Liberalista

Per una maggioranza liberale e liberista

Chi sono

Utente: Liberalista
Nome: Nicola Rossini
Adoro la libertà e vivo per lei (e per me...)

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 07 settembre 2009

Non cambieranno mai

Qualche sera fa ho avuto modo di guardare il film "Katyn", in programmazione su Sky.

Si tratta della ricostruzione cinematografica della strage di 12.000 ufficiali dell'esercito polacco, all'inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nulla di particolarmente scandaloso, dal punto di vista storico e politico. Si accendono semplicemente i riflettori su una bugia spacciata per verità: ovvero che il massacro fosse stato compiuto dai nazisti nel 1941. In realtà, come ben sanno gli stessi polacchi e come ormai è risaputo a livello accademico, l'eccidio (apparentemente immotivato e decisamente efferato) fu realizzato dai comunisti sovietici nell'Aprile del 1940.

Proprio l'analisi delle date e delle prove documentali ha permesso di ricostruire la vicenda. Una storia, oltretutto, non "nuova" nell'ambito dell'orrore dell'ultimo conflitto planetario.

Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che stragi, stermini, campi di prigionia, torture, caratterizzarono tutti i regimi dell'epoca, raggiungendo l'apice in quello Nazional-Socialista di Hitler ed in quello del Socialismo Reale di Lenin e Stalin.

Anzi, è ormai arcinoto che i due totalitarismi furono alleati per qualche tempo, in virtù del Patto Ribbentrop-Molotov del 1939 sulla spartizione della Polonia.

Proprio da qui, sostanzialmente, ha origine la strage della foresta di Katyn, dove i sovietici trucidarono 12.000 prigionieri polacchi con un colpo di pistola alla nuca, nascondendone i corpi in un'enorme fossa comune.

Una goccia nel mare dei delitti delle dittature del XX secolo, che hanno causato la morte per omicidio, strage, carestia programmata, prigionia o torture, di oltre 100 milioni di persone.

Per questo non riesco a capire le polemiche che hanno accompagnato la proiezione del film nelle sale di tutto il mondo. Anche in Italia ci furono proteste e tentativi di impedire che la pellicola arrivasse al cinema.

Tutto ciò è una vergogna, perchè testimonia il fatto che una discreta percentuale di italiani continua ad avere il prosciutto sugli occhi e crede ancora alla favoletta dei comunisti buoni e liberatori.

Una follia ben descritta da Giampaolo Pansa nei suoi libri. Ma anche l'esperienza quotidiana e personale porta alla medesima conclusione. Ovvero che certe persone non cambieranno mai.

Passi per gli elettori dei partiti che portano ancora la falce e il martello nel proprio simbolo (e che in Italia rappresentano comunque un 5-6% della popolazione), ma anche tantissimi esponenti della sinistra moderata, oggi PD e IDV, continuano a nutrire simpatie comuniste, magari inconsciamente, ma molto concretamente.

E questo livello inconscio salta fuori quando si parla di storia o di Unione Sovietica. Soprattutto chi fece parte del PCI non riesce ad ammettere gli errori del passato e, spesso e volentieri, difende a spada tratta il regime bolscevico e le sue scelte, oltre naturalmente a perpetuare la propria fede in un sistema politico, sociale ed economico fallimentare.

Con ciò non voglio dire che tutti coloro che oggi votano per i partiti del centrosinistra siano "comunisti" o ragionino in quel modo. Ma affermo con assoluta certezza che una fetta ancora troppo grande di nostri connazionali persevera nell'errore.

Errore nel quale ricadono, con numeri assoluti forse meno ampi, gli omologhi della destra dello schieramento politico.

Basta fare un salto su internet, nei siti o nei blog neofascisti o della cosiddetta destra sociale, per ritrovarvi le parole d'ordine, le manie, le analisi storico-politiche dei reduci del Ventennio.

Ed anche nei social network, su Facebook in particolare, si scorgono i segnali dello smarrimento culturale di una parte (sicuramente la più nostalgica) dell'ex Alleanza Nazionale, a causa dell'annacquamento dei valori di "quella" destra nel calderone del PDL.

