e farli diventare realtà nell’azione di quei soggetti politici che hanno intenzione di farli propri.
In Sardegna ci stiamo provando. A breve presenteremo il nostro “laboratorio”, nella speranza che anche altrove si decida di “copiare” un qualcosa che funziona. E che vede lavorare insieme persone che poi, alle urne, scelgono liberamente se e chi votare.
L’abbassamento delle tasse? Può attendere. Le liberalizzazioni? Ma no, le proponeva Bersani. La rivoluzione liberale? Mai detto niente di simile. L’operato ed il substrato “culturale” (ehm…) del Governo Berlusconi 2008-2009, come è ormai palese ed inequivocabile, non possono essere confusi con i principi liberali. Nulla di strano, se si pensa ai temi dell’ultima campagna elettorale, che non prometteva nulla di buono. Certo, si era comunque parlato di addio all’oppressione fiscale “prodiana” e di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma già le parole d’ordine, rispetto al 1994, al 1996 ed al 2001 erano profondamente mutate.
A non essere cambiata, però, è la mentalità della base elettorale “storica” di Forza Italia. Quel popolo delle partite Iva, per azzardare una definizione certamente non onnicomprensiva, né particolarmente felice, allevato a suon di “rivoluzioni liberali”, “meno tasse per tutti”, “meno Stato più libertà”, che da anni lotta per veder realizzate queste promesse. Si tratta, in larga misura, del popolo azzurro, nato e cresciuto politicamente proprio con Silvio Berlusconi. Uomini e donne nati anagraficamente soprattutto negli anni ’70 e ’80, nauseati dall’assistenzialismo e dallo statalismo di quasi tutti i partiti del cinquantennio democratico della Prima Repubblica, le cui istanze di cambiamento furono raccolte dal miliardario televisivo che parlava così bene di libertà e, di conseguenza, di ricerca individuale della felicità.
Il grande merito di Berlusconi, infatti, non fu tanto la fondazione di Forza Italia, quanto l’aver sdoganato i temi dell’oppressione fiscale, della riduzione del sistema burocratico ed in generale della sfera di influenza del pubblico sulla vita privata, dell’antistatalismo come reazione ad un sistema soffocante e persecutorio.
Milioni di persone si avvicinarono al partito azzurro perché affascinati da quest’uomo e dalle sue idee, diverse da quelle propinate da tutti gli altri. Milioni di uomini e donne sbeffeggiati per anni e messi all’indice come appestati, ma orgogliosi di essere portatori di un grande progetto: la rivoluzione liberale, una rivoluzione pacifica ed incruenta, capace di cambiare la rotta di un Paese in lento ma costante declino.
Fino al 2001, parole, slogan ed azione politica hanno seguito lo stesso binario, per poi iniziare ad allontanarsi negli anni del 2° Governo Berlusconi, tra il 2001 ed il 2006. La colpa, si disse, fu degli alleati riottosi, con UDC e AN troppo legate a logiche spartitorie, di potere e perciò stataliste.
Una scusa, a bocce ferme. Perché senza il partito di Casini, con AN in un angolo nella transizione verso il PDL, non solo le cose non sono migliorate, ma addirittura alla scomparsa dell’azione liberale ha fatto seguito l’addio perfino della terminologia. Il sogno della rivoluzione liberale, insomma, è stato riposto mestamente in un cassetto. Dimenticato. Come un errore di gioventù.
Ma il malcontento, come viene ormai rilevato anche dai sondaggi sul gradimento di premier e governo, monta inesorabile.
Ad allontanarsi dal PDL sono soprattutto i liberali veri, quel nucleo azzurro, quel “popolo della rivoluzione liberale” che ha assorbito talmente a fondo i principi del primo Berlusconi da poterglieli rinfacciare senza timori. Senza temere di diventare i primi detrattori di colui che in passato fu capace di toccarne le corde del cuore, allevandone sogni e speranze, e che oggi rischia di perdere il contatto con i protagonisti più veri della sua fortuna politica.
Passata la festa, gabbato lo santo. Il Santo Natale, intendo. Perché l’obiettivo unitario della pubblica opinione nel periodo appena trascorso era evitare il crollo dei consumi.
Così è stato, sostanzialmente, nonostante le cassandre di Ballarò o delle associazioni dei consumatori, giunti ad evocare ipermercati vuoti ed improbabili cali del 20% rispetto a dodici mesi fa.
