In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.
Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.
Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.
E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).
Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?
Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.
Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.
D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.
Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.
Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.
La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.
I big della burocrazia mondiale lo hanno annunciato trionfali: aboliremo i paradisi fiscali!
Una notizia accolta con soddisfazione dagli statalisti di tutto il pianeta, pronti ad accaparrarsi una quota di reddito altrimenti destinata a rimanere nelle tasche dei legittimi proprietari.
Ma cosa è un paradiso fiscale? A considerare dall'etimologia del termine, si tratta certamente di un luogo dai connotati estremamente positivi. E infatti lo è. I paradisi fiscali sono degli Stati, solitamente molto piccoli, che vivono grazie ai capitali che vi affluiscono in virtù di un sistema fiscale assolutamente vantaggioso, rispetto alla media. A fronte di pressioni fiscali oscillanti tra il 20 ed il 50%, infatti, in questi piccoli Eden le aliquote spesso non superano il 10%, risultando vincenti nella competizione internazionale.
E' ovvio che, vista la distanza che li separa, ad esempio, dai Paesi europei (tra i più esosi dal punto di vista tributario), sono abbordabili soltanto per coloro che hanno un'effettiva convenienza a spostare la residenza fiscale, con annessi costi e trasferimenti. Insomma, i paradisi fiscali attraggono principalmente i miliardari.
E questo non costituisce affatto reato. Non c'è scritto da nessuna parte che un'azienda o una persona fisica debba essere costretta ad avere la residenza in un Paese piuttosto che in un altro.
Ma l'aspetto che viene taciuto negli organi di informazione e nella stragrande maggioranza dei luoghi di discussione, è la necessità dell'esistenza dei paradisi fiscali. I quali dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che aliquote basse attraggono capitali ed investitori. E che nessuno è felice di pagare tasse ed imposte, soprattutto quando sono, appunto, "imposte".
Tali splendide realtà, inoltre, spingono gli altri Paesi (o meglio, lo hanno fatto finora), a limitare le loro pretese, per evitare di incappare nella fuga dei capitali all'Estero. La concorrenza, si sa, rende il sistema più efficiente.
Il principio, però, sembra non piacere ai politici delle superpotenze mondiali. I quali, per accontentare gli invidiosi e gli egualitaristi, hanno deciso di incentivare, magari per legge, gli "Inferni fiscali".
Elogio dei numeri
- Articolo pubblicato su "Lunamag" di Agosto 2008 -
Tranquillizzo subito chi legge: non dovrete sorbirvi un trattato di matematica. La premessa è fondamentale, stando all’atavica repulsione italica per tutto ciò che è scienza numerica, statistica, economica o matematica. Non ci si può stupire, insomma, se gli indicatori internazionali fotografano una situazione in cui le conoscenze degli studenti e perfino dei laureati italiani, nelle materie di calcolo, sono tra le più basse del Mondo. Tale debolezza ha ripercussioni non soltanto sulla qualità degli studenti nelle Facoltà universitarie di Matematica, Fisica, Economia e similari, ma soprattutto sulle capacità di calcolo ed analisi fondamentali per districarsi nella complessità della vita contemporanea. Tre esempi facili facili: il livello dei prezzi, il costo dei carburanti ed il clima. Apparentemente, si tratta di argomenti la cui comprensione dovrebbe essere alla portata di tutti. Se ne parla così tanto, tra programmi tv, quotidiani, internet, che se si potesse fare un’indagine sui temi affrontati a tavola in famiglia, al bar, in palestra o al mercato, sarebbero sicuramente nella top ten. Purtroppo, se ne parla spesso a sproposito. Per mancanza di “cultura numerica”, principalmente. Sui prezzi: il caro-vita è una costante con cui tutte le generazioni hanno avuto a che fare. Per i sardi, basta guardare il programma di Videolina “Vent’anni fa”, che ripropone i telegiornali di due decenni orsono. Il tema è affrontato quasi tutti i giorni