Tra "a noi" e "w il duce" molti elettori dell'ex partito di Fini stanno pericolosamente sbandando.

Un'altra prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che chi ragiona in quel modo non cambierà mai veramente.

postato da: Liberalista alle ore settembre 07, 2009 18:11 | link | commenti (6)
categorie: comunismo, ignoranza, marxismo
giovedì, 16 luglio 2009

Il ruolo sociale della pubblicità

Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".

Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.

Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.

L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.

Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".

La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.

Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.

Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.

Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.

Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare"  conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.

Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.

Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.

Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.

postato da: Liberalista alle ore luglio 16, 2009 19:14 | link | commenti (2)
categorie: economia, informazione, berlusconi, pubblicità, mercato, ignoranza, capitalismo, luogocomunismo
giovedì, 16 aprile 2009

Stipendi reali e miti da sfatare

Tra i miti italici più resistenti nel tempo, ecco ricomparire a cadenze più o meno regolari il mantra sulla perdita del potere d'acquisto dei salari.

Si tratta di una credenza talmente radicata, pari soltanto a quella del raddoppio dei prezzi con l'avvento dell'euro, che il solo tentativo di aprire una discussione sul tema risulta indigesto all'opinione pubblica ed al "cittadino medio".

A cavalcarla, per motivi politici, elettorali o di tifoseria, sono i partiti ed i sindacati, coadiuvati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, i quali, per pigrizia o ideologia, non si sono (quasi) mai presi la briga di controllare i numeri.

E le cifre, si sa, nella loro cruda ruvidezza, rappresentano meglio di qualunque parola la realtà. Non si prestano a infingimenti, nè a bluff di ogni genere.

Eccoli, quindi, un pò di numeri.

A fornirceli, ancora una volta, è il centro studi della CGIA di Mestre, tra i più autorevoli e liberi da condizionamenti operanti in Italia.

Riporto per intero la nota di agenzia che riassume i dati: (fonte AGI)

SALARI: CGIA, IN 10 ANNI NON HANNO PERSO POTERE D'ACQUISTO
(AGI) - Roma, 15 apr. - Nel decennio 1997-2008, i redditi da lavoro dipendente non hanno perso potere d'acquisto. Lo rileva uno studio della Cgia di Mestre che considera "sia gli aumenti contrattuali stipulati in quell'arco temporale sia le novita' fiscali. In presenza di famigliari a carico si e' avuto addirittura un aumento del reddito disponibile". Ad esempio per un reddito di 15.000 euro lordi percepiti nel 1997, diventano 19.791 euro nel 2008 per effetto degli aumenti contrattuali. A seconda del carico familiare gli aumenti netti, tolta l'inflazione e tenendo conto delle novita' fiscali introdotte, si traducono in 484 euro in piu' se single, 415 euro in piu' con solo il coniuge a carico, 810 euro con un figlio a carico, 1.150 con 2 figli a carico. Solo tra i 70.000 e i 100.000 euro lordi del 1997, si registrano, 10 anni dopo, riduzioni dei reddito che vanno dai 45 ai 330 euro. Infine, la Cgia di Mestre ha voluto verificare se l'incidenza dei redditi da lavoro sulla ricchezza nazionale sia, negli ultimi decenni, diminuita a vantaggio dei profitti. "Anche in questo caso - conclude Giuseppe Bortolussi - non e' andata proprio cosi'. Se e' vero che a partire dagli anni '80 c'e' stata una caduta del reddito da lavoro dipendente sul reddito nazionale passato dal 56,2% al 49% del 2007, la ragione non va ricercata in un corrispondente aumento dei redditi da capitale, sceso leggermente anch'esso, bensi' dall'impennata delle imposte indirette al netto dei contributi la cui incidenza e' passata dal 6,4% del 1980 al 16,5% del 2007". (AGI) Red/Ant

Chiunque, se non offuscato dalle copiose leggende metropolitane sull'argomento, può capire che i redditi da lavoro dipendente (a cui si riferisce lo studio) sono aumentati, sia nel valore nominale che in quello reale. Ed a crescere di più sono state le buste paga dei lavoratori a reddito basso e medio.

