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giovedì, 16 luglio 2009

Il ruolo sociale della pubblicità

Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".

Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.

Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.

L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.

Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".

La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.

Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.

Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.

Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.

Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare"  conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.

Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.

Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.

Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.

postato da: Liberalista alle ore luglio 16, 2009 19:14 | link | commenti (2)
categorie: economia, informazione, berlusconi, pubblicità, mercato, ignoranza, capitalismo, luogocomunismo
lunedì, 20 aprile 2009

Di razzismo, neolingua e allarmi mediatici

Siamo alle solite. Non appena un comportamento "normale", nel senso che rientra nelle abitudini di un particolare contesto, viene rivolto a una persona negra, scatta l'accusa di razzismo.

Mi riferisco, ovviamente, al caso Balotelli. Il giovane attaccante dell'Inter, 18enne, negro e italianissimo, è stato oggetto di fischi e insulti da parte della tifoseria della Juventus, in occasione dello scontro diretto giocato sabato sera a Torino.

Tra il disgustato e lo scandalizzato, i commenti degli opinion makers hanno riportato con grande enfasi e soddisfazione le parole del presidente nerazzurro, Massimo "El Che" Moratti: "E' una vergogna! Se fossi stato allo Stadio, avrei ritirato la squadra".

Ma cosa è successo, effettivamente, all'Olimpico di Torino? Cosa è accaduto di tanto eclatante?

In realtà, nulla. Chi ha visto la partita in tv ha assistito, inizialmente, a una grande ostilità nei confronti di Zlatan Ibrahimovic, ex bianconero giudicato evidentemente un traditore. Col passare dei minuti, invece, il mirino degli insulti è stato puntato verso Mario Balotelli.

Per quale motivo? E' molto sempice: il 18enne palermitano ha prima mollato due calci a palla lontana a Legrottaglie, poi ha tenuto un atteggiamento irritante verso arbitro e avversari. Insomma, detto senza infingimenti, Balotelli è un provocatore e un giocatore scorretto.

Ovvia, nella logica del gioco delle parti istituzionalizzato che è il mondo del calcio, la reazione della tifoseria juventina. La quale, da quello che nitidamente si è potuto udire in tv, ha apostrofato la punta interista con la frase "pezzo di merda". Un insulto, certo, ma non razzista.

Perchè cavalcare, quindi, l'accusa di razzismo? Semplicemente perchè fa più notizia. E giornali e tv, per catturare l'attenzione, devono spararle grosse.

Rimane però il senso di fastidio per un atteggiamento che di fatto sminuisce il vero razzismo, mescolando nel medesimo calderone episodi completamente differenti.

Un'ultima annotazione sulla "neolingua orwelliana" che purtroppo continua, inesorabile, a distruggere vocaboli (e quindi i concetti ad essi legati), per "correggerli", "aggiustarli", politicamente.

Il termine "negro", ad esempio, indica una persona di determinate fattezze e caratteristiche: pelle nera, origine africana, eccetera.

Il concetto è chiaro e non esprime alcun giudizio di merito. Ergo, non è discriminatorio.

Ma la neolingua non concede attenuanti: "negro" è dispregiativo, quindi razzista.

Si dice "nero", poi trasformato in "di colore". Termini senza significato, che infatti confondono le idee, impedendo di distinguere, ad esempio, tra un negro ed un mulatto.

Così, sono tutti "di colore". Basta non specificare quale.

postato da: Liberalista alle ore aprile 20, 2009 13:18 | link | commenti (2)
categorie: calcio, informazione, razzismo, xenofobia, neolingua
giovedì, 26 febbraio 2009

Cifre interessanti

Interrompo il silenzio (non voluto) sul blog per segnalare tre notizie interessanti.

1) Come riportato da tutti gli organi di informazione, il 60% dei reati in Italia viene commesso da cittadini italiani. Cioè la maggioranza assoluta, 6 su 10. Però 4 reati su 10 sono commessi da stranieri. E siccome in Italia gli stranieri sono meno del 10%, significa che delinquono almeno 4 volte tanto.

In sintesi: sbaglia chi crede che quasi tutti i reati siano commessi da extracomunitari o comunque stranieri.

Ma sbaglia anche chi crede che gli stranieri che vengono in Italia lo facciano solo per lavorare. Purtroppo, i dati confermano che troppi di loro finiscono nelle maglie della criminalità, con tassi superiori di almeno 4 volte rispetto a quanto accade tra gli italiani.

2) Circa dieci giorni fa, un emendamento del PD, votato poi all'unanimità, introdusse il rimborso elettorale per i partiti che alle Europee avessero preso almeno il 2% dei voti, pur senza alcun eletto.