con servizi sui rincari di frutta, verdura, carne, pane o pasta. E stiamo parlando del 1988 e degli anni precedenti. Insomma, l’aumento dei prezzi c’è sempre stato e sempre ci sarà. Si sostiene, invece, che tutto sarebbe raddoppiato, ma non oggi: nel 2002, con l’avvento dell’euro. Per poi continuare a crescere anno dopo anno. Stando a questo luogo comune, se nel 2002 si spendevano 400 euro per “fare la spesa” mensile, oggi dovremmo essere almeno a 1000 euro per gli stessi beni. Invece non è così: chiunque, se ne avesse gli strumenti, potrebbe capire che il livello medio dei prezzi si è innalzato, negli ultimi 6 anni, del 20% circa. Non del 150% come spesso si tende ad affermare. Ma passiamo al carburante, il cui costo incide su quasi tutti i prodotti che consumiamo abitualmente, oltre che sulla spesa per mantenere le nostre automobili. A riguardo, le affermazioni distorte dalla mancanza di cultura numerica (ed economica, sarebbe il caso di aggiungere) riguardano la dinamica dei prezzi e la composizione dello stesso. Nel primo caso, basti sapere che, in proporzione al reddito a disposizione degli automobilisti italiani, il carburante costava molto di più negli anni ’60 e ’70, rispetto ad oggi. Nel secondo, si tende a criminalizzare il benzinaio, senza sapere che il margine operativo dello stesso non supera il 5-6% del costo totale della benzina. Quasi tutto il malloppo, pari a circa il 70%, va allo Stato, sottoforma di accise ed IVA. Il 20% è il costo reale del prodotto alla fonte (ovvero dal produttore). Un altro 4-5% va alle compagnie che acquistano e rivendono i carburanti: diciamo i “marchi”. Chi potrebbe contribuire maggiormente alla riduzione del prezzo? Indovinate un po’…. Infine, il clima. In numerosi studi vengono propinate cifre assurde, che infatti non stanno né in cielo né in terra, sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sulla deforestazione e via “catastrofando”. Con un minimo di “attenzione numerica” in più, tutti saremmo in grado di smascherare le bugie e capire cosa ci sia effettivamente di vero in tali affermazioni. Senza entrare troppo nel dettaglio: in tutti gli Stati occidentali le foreste sono aumentate di estensione negli ultimi 30 anni. E perfino
Tra "Bossate" e realtà
Le sparate di Umberto Bossi, da sempre, fanno discutere.
Spesso fanno ridere; talvolta piangere; ma ogni volta fanno riflettere.
Il Ferragosto 2008 verrà ricordato come il giorno del dietrofront sull'ICI. Lo storico leader leghista, infatti, ha preannunciato la reintroduzione dell'Imposta Comunale sugli Immobili, una volta avviato il federalismo fiscale.
"Bisogna passare da un sistema di finanza derivata, in cui è lo Stato a dare i fondi agli enti locali, a una forma di autonomia finanziaria, in cui loro stessi prendono direttamente le tasse. Perché la prossimità dei centri di tassazione migliora il controllo della spesa pubblica da parte degli elettori."
Perfetto, si dirà. Lo direi anche io. Ma il condizionale è d'obbligo. l ragionamento del Senatùr è ineccepibile fino a quando non prevede aumenti di pressione fiscale.
Non mi dilungherò sulla assoluta necessità di ridurre le entrate e le uscite dello Stato (includendo in tale termine tutto il sistema pubblico, comprese le autonomie locali). Si tratta di una "riforma" ormai imprescindibile, pena il crollo di un sistema al collasso.
Messo il punto fermo, quindi, non si può tornare indietro. Bossi ha ragione quando dice che la prossimità dei centri di tassazione permetterebbe un maggiore controllo da parte dei contribuenti. E sorprendentemente non sbaglia nemmeno quando afferma che al posto delle dodici tasse attualmente imposte ai cittadini italiani dagli Enti locali, lui ne proporrà una soltanto. La semplificazione, infatti, è un vantaggio anche economico.
Il leader leghista, però, non centra un punto fondamentale: non si tratta, infatti, di reintrodurre pe legge (nazionale) l'ICI, ma semmai di rivoluzionare il sistema tributario dal basso.
Ovvero, far sì che i Comuni abbiano la più completa autonomia sull'imposizione fiscale, stabilendo l'aliquota del prelievo sul reddito dei residenti e trattenendo, grossomodo, il 50% del ricavato. Il restante 50% dovrebbe poi essere affidato alle Regioni (le Province sono inutili), che ne terrebbero circa la metà, girando il restante 25% allo Stato centrale.