E gli autonomi? Il loro reddito non è andato di pari passo con questi aumenti. E la colpa, manco a dirlo, è dell'imposizione fiscale.

Insomma, l'esatto opposto di quanto sindacati e politici, per motivi facilmente immaginabili, ci (vi) hanno fatto credere per almeno un decennio.

postato da: Liberalista alle ore aprile 16, 2009 20:01 | link | commenti
categorie: economia, ignoranza, tassazione, luogocomunismo
domenica, 18 gennaio 2009

Disinformatjia elettorale

TG3 di sabato, ore 14:20 circa.

La giornalista-conduttrice (la rossa, di cui non mi sovviene mai il nome) presenta il servizio con l'intervista a Berlusconi e dice "il premier, in Sardegna per sostenere UN candidato del PDL...".

La scena si ripete identica sul caso Kakà, quando la pasionaria del TG3 ripete che Berlusconi si trovava nell'Isola per la campagna elettorale di UN candidato del PDL.

Nemmeno il nome, capito? Non hanno il coraggio di nominare Ugo Cappellacci! Che vergogna! Una caduta di stile che forse nemmeno Emilio Fede....

postato da: Liberalista alle ore gennaio 18, 2009 22:54 | link | commenti (5)
categorie: sardegna, informazione, berlusconi, vergogna, regionali, ignoranza, raitre, tv
sabato, 13 dicembre 2008

La retorica della crisi

Nel biennio 2002-2003 le famiglie non arrivavano a fine mese. Nel 2004-2005 non si giungeva alla terza settimana. Oggi, certamente per la crisi economica mondiale, gli stipendi non bastano nemmeno fino a metà mese.

Nel 2002-2003 i prezzi erano raddoppiati rispetto a quando c’era la Lira. Nel 2004-2005 erano ancora raddoppiati, rispetto a due anni prima. Nel 2008, ancora aumenti, e forse raddoppi dei commercianti.

E poi, i consumi: in calo continuo. Anzi, in crollo definitivo.

Sono soltanto alcuni degli esempi di quella che mi sento di definire la “retorica della crisi”, la tentazione di esagerare i fenomeni, slegandoli dalla dimensione numerica effettiva, per gonfiarli fino a farne diventare prima un luogo comune e poi un dogma intoccabile.

Chiedete a dieci persone a caso cosa ne pensano della dinamica dei prezzi al consumo o dell’attuale situazione economica italiana. Almeno nove di loro utilizzeranno le frasi con cui ho aperto questo post. Provare per credere.

Se dovessimo dar retta ai piagnistei, tanto cari a Raitre (ad esempio), oltre alla tentazione del suicidio per porre fine a cotanta sofferenza, dovremmo pensare di vivere in un Paese in cui si guadagnano mediamente 200 euro al mese, ed in cui solo per acquistare gli alimentari se ne spendono circa 2000. Un posto in cui tutti i negozi e le attività commerciali restano vuoti per tutto l’anno, perfino per Natale. Un luogo nel quale nessuno riesce a lavorare e tutti sono disoccupati o precari.

Il quadretto, disegnato da mani sapienti soprattutto quando al Governo non c’è il centrosinistra (ma che in Sardegna ora tende a dipingere il centrodestra, all’opposizione rispetto al governatore del PD Renato Soru), sta assumendo contorni di puro terrore in questi ultimi mesi, con l’arrivo dell’ondata di crisi economica.

La realtà dei fatti è molto differente. Senza voler sminuire la portata di una recessione che c’è ed è innegabile, si deve però cercare di evitare l’esplosione di sentimenti negativi come il vittimismo, il pessimismo cosmico ed il disfattismo, tanto di moda oggi.