Oggi, Giorgio Stracquadanio, parlamentare liberale del PDL, ne ha presentato un altro che abroga questa norma sprecasoldideicontribuenti. E per fortuna il PDL lo ha seguito, approvandolo. Per la cronaca, il PD si è astenuto. L'UDC ha votato contro.

3) Alessandro Baricco, esponente della cultura di sinistra, ha scritto un articolo a dir poco esemplare su La Repubblica, sui tagli al finanziamento pubblico al teatro ed in generale ai "luoghi della cultura". Da leggere assolutamente, qui.

postato da: Liberalista alle ore febbraio 26, 2009 22:37 | link | commenti
categorie: informazione, razzismo, europee, xenofobia
domenica, 18 gennaio 2009

Disinformatjia elettorale

TG3 di sabato, ore 14:20 circa.

La giornalista-conduttrice (la rossa, di cui non mi sovviene mai il nome) presenta il servizio con l'intervista a Berlusconi e dice "il premier, in Sardegna per sostenere UN candidato del PDL...".

La scena si ripete identica sul caso Kakà, quando la pasionaria del TG3 ripete che Berlusconi si trovava nell'Isola per la campagna elettorale di UN candidato del PDL.

Nemmeno il nome, capito? Non hanno il coraggio di nominare Ugo Cappellacci! Che vergogna! Una caduta di stile che forse nemmeno Emilio Fede....

postato da: Liberalista alle ore gennaio 18, 2009 22:54 | link | commenti (5)
categorie: sardegna, informazione, berlusconi, vergogna, regionali, ignoranza, raitre, tv
mercoledì, 07 gennaio 2009

Che fine ha fatto Tudap?

Osservando i blogroll dei miei punti di riferimento online, mi somo ricordato di Tudap, autore del blog btbf, "Born to be free".

Si tratta di uno dei più attivi ed interessanti bloggers di centrodestra, vera fucina di idee e di iniziative concrete, sopattutto in tema di media e meta-media.

Il suo (ex?) blog è però fermo da metà 2007.

Qualcuno sa cosa sia successo?

Tudap, dove sei finito?

postato da: Liberalista alle ore gennaio 07, 2009 15:10 | link | commenti
categorie: informazione
lunedì, 29 dicembre 2008

Strabismi mediorientali

Schizofrenia da “contatore dei morti”. A questo si riducono i media italiani nel raccontare l’inasprirsi del conflitto tra lo Stato di Israele e l’organizzazione terroristica di Hamas.

La follia raggiunge vette inaudite quando l’home page di Tiscali, dopo aver titolato per una giornata intera “400 palestinesi uccisi”, di colpo cambia e scrive “Aumentano i morti a Gaza: sono 345”.

Un gran bel metodo di riportare le notizie, non c’è che dire.

Sotto sotto, c’è sempre il pregiudizio anti-israeliano, nonostante i raid aerei siano giunti dopo le reiterate richieste di cessate il fuoco nei confronti dei lanciarazzi di Hamas. E nonostante tali operazioni militari stiano colpendo, come riconosciuto perfino dall’inviato del TG3 (caspita!), obiettivi a loro volta militari, anche se troppo spesso camuffati tra la popolazione civile, in barba alle leggi internazionali di guerra.

Sia chiaro che ogni vita umana è importante allo stesso modo. Direi inviolabile. Ma in natura e nella società umana esiste il diritto alla legittima difesa, che implica la necessità di disarmo del nemico, in caso di dichiarazione di guerra da parte dello stesso nemico.

E sebbene la guerra sia sempre un’aberrazione, oltre che una violazione della libertà e della vita umana, ci sono delle circostanze in cui un’organizzazione statale ha il dovere di difendere i propri aderenti in pericolo di vita.

Poiché Hamas vuole e persegue la distruzione di Israele, mentre lo Stato ebraico vorrebbe soltanto poter vivere tranquillo, anche confinando con uno Stato palestinese autonomo e pacifico, risulta difficile schierarsi in difesa dell’organizzazione araba.

Obama l’ha capito benissimo.  L’ONU, il Vaticano e in gran parte l’Unione Europea continuano a far finta di niente.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 29, 2008 23:08 | link | commenti (7)
categorie: terrorismo, esteri, israele, informazione, violenza, raitre
sabato, 13 dicembre 2008

La retorica della crisi

Nel biennio 2002-2003 le famiglie non arrivavano a fine mese. Nel 2004-2005 non si giungeva alla terza settimana. Oggi, certamente per la crisi economica mondiale, gli stipendi non bastano nemmeno fino a metà mese.