In questo contesto, ha senso parlare ancora di ICI? Ai posteri, come si suol dire, l'ardua (mica tanto, poi...) sentenza.
Caro Governo, cara opposizione
La legislatura avviata con le elezioni del 13 e 14 Aprile 2008 era iniziata sotto auspici decisamente interessanti.
Fuori le estreme dal Parlamento. Dentro soltanto 6 partiti. Tre al governo, tre all'opposizione. Uno soltanto di questi ultimi in contrapposizione frontale alla maggioranza.
Il clima ideale, o quasi, per lavorare seriamente, al governo ed all'opposizione.
E invece, dopo appena tre mesi e mezzo, sembra di essere ripiombati ai "bei tempi" della Casa delle Libertà e dell'Unione. Demagogia a gogò, scontri furibondi, accuse reciproche. E le riforme annunciate da tutti? Rinviate a tempi migliori.
Così, mi permetto di scrivere una lettera alla maggioranza ed una alla minoranza.
Egregio Governo Berlusconi IV,
a seguito del voto del 13 e 14 Aprile 2008, la maggioranza che Vi sostiene, in Parlamento e nel Paese, è numericamente imponente e sostanzialmente coesa. Si tratta, quindi, della situazione ideale per governare il Paese, in un momento particolarmente delicato. L'Italia ha assoluta necessità di cambiamenti epocali, di riforme incisive e di una scossa effettiva all'economia ed alla organizzazione sociale. Chi vi ha dato fiducia ha sperato, e probabilmente spera ancora, che la vostra azione operi fondamentalmente in due direzioni: verso l'abbassamento dell'imposizione fiscale e verso il taglio della spesa e del debito pubblico. E se alcune delle iniziative fin qui intraprese possono essere catalogate come positive - pacchetto sicurezza, circolari Brunetta, blocco automatismi per i contrattisti a termine e per il turnover nella P.A, abolizione dell'ICI - altre sembrano andare nella direzione opposta, o perlomeno denotano una prudenza eccessiva. La crescita si prospetta intorno allo zero, l'inflazione galoppa, i redditi personali soffrono, e proprio per questo ci sarebbe bisogno di uno shock fiscale. E invece, le aliquote Irpef e Ires sono rimaste immutate, l'Irap è ancora là, l'IVA non è stata ridotta in alcun settore. In più, ecco la Robin Tax e l'inasprimento delle imposte per banche ed assicurazioni. Dall'altro lato - quello della spesa - si è semplicemente rallentata la crescita, limitandone gli effetti disastrosi. Ma è mancato il coraggio, ad esempio, di dismettere parte del patrimonio pubblico, di liberalizzare i servizi pubblici locali, per non parlare di Alitalia, Trenitalia, Poste Italiane. Per questo, mi chiedo e Vi chiedo: è solo prudenza, oppure la politica del Governo Berlusconi è decisa solo dal Ministro Tremonti? Avete intenzione di tagliare le tasse e la spesa, in misura evidente, restituendo la proprietà dei frutti del loro lavoro ai cittadini, responsabilizzando e non penalizzando gli individui che hanno la fortuna - nonostante tutto - di vivere in Italia? Volete rispettare il patto implicito che vi lega al vostro elettorato, oggi nettamente maggioritario nel Paese, regalando maggiori libertà economiche, civili e di scelta? Se si, non abbiate timore: non sarà uno sciopero o una manifestazione di piazza a fermarvi. Altrimenti, sappiate che la pazienza ha un limite e che nessuno di noi ha firmato una delega in bianco.
....