I dati macroeconomici dimostrano che il PIL è in calo dello 0,4-0,5%. Non un crollo, pertanto. Un calo che deve preoccupare per quello che è: un’incapacità del sistema Italia di reagire alle difficoltà, peraltro più ataviche che contingenti. Un dato negativo della dinamica del Prodotto Interno Lordo è di per sé “recessione”. Ma non si confonda il termine economico con una catastrofe post-atomica. Non stiamo cercando il cibo nei cassonetti e non stiamo andando in fila per farci consegnare il tozzo di pane quotidiano, insomma.

La disoccupazione crescerà. Ci sarà qualche decina di migliaia di persone che non avranno più il loro lavoro. La decrescita è anche questo, purtroppo. Ma anche qui, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tanti di costoro avranno ammortizzatori sociali tali da mantenersi con dignità, fino a trovare un altro impiego (per chi non lavora già anche in nero).

E soprattutto, non ci sono e non ci saranno diminuzioni di stipendi o di pensioni. Chi usufruisce di un reddito fisso, per paradossale che possa apparire, subirà meno di chi lavora in proprio gli effetti della “crisi”. Tra i corollari della recessione, infatti, vi è la deflazione o comunque una forte riduzione dell’inflazione, già iniziata, peraltro.

Chi guadagna 1200 euro al mese, insomma, acquisterà tra sei mesi o un anno, gli stessi beni di ora o addirittura una quantità superiore. E qui si inserisce anche l’asserito crollo dei consumi. Che a mio parere non ci sarà. E’ possibile una lieve contrazione, oscillante tra pochi decimali ed un punto percentuale. Ma gli scenari apocalittici descritti (auspicati, verrebbe da dire…) da alcuni mass media, con tutti i commercianti sul lastrico per assenza assoluta di vendite, non si verificheranno.

Anche perché, concludendo il giochino delle interviste a caso, se chiedete a dieci attività commerciali di verificare i conti del 2008 rispetto al 2007 ed al 2006, scoprirete che la maggioranza sarebbe costretta ad ammettere che in fondo non è cambiato granchè.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 13, 2008 23:28 | link | commenti (2)
categorie: economia, crisi, informazione, ignoranza, luogocomunismo
domenica, 02 novembre 2008

Perchè continuo a scegliere il mercato

ATTENZIONE: POST MEDIO-LUNGO

A costo di essere fuori moda, superato, stonato rispetto all'ondata statalista in ascesa, rimango convinto che il mercato, il libero-mercato, il sistema capitalista, la metodologia liberista, o comunque si voglia definire l'idea che gli uomini producano ricchezza e benessere se lasciati liberi di scegliere la propria strada, sia l'unica via percorribile.

Potrà apparire impervia, in alcuni frangenti; potrà essere dura; ma è l'unica che non porta verso il baratro. Parafrasando un famoso detto, il sistema del libero scambio (delle merci, dei capitali, dell'opera dell'uomo, delle idee) è il peggior sistema possibile, escludendo tutti gli altri.

Voglio dire, non ci vuole una laurea ad Harvard per rendersi conto che i sistemi alternativi hanno tutti fallito miseramente. Al liberalismo (peraltro mai applicato al 100% nela storia umana) infatti, si sono sempre opposti i sistemi socialisti. Dal nazionalsocialismo al socialismo reale, che oltre ala catastrofe economica hanno brillato per aver creato un apparato repressivo allucinante; alle socialdemocrazie, impelagate, chi più chi meno, nel gorgo del debito pubblico, e spesso messe in difficoltà dai cosiddetti Paesi emergenti, solitamente meno oppressi da fisco, stato sociale e limitazioni di vario genere.

Purtroppo, però, i principii liberali hanno un appeal limitato tra chi deve scegliere la "strada" da percorrere. I politici, in primo luogo, e tutti coloro che hanno potere di rappresentanza (sindacati e burocrati), vivono grazie alle sovvenzioni dei propri conterranei. Se tali contributi diminuiscono, tutto il castello costruito negli anni e fatto di prebende, posti di potere, clientele, appalti, decade miseramente. Ecco perchè, pur di non limitare il peso dello Stato (inteso come "settore pubblico"), ci si inventa di tutto. Dalla macelleria sociale legata alla riduzione delle tasse, al diritto alla scuola o alla casa (a spese degli altri, ovviamente), alle crisi vere o presunte per cui lo "Stato DEVE intervenire".