Nel 2002-2003 i prezzi erano raddoppiati rispetto a quando c’era la Lira. Nel 2004-2005 erano ancora raddoppiati, rispetto a due anni prima. Nel 2008, ancora aumenti, e forse raddoppi dei commercianti.

E poi, i consumi: in calo continuo. Anzi, in crollo definitivo.

Sono soltanto alcuni degli esempi di quella che mi sento di definire la “retorica della crisi”, la tentazione di esagerare i fenomeni, slegandoli dalla dimensione numerica effettiva, per gonfiarli fino a farne diventare prima un luogo comune e poi un dogma intoccabile.

Chiedete a dieci persone a caso cosa ne pensano della dinamica dei prezzi al consumo o dell’attuale situazione economica italiana. Almeno nove di loro utilizzeranno le frasi con cui ho aperto questo post. Provare per credere.

Se dovessimo dar retta ai piagnistei, tanto cari a Raitre (ad esempio), oltre alla tentazione del suicidio per porre fine a cotanta sofferenza, dovremmo pensare di vivere in un Paese in cui si guadagnano mediamente 200 euro al mese, ed in cui solo per acquistare gli alimentari se ne spendono circa 2000. Un posto in cui tutti i negozi e le attività commerciali restano vuoti per tutto l’anno, perfino per Natale. Un luogo nel quale nessuno riesce a lavorare e tutti sono disoccupati o precari.

Il quadretto, disegnato da mani sapienti soprattutto quando al Governo non c’è il centrosinistra (ma che in Sardegna ora tende a dipingere il centrodestra, all’opposizione rispetto al governatore del PD Renato Soru), sta assumendo contorni di puro terrore in questi ultimi mesi, con l’arrivo dell’ondata di crisi economica.

La realtà dei fatti è molto differente. Senza voler sminuire la portata di una recessione che c’è ed è innegabile, si deve però cercare di evitare l’esplosione di sentimenti negativi come il vittimismo, il pessimismo cosmico ed il disfattismo, tanto di moda oggi.

I dati macroeconomici dimostrano che il PIL è in calo dello 0,4-0,5%. Non un crollo, pertanto. Un calo che deve preoccupare per quello che è: un’incapacità del sistema Italia di reagire alle difficoltà, peraltro più ataviche che contingenti. Un dato negativo della dinamica del Prodotto Interno Lordo è di per sé “recessione”. Ma non si confonda il termine economico con una catastrofe post-atomica. Non stiamo cercando il cibo nei cassonetti e non stiamo andando in fila per farci consegnare il tozzo di pane quotidiano, insomma.

La disoccupazione crescerà. Ci sarà qualche decina di migliaia di persone che non avranno più il loro lavoro. La decrescita è anche questo, purtroppo. Ma anche qui, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tanti di costoro avranno ammortizzatori sociali tali da mantenersi con dignità, fino a trovare un altro impiego (per chi non lavora già anche in nero).

E soprattutto, non ci sono e non ci saranno diminuzioni di stipendi o di pensioni. Chi usufruisce di un reddito fisso, per paradossale che possa apparire, subirà meno di chi lavora in proprio gli effetti della “crisi”. Tra i corollari della recessione, infatti, vi è la deflazione o comunque una forte riduzione dell’inflazione, già iniziata, peraltro.

Chi guadagna 1200 euro al mese, insomma, acquisterà tra sei mesi o un anno, gli stessi beni di ora o addirittura una quantità superiore. E qui si inserisce anche l’asserito crollo dei consumi. Che a mio parere non ci sarà. E’ possibile una lieve contrazione, oscillante tra pochi decimali ed un punto percentuale. Ma gli scenari apocalittici descritti (auspicati, verrebbe da dire…) da alcuni mass media, con tutti i commercianti sul lastrico per assenza assoluta di vendite, non si verificheranno.

Anche perché, concludendo il giochino delle interviste a caso, se chiedete a dieci attività commerciali di verificare i conti del 2008 rispetto al 2007 ed al 2006, scoprirete che la maggioranza sarebbe costretta ad ammettere che in fondo non è cambiato granchè.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 13, 2008 23:28 | link | commenti (2)
categorie: economia, crisi, informazione, ignoranza, luogocomunismo
mercoledì, 03 dicembre 2008

TORNIAMO ALLE COSE SERIE - 1

Al termine di due giornate intere a parlare di Sky e dell’IVA sugli abbonamenti della pay-tv, sarebbe proprio il caso di parlare di cose serie.