Spettabile opposizione,
mi rivolgo a quanti tra voi hanno creduto realmente alle parole del vostro leader Walter Veltroni in campagna elettorale. Dall'abbandono della politica dei No a tutto e dell'antagonismo aprioristico, all'apertura verso un rapporto collaborativo e non conflittuale tra imprenditori e dipendenti, dall'accoglimento di termini come merito, liberalizzazioni, concorrenza, competizione - fino a poco fa considerati bestemmie a sinistra - fino alla proposta di abbattere la spesa pubblica di 45 miliardi di euro in tre anni, le novità veltroniane avevano squarciato un velo nella vostra parte politica. La quotidiana battaglia parlamentare e la ricerca del consenso immediato nella cosiddetta opinione pubblica, invece, sembra vi abbiano fatto allontanare dagli obiettivi illustrati al momento della competizione elettorale. Le recenti polemiche sull'immigrazione illegale, sul mercato del lavoro, sui tagli alla spesa pubblica, non vanno nella direzione tracciata tre mesi fa dal vostro leader. Per questo vi chiedo di riflettere e di ritornare sui vostri passi. Se realmente volete essere un'alternativa a questo Governo, incalzatelo e criticatelo laddove non opera nella direzione da voi auspicata. Sulla spesa pubblica, ad esempio, spingete perchè i tagli siano effettivi e consistenti, non perchè siano annullati. Sul pubblico impiego, evitate di apparire come i conservatori dello status quo, ma criticate il Governo quando non riesce ad abolire enti inutili e posti parassitari. Insomma, se non avete intenzione di rimanere all'opposizione per sempre, cercate di ragionare come se foste al Governo. La credibilità si acquista con il proprio operare, non certo sbraitando scompostamente per 5 anni.
Quotidiani a 1,20 euro
Dite la verità: sareste disponibili a pagare il vostro quotidiano di fiducia 1 euro e venti, invece che 1 euro?
Io penso di si. Si tratterebbe di circa 6 euro al mese di aggravio, e probabilmente non sarebbe un ostacolo insormontabile. Non ci sarebbe un crollo nel mercato della stampa quotidiana, insomma.
Perchè faccio questa domanda proprio ora, che il "carovita" preoccupa parecchio?
La risposta è semplice: quel livello di prezzo sarebbe assolutamente compatibile con un'abolizione totale dei contributi pubblici alla stampa periodica.
Facciamo due calcoli. Attualmente, lo Stato italiano spende ogni anno 700 milioni di euro di contributi in conto capitale per la stampa periodica. Si tratta di una somma limitata, se paragonata al totale della spesa pubblica (700 miliardi), pari allo 0,1%. Rappresenta il doppio, invece, rispetto alle tasse sborsate di tasca dai contribuenti italiani, ovvero lo 0,2%.
In pratica, nel bilancio lordo di un capofamiglia operaio, si traducono in circa 30 euro annue di tasse (su circa 15000) pagate per finanziare tutti i quotidiani.
Poco, certamente. Ma che sale a 50 euro per un impiegato, a 100 euro per un dirigente. A molto di più per un imprenditore, che versa allo Stato cifre da capogiro rispetto ad un lavoratore dipendente, per motivi differenti (il fisco non è solo imposta sul reddito...)
Ogni giorno in Italia vengono venduti meno di 8 milioni di quotidiani (questa è la cifra dichiarata...) All'anno fa un totale di circa 3000 milioni di quotidiani venduti. Lo Stato, versando 700 milioni di euro, di fatto regala agli editori 25 centesimi (scarsi) a copia venduta.
Se quei soldi fossero gestiti direttamente dai clienti, per acquistare i giornali, per il "sistema stampa" non cambierebbe nulla. Lo Stato si troverebbe a dimagrire un poco, mentre i consumatori avrebbero una piccola riduzione delle tasse.
Per sopravvivere alle stesse condizioni, quindi, gli editori dovrebbero aumentare il prezzo a 1,25 euro. La concorrenza innescata dalla mancanza di intervento pubblico, probabilmente, limiterebbe tale aumento a 20 centesimi.
Certo, rischierebbero di scomparire molti titoli storici: Liberazione, il Manifesto, l'Opinione, l'Unità e molti altri. Il rischio fa parte dell'attività di impresa. Se un prodotto non "tira", vuol dire che non è indispensabile.
D'altronde, se nemmeno i comunisti comprano il Manifesto, perchè dovrei finanziarlo io....
Altrimenti, facciamo uno scambio. Io non chiedo l'abolizione di tali contributi, per salvare "il pluralismo dell'informazione" pagato coi soldi di tutti. Però poi trasformo il mio blog in un quotidiano politico e chiedo 5-6 milioni di euro di finanziamento pubblico....
Provate a immaginare cosa accadrebbe se tutti i blogger d'Italia facessero altrettanto.