Il Natale rappresenta sempre un formidabile motivo per spendere il denaro guadagnato col lavoro e con l’ingegno. Si mangia parecchio, si comprano regali più o meno utili, si visitano numerosissime attività commerciali e magari ci si ricorda di dover acquistare proprio quel televisore o quel cellulare. Insomma, se l’intento era quello di spendere, ci siamo riusciti anche stavolta.
Per la gioia dei commercianti, del cosiddetto popolo delle partite IVA e del premier. Berlusconi si spende sempre parecchio quando c’è da spingere i consumi. E’ un suo pallino. Ogni volta, però, si dimentica di completare un ragionamento che parte in maniera corretta, ma non arriva al dunque.
E’ sacrosanto affermare che se gli acquisti si bloccano, l’economia ne risente. Le aziende vendono meno e sono costrette a ridurre investimenti, personale, produzione. Ed il sistema, come si suol dire, si avvita su se stesso.
Ma per completare il discorso non si può fare a meno di sostenere che il tassello mancante è il risparmio.
Se tutti i cittadini italiani spendessero tutto il proprio reddito per il consumo, non sarebbe mai possibile l’accumulazione del capitale, conditio sine qua non per gli investimenti, per l‘avvio di nuove imprese o per l’ampliamento dell’esistente. Il risparmio, insomma, è motore dell’economia almeno quanto il consumo. Adam Smith insegna:
“I capitali aumentano con la parsimonia e diminuiscono con la prodigalità… Tutto ciò che si risparmia dal proprio reddito aumenta il proprio capitale… Come il capitale di un individuo può aumentare soltanto mediante ciò che egli risparmia dal suo reddito annuale, così il capitale della società può aumentare soltanto allo stesso modo…. È la parsimonia e non l’industria la causa diretta dell’aumento del capitale…. Per quanto l’industria possa acquisire, se la parsimonia non risparmiasse ed accumulasse, il capitale non potrebbe mai aumentare. La parsimonia, aumentando il capitale destinato al mantenimento di lavoratori produttivi, aumenta il valore della produzione… Essa mette in moto una quantità addizionale di industria, che aggiunge valore al prodotto annuale della società.”
Una visione ineccepibile, nella sua semplicità. Una banalità, verrebbe da dire, se non fosse che siamo stati abituati a pensare che chi accumula capitale è come minimo un ladro o un delinquente.
Ed anche coloro che per estrazione culturale e per vita vissuta dovrebbero promuovere il risparmio tra le “buone pratiche”, come il capo del Governo attuale, sembra preferiscano non scottarsi troppo, ripiegando sui più comodi consigli per gli acquisti.
ATTENZIONE: POST MEDIO-LUNGO
A costo di essere fuori moda, superato, stonato rispetto all'ondata statalista in ascesa, rimango convinto che il mercato, il libero-mercato, il sistema capitalista, la metodologia liberista, o comunque si voglia definire l'idea che gli uomini producano ricchezza e benessere se lasciati liberi di scegliere la propria strada, sia l'unica via percorribile.
Potrà apparire impervia, in alcuni frangenti; potrà essere dura; ma è l'unica che non porta verso il baratro. Parafrasando un famoso detto, il sistema del libero scambio (delle merci, dei capitali, dell'opera dell'uomo, delle idee) è il peggior sistema possibile, escludendo tutti gli altri.
Voglio dire, non ci vuole una laurea ad Harvard per rendersi conto che i sistemi alternativi hanno tutti fallito miseramente. Al liberalismo (peraltro mai applicato al 100% nela storia umana) infatti, si sono sempre opposti i sistemi socialisti. Dal nazionalsocialismo al socialismo reale, che oltre ala catastrofe economica hanno brillato per aver creato un apparato repressivo allucinante; alle socialdemocrazie, impelagate, chi più chi meno, nel gorgo del debito pubblico, e spesso messe in difficoltà dai cosiddetti Paesi emergenti, solitamente meno oppressi da fisco, stato sociale e limitazioni di vario genere.
Purtroppo, però, i principii liberali hanno un appeal limitato tra chi deve scegliere la "strada" da percorrere. I politici, in primo luogo, e tutti coloro che hanno potere di rappresentanza (sindacati e burocrati), vivono grazie alle sovvenzioni dei propri conterranei. Se tali contributi diminuiscono, tutto il castello costruito negli anni e fatto di prebende, posti di potere, clientele, appalti, decade miseramente. Ecco perchè, pur di non limitare il peso dello Stato (inteso come "settore pubblico"), ci si inventa di tutto. Dalla macelleria sociale legata alla riduzione delle tasse, al diritto alla scuola o alla casa (a spese degli altri, ovviamente), alle crisi vere o presunte per cui lo "Stato DEVE intervenire".