 

È vero che il centrosinistra ha fatto una pessima figura. È vero che Tremonti ha soltanto risposto alle richieste, sacrosante, dell’UE. È vero anche che in un’ottica di riduzione della pressione fiscale sarebbe stato preferibile ridurre a tutte le tv l’IVA al 10%. Ma in questo caso, si sarebbe posto un problema: perché l’abbonamento SKY con l’IVA al 10% e i mobili per la propria casa, o il detersivo per i piatti, o la maglia della salute, al 20%? Non ci sarebbe stata alcuna ragione per favorire tale consumo voluttuario e volontario rispetto a tanti altri. L’ideale sarebbe ridurre tutte le aliquote IVA, per tutti i prodotti. Ma non mi pare che nessuno abbia il coraggio di farlo, né di proporlo seriamente.

 

È vero tutto. Ma appunto, sono tutte considerazioni già trite e ritrite. A scapito di una seria analisi del Decreto anti-crisi che il Governo ha reso noto appena 5 giorni fa, e che sembra già dimenticato, i media hanno preferito sorvolare con nonchalance, buttandosi sulla prima notizia spendibile, penalizzando chi avrebbe interesse a capire meglio, ovvero i cittadini italiani.

 

Nel suo piccolo, questo blog ci vuole provare.

 

Inizierò pertanto dalla social-card. Una misura, quella dei 40 euro mensili da spendere in esercizi convenzionati e per il pagamento delle utenze, destinata quasi esclusivamente ai pensionati ultra65enni con redditi molto bassi. Un intervento tendenzialmente populista, che avrà come effetto quello di aiutare comunque una fascia della popolazione con scarsissime possibilità di migliorarsi altrimenti. Tra i rischi, le modalità di applicazione pratica, con i "falsari" già pronti alla bisogna. Non dovrebbe sussistere, invece, il pericolo di destinazione dell’aiuto ai furbetti (evasori, lavoratori in nero, scansatafiche mantenuti dal proprio Comune o da parenti), visto che la platea è realmente limitata.

 

Scarsissimo, di contro, l’impatto sui consumi, dato sia il basso ammontare della misura sia la destinazione della modica cifra verso bollette e spese già previste.

Dal punto di vista ideale, resto contrario a questo genere di iniziative. Non premiano il merito e non incentivano la responsabilità, oltre a spostare fondi da chi li produce col proprio ingegno e la propria fatica verso chi è inoperoso. Ma tra le storture dello statalismo, risulta tra le più digeribili.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 03, 2008 15:36 | link | commenti
categorie: crisi, informazione, berlusconi, governo, tremonti, tv
domenica, 26 ottobre 2008

Disinformatija numerica

Non mi riferisco alla manifestazione romana del PD.

Che fossero 2.500.000 come dicono i leader della sinistra o 200.000 come dice la Questura (non il centrodestra, come riportato erroneamente, e maliziosamente, dalla conduttrice del TG3), ha poca importanza. Come tutta la serata, d'altronde. In sintesi: le manifestazioni di piazza servono solo a chi le fa, per contarsi.

La disinformazione numerica è targata TG3. Edizione delle 14:15 di oggi.

Servizio sul calo dei consumi, con riferimento al cambiamento percentuale delle abitudini di spesa degli italiani negli ultimi 30 anni.

La giornalista (di cui non ricordo il nome) ha avuto il coraggio di esprimere questo concetto nel pezzo: (cito testualmente)

"TRE MESI FA, I CONSUMI ERANO IN CALO, NONOSTANTE UN LIEVE SEGNO PIU'..OGGI, INVECE, SI REGISTRA UN VERO CROLLO"

La prima parte della frase è un evidente ossimoro. Non si può parlare di calo se il segno è un "più". Ma la portata della gravità della cosa, inaccettabile in una tv nazionale, per giunta del servizio pubblico, è ampliata dalla realtà delle cifre.

Fino a pochi mesi fa (diciamo fino ad Agosto), infatti, i consumi erano praticamente stabili rispetto all'anno precedente, con un +0,1% (quindi non in calo). Oggi c'è un -0,4%. Ovvero un calo, abbastanza lieve. Ma certamente non un crollo.