Come la politica utilizza i nostri soldi
Mi sono sempre chiesto, per non averlo studiato nè a scuola, nè all'Università, come e dove venissero utilizzati i soldi delle imposte pagate dai contribuenti italiani.
La curiosità, una volta trasformata l'idea in azione, mi ha portato a cercare i dati del Bilancio dello Stato.
Ho trovato i dati completi relativi al 2003 e anni precedenti. Ma anche negli ultimi esercizi contabili le cifre non sono cambiate granchè, quindi l'analisi che segue resta identica.
Ho scoperto così che le entrate totali dello Stato italiano ammontavano a 389.362 milioni di euro (390 miliardi di euro, insomma). Di cui 160 miliardi circa provengono dalle imposte sui redditi (Irpef, Ires, Irap) e circa 100 dalle imposte sugli acquisti (IVA). Il fisco, nel suo complesso, vale 312 miliardi di euro, in un anno.
Le cifre più interessanti si trovano però nelle uscite. La domanda da porsi, infatti, è la seguente: su 1000 euro che io cittadino verso allo Stato, quanto viene utilizzato per la scuola, quanto per la sanità, quanto per la difesa, quanto per la giustizia, quanto per le pensioni, etc? E quanto viene sprecato in scelte inutili?
Scopriamo così che le uscite totali ammontano a 466 miliardi, più 75 miliardi di interessi sul debito pubblico accumulato. Per completezza, c'è da dire che dai titoli di Stato entrano ben 323 miliardi e ne escono, per il loro rimborso e per la restituzione del debito, altri 257.
Per rispondere alla domanda, però, bisogna separare le diverse voci di spesa. La Difesa costa circa 15 miliardi, pari a poco meno del 5% delle nostre imposte. La risposta alla domanda, sarebbe quindi: ogni 1000 euro di imposte da me pagate, lo Stato ne spende 50 per la struttura militare.
La Giustizia costa meno di 7 miliardi (2,3%). La Sicurezza (Forze dell'Ordine) 17 miliardi (5,5%). Gli altri organi dello Stato (politica, ambasciate, etc) 18 miliardi (quasi 6%).
La Previdenza (pensioni) ci costa 57 miliardi, pari al 19%. La Sanità 39 miliardi (13%). La Scuola 39 miliardi (13%). L'Università 8 miliardi (2,5%). L'intero settore Sociale 9 miliardi (meno del 3%): al suo interno "spiccano" gli 0,163 miliardi per gli handicappati...
Per le infrastrutture si investono 15 miliardi (5%), mentre le Regioni e gli Enti Locali (traserimenti vari) raggiungono quota 35 miliardi di euro (11,5%). Le spese per la "redistribuzione", ovvero sostegno all'occupazione, sostegni al reddito, aiuti vari ai bisognosi, non supera i 13 miliardi, pari al 4% delle imposte da noi versate.
Insomma, su 1000 euro di imposte da me pagate, lo Stato ne usa 848 per tutti questi servizi (gli altri 152 sono quasi inutili). Molti dei quali sarebbero da tagliare comunque, perchè elefantiaci e portatori di sacche di spreco enormi. Alcuni anche da privatizzare (o meglio, liberalizzare).
Sono straconvinto che per garantire lo stesso livello attuale, sarebbero sufficienti non più di 700 di quei 1000 euro. Scuola, Previdenza, Enti locali, Organi dello Stato, possono "dimagrire" parecchio.
Un simile calo della spesa sarebbe, ovviamente, da pareggiare con un parallelo taglio dell'imposizione fiscale. Diciamo quindi che un 30% in meno di imposte è possibile.
Il resto è burocrazia, spreco, gestione del potere, clientela.
Una curiosità: il settore del Welfare State (scuola-università-previdenza-sanità-aiuti sociali) vale 550 euro su 1000 pagate dal contribuente.
Il prossimo che mi dice che un taglio delle tasse porterebbe ad una riduzione dei servizi sociali...
Pensieri sparsi e veloci
Il poco tempo a mio disposizione, tra lavoro (lavori, sarebbe il caso di dire), Europei in tv e sonnolenza anticipata, mi costringe a tralasciare il blog e la scrittura.
Per questo butto giù due righe di commento a quanto successo ultimamente.