E veniamo al dunque: lo statalismo ha rialzato la cresta, dopo due decenni di difficoltà, nell'ultimo lustro. Prima il terrorismo internazionale, poi gli scandali finanziari ed infine la crisi della finanza, nata dai mutui subprime, anche per il modo di affrontare le notizie scandalistico e catastrofico, hanno creato sfiducia, malumori e timori nella stragrande maggioranza delle persone, soprattutto in quelle poco istruite ed informate. La risposta è tanto chiara quanto prevedibile, ma al tempo stesso dannosa. La cura richiesta alla politica è: più Stato, più protezione pubblica. Inutile sottolineare che questo significa automaticamente più spesa pubblica, ovvero più imposte, ovvero ancora meno soldi nelle tasche dei residenti e più potere alle caste.
Ma torniamo al motivo scatenante. La crisi finanziaria globale, che a detta di molti, tra cui l'ex premio Nobel per l'economia Samuelson, sarebbe dovuta al liberismo sfrenato dell'America (mentre con Bush la spesa pubblica è addirittura aumentata, purtroppo...), sarebbe il certificato di morte del liberalismo e del sistema capitalista (sinonimo di libero mercato).
La realtà dei fatti, come sa chi ha seguito tutta la vicenda dalle origini, è assai differente. Riassumendone le tappe, si può dire che negli USA la richiesta di mutui a basso costo (ispirata anche dalle teorie sul "diritto alla casa") è stata accolta dalle banche parastatali Fannie Mae e Freddy Mac, le quali, spinte dai propri controllori pubblici che volevano accontentare i rispettivi elettori, hanno rilasciato prestiti in cambio di nulla. Ecco i cosiddetti subprime. L'elevata insolvenza dei clienti (per forza...) ha di fatto obbligato le banche che via via hanno copiato i due colossi pubblici statunitensi (facendo uso di mutui a rischio), ad esporsi con obbligazioni e titoli legati ai prodotti spazzatura di cui sopra (i laureati in economia scuseranno la semplificazione grossolana). Ed è nata la catena di cui oggi si pagano le conseguenze. A questo scenario, si aggiunga l'irresponsabilità dei management bancari e finanziari, inseriti a pieno titolo in un sistema affatto liberista. Dirigenti e intermediari, infatti, hanno guadagnato cifre esorbitanti nonostante facessero andare in perdita datori di lavoro e clienti. Una follia, basata su una mentalità ed un approccio opposto a quello liberale legato alla responsablità individuale, che vorrebbe la punizione per chi sbaglia (dirigenti licenziati e truffati indennizzati dai colpevoli), fino alla chiusura delle imprese fallimentari.
In questo scenario, quale sia il black-out del sistema liberale non è dato sapersi. Si dirà: ma se perfino Samuelson ha accusato il capitalismo (sempre sinonimo di libero mercato) di aver causato tutto e di aver chiuso con la storia, un motivo ci sarà. Infatti, il motivo c'è. L'ex Nobel è acerrimo nemico di Bush, anti-repubblicano e pro-Obama. A due settimane dal voto presidenziale a stelle e strisce ha pensato bene di intervenire.
I fautori dello stop al capitalismo crescono, comunque, dappertutto. In Italia, a parte il centrosinistra (sia quello cattolico che quello post-neo-ex comunista) e la destra sociale, da sempre avverse alla libertà economica, abbiamo assistito allo scivolamento verso il Leviatano di Tremonti prima e di Berlusconi poi (fatto salvo qualche sussulto di dignità).
Il prestito ad Alitalia, la conferma dei sussidi in agricoltura, la mancata riduzione delle imposte (se escludiamo l'ICI), ne sono una prova. Ma ciò che spaventa è la determinazione Tremontiana nel richiamare l'interventismo statale anche in economia. Un scelta suicida che rischia di trascinare, questa si, molte persone verso un futuro meno piacevole e meno libero.
Anche il Governo Berlusconi, al dunque, si sta rivelando un esecutivo poco liberale.
Utilizzo il termine liberale in senso puro, ovvero come liberale in teoria politica, in quella economca (liberista) ed in quella civile (libertario).