E veniamo al dunque: lo statalismo ha rialzato la cresta, dopo due decenni di difficoltà, nell'ultimo lustro. Prima il terrorismo internazionale, poi gli scandali finanziari ed infine la crisi della finanza, nata dai mutui subprime, anche per il modo di affrontare le notizie scandalistico e catastrofico, hanno creato sfiducia, malumori e timori nella stragrande maggioranza delle persone, soprattutto in quelle poco istruite ed informate. La risposta è tanto chiara quanto prevedibile, ma al tempo stesso dannosa. La cura richiesta alla politica è: più Stato, più protezione pubblica. Inutile sottolineare che questo significa automaticamente più spesa pubblica, ovvero più imposte, ovvero ancora meno soldi nelle tasche dei residenti e più potere alle caste.

Ma torniamo al motivo scatenante. La crisi finanziaria globale, che a detta di molti, tra cui l'ex premio Nobel per l'economia Samuelson, sarebbe dovuta al liberismo sfrenato dell'America (mentre con Bush la spesa pubblica è addirittura aumentata, purtroppo...), sarebbe il certificato di morte del liberalismo e del sistema capitalista (sinonimo di libero mercato).

La realtà dei fatti, come sa chi ha seguito tutta la vicenda dalle origini, è assai differente. Riassumendone le tappe, si può dire che negli USA la richiesta di mutui a basso costo (ispirata anche dalle teorie sul "diritto alla casa") è stata accolta dalle banche parastatali Fannie Mae e Freddy Mac, le quali, spinte dai propri controllori pubblici che volevano accontentare i rispettivi elettori, hanno rilasciato prestiti in cambio di nulla. Ecco i cosiddetti subprime. L'elevata insolvenza dei clienti (per forza...) ha di fatto obbligato le banche che via via hanno copiato i due colossi pubblici statunitensi (facendo uso di mutui a rischio), ad esporsi con obbligazioni e titoli legati ai prodotti spazzatura di cui sopra (i laureati in economia scuseranno la semplificazione grossolana). Ed è nata la catena di cui oggi si pagano le conseguenze. A questo scenario, si aggiunga l'irresponsabilità dei management bancari e finanziari, inseriti a pieno titolo in un sistema affatto liberista. Dirigenti e intermediari, infatti, hanno guadagnato cifre esorbitanti nonostante facessero andare in perdita datori di lavoro e clienti. Una follia, basata su una mentalità ed un approccio opposto a quello liberale legato alla responsablità individuale, che vorrebbe la punizione per chi sbaglia (dirigenti licenziati e truffati indennizzati dai colpevoli), fino alla chiusura delle imprese fallimentari.

In questo scenario, quale sia il black-out del sistema liberale non è dato sapersi. Si dirà: ma se perfino Samuelson ha accusato il capitalismo (sempre sinonimo di libero mercato) di aver causato tutto e di aver chiuso con la storia, un motivo ci sarà. Infatti, il motivo c'è. L'ex Nobel è acerrimo nemico di Bush, anti-repubblicano e pro-Obama. A due settimane dal voto presidenziale a stelle e strisce ha pensato bene di intervenire.

I fautori dello stop al capitalismo crescono, comunque, dappertutto. In Italia, a parte il centrosinistra (sia quello cattolico che quello post-neo-ex comunista) e la destra sociale, da sempre avverse alla libertà economica, abbiamo assistito allo scivolamento verso il Leviatano di Tremonti prima e di Berlusconi poi (fatto salvo qualche sussulto di dignità).

Il prestito ad Alitalia, la conferma dei sussidi in agricoltura, la mancata riduzione delle imposte (se escludiamo l'ICI), ne sono una prova. Ma ciò che spaventa è la determinazione Tremontiana nel richiamare l'interventismo statale anche in economia. Un scelta suicida che rischia di trascinare, questa si, molte persone verso un futuro meno piacevole e meno libero.

domenica, 26 ottobre 2008

Disinformatija numerica

Non mi riferisco alla manifestazione romana del PD.