Mi viene in mente subito la notizia (seminascosta dai media) del clamoroso debito del Comune di Roma: la gestione Veltroni ha lasciato un buco di 10 miliardi di euro! Più della metà di una media Finanziaria nazionale. Le Feste del Cinema e le Notti Bianche costano! Però grande enfasi è stata data al debito pubblico nazionale in crescita nel primo trimestre del 2008 (con annesso pistolotto dell'UE): tale ammontare non si è mai ridotto, in termini assoluti. E stavolta, infatti, non si è parlato di percentuali, ma di valore assoluto, in crescita come sempre. Quindi, perchè strillare, se non per cercare di affibbiare al Governo in carica le responsabilità?
Sempre a Roma. Arriva Bush e il traffico impazzisce. Per la verità, il traffico romano è già impazzito da tempo e va letteralmente in tilt in tutte le "occasioni speciali". Ma il Corriere della Sera ci fa un titolone, dando la colpa a Bush!
Ancora nella Città eterna. La faccenda del ballerino albanese Kledy aggredito, con presunte motivazioni xenofobe e razziste, si è rivelata l'ennesima bufala. Ad essere aggredito, infatti, era l'italiano.
Politica: sul sistema delle intercettazioni e sulla sua modifica è stato scritto di tutto. Probabilmente a sproposito, sia da parte dei suoi detrattori (il costo non ammonta a un terzo del totale del capitolo Giustizia), sia da parte dei suoi laudatori (non è affatto vero che le vogliono abolire, nè che siano necessarie sempre e comunque). Resta la barbarie della pubblicazione di dialoghi non "penalmente rilevanti" da parte della stampa. Lì è giusto intervenire, con punizioni pesanti per le talpe dei Palazzi di Giustizia e per i "colleghi avvoltoi", checchè ne dica la corporazione.
I Ministri Brunetta e Gelmini si stanno distinguendo per aver avanzato proposte di riforma nella giusta direzione: merito e competizione per crescere. La speranza è che alle dichiarazioni ed alle enunciazioni di principio, pur ottime, faccia seguito una serie di azioni e di iniziative concrete ed efficaci. Il problema, a mio parere, è che introdurre elementi di mercato nel settore pubblico, notoriamente l'esatto opposto del mercato, si potrebbe rivelare una pura utopia.
Infine due spunti, come promemoria, riguardanti argomenti che voglio approfondire, tempo permettendo.
Il caro carburanti va affrontato con intelligenza, lungimiranza e possibilmente, con i fondamenti dell'economia, pena il danno oltre la beffa. Le proposte di Tremonti (Robin Tax) e Beppe Grillo (boicottaggio della Esso... sic!) fanno ridere e piangere insieme.
Il peso dello Stato e del "pubblico" va ridotto drasticamente. Un banco di prova dovrebbe essere il finanziamento alla stampa periodica, alle tv, alle radio. E' preferibile pagare un quotidiano 1,50 euro (se lo si vuole acquistare), ma pagare meno tasse. Anche perchè ormai abbiamo la possibilità di avere tutto, gratuitamente o quasi, su internet. Capire dove iniziare a limare la spesa pubblica, tagliando contemporaneamente il prelievo sui "sudditi", sarebbe già un primo passo.
Fermatelo!
Giulio Tremonti ormai è fuori controllo. Dico sul serio, deve essere assolutamente dimissionato.
Può un ministro di centrodestra affermare che "il governo sta studiando la Robin Hood Tax, la proposta di tassare le compagnie petrolifere per ridistribuire le ricchezze ai più deboli"?
E può un illustre esponente del PDL, forza politica che dovrebbe essere un mix tra liberali, conservatori e moderati, sostenere che "non c’è nulla di definitivo, ma a noi sembra che dato il drammatico bisogno degli strati più deboli, questo tipo di prelievo Robin Hood ha senso. La nostra proposta e’ quella di tassare un po’ di piu’ i petrolieri per dare un po’ di piu’ a chi ha bisogno, appunto burro, pane e pasta che sono le vere emergenze del momento"?
Dal Giulio no-global siamo già arrivati al Giulio Robin Hood, paladino della redistribuzione del reddito. Una visione pienamente ed economicamente moderna e liberale...