Pur con sprazzi di intelligente "spirito libero", tra cui vanno annoverati gli interventi di Brunetta nella P.A., della Gelmini nella Scuola e della Prestigiacomo nel settore ambientale, la sensazione, già assaporata durante la campagna eletttorale, è che Berlusconi in persona e di conseguenza l'operato del suo Governo, abbiano abbandonato l'approccio liberale che ne aveva contraddistinto la fase 1994-2001 ed anche qualche momento della legislatura 2001-2006 e del successivo biennio all'opposizione.
Non mi soffermerò a lungo su questo aspetto, avendolo già affrontato in numerosi post ed articoli precedenti.
Ciò su cui mi voglio soffermare è la tendenza dei politici ad abbandonare la nave che temono (a torto o a ragione) stia affondando.
In Italia, dopo i comunisti senza comunismo, i socialisti senza socialismo, i fascisti senza fascismo e perfino i secessionisti senza secessione, ora possiamo annoverare anche i liberali senza liberalismo.
Berlusconi ed i suoi più stretti seguaci, infatti, sono passati dall'autodefinirsi liberali al criticare aspramente il sistema di valori su cui l'essere liberali si fonda. Le critiche al libero mercato, il plauso all'interventismo pubblico, il consenso agli aiuti di Stato, ne sono una prova lampante.
Ma a stupire più di ogni altra cosa è il motivo di tale dietrofront. La "Crisi Finanziaria Mondiale", le cui colpe sono state attribuite in toto al liberismo selvaggio.
Una definizione che spesso si accompagna al liberalismo economico, ma che duole sentir pronunciare da bocche che ne hanno tratto vantaggio elettorale per oltre un decennio. E se un Tremonti lo si può anche accettare (si fa per dire..), un Berlusconi che dà le colpe al capitalismo (e nel prossimo post spiegherò perchè non è vero) risulta francamente indigesto.
Infiltrati comunisti nel Governo Berlusconi?
Pur rischiando di passare per il fustigatore del Governo Berlusconi, non riesco a tacere. Non posso digerire i molteplici errori dell'esecutivo, in questa fase amministrativa.
Si annunciano tagli e poi si stanziano somme, più o meno importanti, per attività inconcepibili e decisamente superflue.
Prendiamo le "comunità giovanili" della ministra Giorgia Meloni. La sua intervista sul "Giornale" è imbarazzante. Si va dall'esultanza per aver "scucito a Tremonti 5 milioni di euro" per tale progetto, alla pastetta dei luoghi comunistoidi con "i 'gggiovani che vogliono spazi in cui esprimere liberamente le loro idee e le loro creazioni artistiche".
Senza dimenticare i richiami al "senza scopo di lucro" ed al "fuori dalle logiche di mercato". Insomma, spazi autogestiti, senza spendere denaro, si direbbe. Invece, il denaro (pubblico) verrà speso e gestito da "un comitato elettivo controllato da un garante". Un carrozzone politico quindi. "Ma niente sezioni di partito camuffate", ha tuonato la più giovane esponente del Governo, degna erede di un'altra illuminatissima ministra delle Politiche Giovanili, tal Giovanna Melandri.
Degna di nota anche la confusa lettera di un altro giovane Ministro, quel Luca Zaia, trevigiano doc, prodotto del vivaio leghista, parcheggiato, verrebbe da dire, all'Agricoltura.
Zaia ha risposto piccatamente alle sensate proposte dell'Istituto Bruno Leoni, sulla necessità di abolire le sovvenzioni europee per il settore agricolo, vero freno alla capacità produttiva. Ma soprattutto ha insistito sul prezzo politico per il "pane". Una follia da regime totalitario, tra Chavez e Mao Tse Tung. Ma se a proporla è un Governo di centrodestra, tutto va ben madama la marchesa.
Le delusioni, di conseguenza, non mancano. Non tutto è da buttare, certamente, ma dall'esecutivo che doveva cambiare l'Italia si deve pretendere molto di più. E di meglio.
Caro Governo, cara opposizione
La legislatura avviata con le elezioni del 13 e 14 Aprile 2008 era iniziata sotto auspici decisamente interessanti.
Fuori le estreme dal Parlamento. Dentro soltanto 6 partiti. Tre al governo, tre all'opposizione. Uno soltanto di questi ultimi in contrapposizione frontale alla maggioranza.
Il clima ideale, o quasi, per lavorare seriamente, al governo ed all'opposizione.
E invece, dopo appena tre mesi e mezzo, sembra di essere ripiombati ai "bei tempi" della Casa delle Libertà e dell'Unione. Demagogia a gogò, scontri furibondi, accuse reciproche. E le riforme annunciate da tutti? Rinviate a tempi migliori.