Insomma, come ho avuto modo di affermare in numerose circostanze, urgono ripetizioni di matematica per tutti!

postato da: Liberalista alle ore ottobre 26, 2008 22:53 | link | commenti
categorie: informazione, vergogna, ignoranza, raitre, tv
lunedì, 18 agosto 2008

Elogio dei numeri

 

- Articolo pubblicato su "Lunamag" di Agosto 2008 -

Tranquillizzo subito chi legge: non dovrete sorbirvi un trattato di matematica. La premessa è fondamentale, stando all’atavica repulsione italica per tutto ciò che è scienza numerica, statistica, economica o matematica. Non ci si può stupire, insomma, se gli indicatori internazionali fotografano una situazione in cui le conoscenze degli studenti e perfino dei laureati italiani, nelle materie di calcolo, sono tra le più basse del Mondo. Tale debolezza ha ripercussioni non soltanto sulla qualità degli studenti nelle Facoltà universitarie di Matematica, Fisica, Economia e similari, ma soprattutto sulle capacità di calcolo ed analisi fondamentali per districarsi nella complessità della vita contemporanea. Tre esempi facili facili: il livello dei prezzi, il costo dei carburanti ed il clima. Apparentemente, si tratta di argomenti la cui comprensione dovrebbe essere alla portata di tutti. Se ne parla così tanto, tra programmi tv, quotidiani, internet, che se si potesse fare un’indagine sui temi affrontati a tavola in famiglia, al bar, in palestra o al mercato, sarebbero sicuramente nella top ten. Purtroppo, se ne parla spesso a sproposito. Per mancanza di “cultura numerica”, principalmente. Sui prezzi: il caro-vita è una costante con cui tutte le generazioni hanno avuto a che fare. Per i sardi, basta guardare il programma di Videolina “Vent’anni fa”, che ripropone i telegiornali di due decenni orsono. Il tema è affrontato quasi tutti i giorni con servizi sui rincari di frutta, verdura, carne, pane o pasta. E stiamo parlando del 1988 e degli anni precedenti. Insomma, l’aumento dei prezzi c’è sempre stato e sempre ci sarà. Si sostiene, invece, che tutto sarebbe raddoppiato, ma non oggi: nel 2002, con l’avvento dell’euro. Per poi continuare a crescere anno dopo anno. Stando a questo luogo comune, se nel 2002 si spendevano 400 euro per “fare la spesa” mensile, oggi dovremmo essere almeno a 1000 euro per gli stessi beni. Invece non è così: chiunque, se ne avesse gli strumenti, potrebbe capire che il livello medio dei prezzi si è innalzato, negli ultimi 6 anni, del 20% circa. Non del 150% come spesso si tende ad affermare. Ma passiamo al carburante, il cui costo incide su quasi tutti i prodotti che consumiamo abitualmente, oltre che sulla spesa per mantenere le nostre automobili. A riguardo, le affermazioni distorte dalla mancanza di cultura numerica (ed economica, sarebbe il caso di aggiungere) riguardano la dinamica dei prezzi e la composizione dello stesso. Nel primo caso, basti sapere che, in proporzione al reddito a disposizione degli automobilisti italiani, il carburante costava molto di più negli anni ’60 e ’70, rispetto ad oggi. Nel secondo, si tende a criminalizzare il benzinaio, senza sapere che il margine operativo dello stesso non supera il 5-6% del costo totale della benzina. Quasi tutto il malloppo, pari a circa il 70%, va allo Stato, sottoforma di accise ed IVA. Il 20% è il costo reale del prodotto alla fonte (ovvero dal produttore). Un altro 4-5% va alle compagnie che acquistano e rivendono i carburanti: diciamo i “marchi”. Chi potrebbe contribuire maggiormente alla riduzione del prezzo? Indovinate un po’…. Infine, il clima. In numerosi studi vengono propinate cifre assurde, che infatti non stanno né in cielo né in terra, sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sulla deforestazione e via “catastrofando”. Con un minimo di “attenzione numerica” in più, tutti saremmo in grado di smascherare le bugie e capire cosa ci sia effettivamente di vero in tali affermazioni. Senza entrare troppo nel dettaglio: in tutti gli Stati occidentali le foreste sono aumentate di estensione negli ultimi 30 anni. E perfino la Foresta Amazzonica si è espansa. Morale della favola: non sarebbe male, per tutti, fare in modo che nelle scuole, a partire dalle elementari, venisse dato maggiore spazio a materie come economia, statistica e matematica. I fenomeni che interessano la vita quotidiana e perfino gli strumenti per superare le criticità, sarebbero meno distanti e più comprensibili. Magari, faremmo qualche errore in meno. E probabilmente, riusciremmo a smascherare più velocemente chi cerca di approfittare dell’ignoranza in buona fede per il proprio tornaconto, monetario o elettorale che sia.

postato da: Liberalista alle ore agosto 18, 2008 21:55 | link | commenti
categorie: ambiente, divagazioni, scienza, informazione, ignoranza, imposte, tassazione, carburanti, luogocomunismo