La riedizione tremontiana dell'anche i ricchi piangano di bertinottiana memoria, oltre l'involontaria comicità, offre lo spunto per criticarne la portata. Il prezzo della benzina e del gasolio, dice il ministro, è troppo alto. Per aiutare i consumatori, cosa facciamo? Mettiamo una bella tassa, no? Così i petrolieri, ed a cascata tutti gli attori economici che intervengono nel processo di distribuzione e vendita, potranno aumentare ulteriormente il prezzo. Una vera alzata d'ingegno non c'è che dire.
Un errore economico da comunista incallito. L'ideologia redistibutrice, da sempre contraria sia al profitto che al funzionamento del mercato, rischia di colpire ancora, facendo molti più danni dell'inazione. Silvio, dove sei finito?
Federalismo, enti locali e sussidiarietà
Sostenitori e critici del federalismo, principalmente quello fiscale, lottano a suon di articoli e dichiarazioni.
Il prepotente ritorno della Lega Nord in maggioranza, tre anni dopo la riforma costituzionale della "Devolution", bocciata dal voto popolare, dopo una campagna ideologica simile a quella che ci ha portato fuori dal nucleare, ha riportato in primo piano il tema federalista.
Il panorama politico e intellettuale italiano contempla la presenza di diverse posizioni. Si va dai fanatici di tale impostazione, che sono poi i più vicini alla Lega, ai più critici, esponenti del nazionalismo unitario e della sacralità della Costituzione (che, per inciso, prevede il federalismo negli articoli dal 115 al 120). Ci sono poi le posizioni "analitiche", che comunque vanno in direzioni differenti.
Su "La Voce.it" un certo Pietro Reichlin, docente alla Sapienza di Roma, sostiene che l'abolizione dell'ICI sarebbe antifederalista, in quanto priverebbe i Comuni del 60% dei propri introiti. Inoltre, aggiunge, le imposte sui patrimoni sono più utili di quelle sul reddito.
Come avrete capito, non sono affatto d'accordo (non aggiungo altro sulla tassazione della proprietà...). Il federalismo fiscale si nutre del principio della sussidiarietà (anch'esso indicato esplicitamente dalla Carta costituzionale): non faccia il settore pubblico ciò che è in grado di fare il privato; non faccia l'ente pubblico di livello superiore ciò che è in grado di fare quello di livello inferiore; non faccia la Regione ciò che è in grado di fare il Comune, insomma, e così via.
Per rispettare tale impostazione, che rappresenta un continuum con il principio anglosassone del "No taxation without representation", sarebbe necessario che la potestà impositiva fosse sussidiaria. Ovvero, che le imposte (io sono tra i sostenitori dell'aliquota e dell'imposta unica onnicomprensiva, soltanto sul reddito totale, sotto qualunque forma esso si sviluppi: lavoro, capitale, immobili, impresa, al netto di tutte le spese scaricabili sostenute) fossero stabilite e riscosse dall'ente pubblico locale più vicino al cittadino.
Una rivoluzione totale, mi rendo conto. Ma il rischio, in assenza di tale modifica, sarebbe quello di moltiplicare le fonti impositive: insomma, si rischierebbe che il Comune, per finanziarsi, istituisca una tassa sulle piscine; la Regione, poi, ne istituisce una sul pane; lo Stato, infine, decide che sarà tassata la proprietà di animali domestici. Ogni ente deve provvedere a spese differenti e quindi deciderebbe autonomamente, aumentando la pressione fiscale in misura insopportabile.
Il vero federalismo fiscale, quindi, prevedrebbe una cornice legislativa nazionale, ma una tassazione esclusivamente locale. I Comuni, ad esempio, deciderebbero il livello di tassazione, dovendo sottostare all'ammontare di fondi da versare alla Regione, che a sua volta dovrebbe far fronte alle sue spese, per poi versare la quota restante allo Stato, secondo la normativa stabilita dal Governo centrale.
Si innesterebbe così anche una concorrenza fiscale e tributaria tra i Comuni, che porterebbe i più virtuosi ed i meno costosi ad attrarre investimenti e residenti. Il Governo, di fatto, avrebbe comunque il controllo sulla pressione fiscale generale, potendo programmare riduzioni o espansioni, ma i passaggi sarebbero decisamente più controllabili dai cittadini e meno sottoposti a "manipolazioni".