Così, mi permetto di scrivere una lettera alla maggioranza ed una alla minoranza.
Egregio Governo Berlusconi IV,
a seguito del voto del 13 e 14 Aprile 2008, la maggioranza che Vi sostiene, in Parlamento e nel Paese, è numericamente imponente e sostanzialmente coesa. Si tratta, quindi, della situazione ideale per governare il Paese, in un momento particolarmente delicato. L'Italia ha assoluta necessità di cambiamenti epocali, di riforme incisive e di una scossa effettiva all'economia ed alla organizzazione sociale. Chi vi ha dato fiducia ha sperato, e probabilmente spera ancora, che la vostra azione operi fondamentalmente in due direzioni: verso l'abbassamento dell'imposizione fiscale e verso il taglio della spesa e del debito pubblico. E se alcune delle iniziative fin qui intraprese possono essere catalogate come positive - pacchetto sicurezza, circolari Brunetta, blocco automatismi per i contrattisti a termine e per il turnover nella P.A, abolizione dell'ICI - altre sembrano andare nella direzione opposta, o perlomeno denotano una prudenza eccessiva. La crescita si prospetta intorno allo zero, l'inflazione galoppa, i redditi personali soffrono, e proprio per questo ci sarebbe bisogno di uno shock fiscale. E invece, le aliquote Irpef e Ires sono rimaste immutate, l'Irap è ancora là, l'IVA non è stata ridotta in alcun settore. In più, ecco la Robin Tax e l'inasprimento delle imposte per banche ed assicurazioni. Dall'altro lato - quello della spesa - si è semplicemente rallentata la crescita, limitandone gli effetti disastrosi. Ma è mancato il coraggio, ad esempio, di dismettere parte del patrimonio pubblico, di liberalizzare i servizi pubblici locali, per non parlare di Alitalia, Trenitalia, Poste Italiane. Per questo, mi chiedo e Vi chiedo: è solo prudenza, oppure la politica del Governo Berlusconi è decisa solo dal Ministro Tremonti? Avete intenzione di tagliare le tasse e la spesa, in misura evidente, restituendo la proprietà dei frutti del loro lavoro ai cittadini, responsabilizzando e non penalizzando gli individui che hanno la fortuna - nonostante tutto - di vivere in Italia? Volete rispettare il patto implicito che vi lega al vostro elettorato, oggi nettamente maggioritario nel Paese, regalando maggiori libertà economiche, civili e di scelta? Se si, non abbiate timore: non sarà uno sciopero o una manifestazione di piazza a fermarvi. Altrimenti, sappiate che la pazienza ha un limite e che nessuno di noi ha firmato una delega in bianco.
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Spettabile opposizione,
mi rivolgo a quanti tra voi hanno creduto realmente alle parole del vostro leader Walter Veltroni in campagna elettorale. Dall'abbandono della politica dei No a tutto e dell'antagonismo aprioristico, all'apertura verso un rapporto collaborativo e non conflittuale tra imprenditori e dipendenti, dall'accoglimento di termini come merito, liberalizzazioni, concorrenza, competizione - fino a poco fa considerati bestemmie a sinistra - fino alla proposta di abbattere la spesa pubblica di 45 miliardi di euro in tre anni, le novità veltroniane avevano squarciato un velo nella vostra parte politica. La quotidiana battaglia parlamentare e la ricerca del consenso immediato nella cosiddetta opinione pubblica, invece, sembra vi abbiano fatto allontanare dagli obiettivi illustrati al momento della competizione elettorale. Le recenti polemiche sull'immigrazione illegale, sul mercato del lavoro, sui tagli alla spesa pubblica, non vanno nella direzione tracciata tre mesi fa dal vostro leader. Per questo vi chiedo di riflettere e di ritornare sui vostri passi. Se realmente volete essere un'alternativa a questo Governo, incalzatelo e criticatelo laddove non opera nella direzione da voi auspicata. Sulla spesa pubblica, ad esempio, spingete perchè i tagli siano effettivi e consistenti, non perchè siano annullati. Sul pubblico impiego, evitate di apparire come i conservatori dello status quo, ma criticate il Governo quando non riesce ad abolire enti inutili e posti parassitari. Insomma, se non avete intenzione di rimanere all'opposizione per sempre, cercate di ragionare come se foste al Governo. La credibilità si acquista con il proprio operare, non certo sbraitando scompostamente per 5 anni.