Che fossero 2.500.000 come dicono i leader della sinistra o 200.000 come dice la Questura (non il centrodestra, come riportato erroneamente, e maliziosamente, dalla conduttrice del TG3), ha poca importanza. Come tutta la serata, d'altronde. In sintesi: le manifestazioni di piazza servono solo a chi le fa, per contarsi.

La disinformazione numerica è targata TG3. Edizione delle 14:15 di oggi.

Servizio sul calo dei consumi, con riferimento al cambiamento percentuale delle abitudini di spesa degli italiani negli ultimi 30 anni.

La giornalista (di cui non ricordo il nome) ha avuto il coraggio di esprimere questo concetto nel pezzo: (cito testualmente)

"TRE MESI FA, I CONSUMI ERANO IN CALO, NONOSTANTE UN LIEVE SEGNO PIU'..OGGI, INVECE, SI REGISTRA UN VERO CROLLO"

La prima parte della frase è un evidente ossimoro. Non si può parlare di calo se il segno è un "più". Ma la portata della gravità della cosa, inaccettabile in una tv nazionale, per giunta del servizio pubblico, è ampliata dalla realtà delle cifre.

Fino a pochi mesi fa (diciamo fino ad Agosto), infatti, i consumi erano praticamente stabili rispetto all'anno precedente, con un +0,1% (quindi non in calo). Oggi c'è un -0,4%. Ovvero un calo, abbastanza lieve. Ma certamente non un crollo.

Insomma, come ho avuto modo di affermare in numerose circostanze, urgono ripetizioni di matematica per tutti!

postato da: Liberalista alle ore ottobre 26, 2008 22:53 | link | commenti
categorie: informazione, vergogna, ignoranza, raitre, tv
lunedì, 18 agosto 2008

Elogio dei numeri

 

- Articolo pubblicato su "Lunamag" di Agosto 2008 -

Tranquillizzo subito chi legge: non dovrete sorbirvi un trattato di matematica. La premessa è fondamentale, stando all’atavica repulsione italica per tutto ciò che è scienza numerica, statistica, economica o matematica. Non ci si può stupire, insomma, se gli indicatori internazionali fotografano una situazione in cui le conoscenze degli studenti e perfino dei laureati italiani, nelle materie di calcolo, sono tra le più basse del Mondo. Tale debolezza ha ripercussioni non soltanto sulla qualità degli studenti nelle Facoltà universitarie di Matematica, Fisica, Economia e similari, ma soprattutto sulle capacità di calcolo ed analisi fondamentali per districarsi nella complessità della vita contemporanea. Tre esempi facili facili: il livello dei prezzi, il costo dei carburanti ed il clima. Apparentemente, si tratta di argomenti la cui comprensione dovrebbe essere alla portata di tutti. Se ne parla così tanto, tra programmi tv, quotidiani, internet, che se si potesse fare un’indagine sui temi affrontati a tavola in famiglia, al bar, in palestra o al mercato, sarebbero sicuramente nella top ten. Purtroppo, se ne parla spesso a sproposito. Per mancanza di “cultura numerica”, principalmente. Sui prezzi: il caro-vita è una costante con cui tutte le generazioni hanno avuto a che fare. Per i sardi, basta guardare il programma di Videolina “Vent’anni fa”, che ripropone i telegiornali di due decenni orsono. Il tema è affrontato quasi tutti i giorni con servizi sui rincari di frutta, verdura, carne, pane o pasta. E stiamo parlando del 1988 e degli anni precedenti. Insomma, l’aumento dei prezzi c’è sempre stato e sempre ci sarà. Si sostiene, invece, che tutto sarebbe raddoppiato, ma non oggi: nel 2002, con l’avvento dell’euro. Per poi continuare a crescere anno dopo anno. Stando a questo luogo comune, se nel 2002 si spendevano 400 euro per “fare la spesa” mensile, oggi dovremmo essere almeno a 1000 euro per gli stessi beni. Invece non è così: chiunque, se ne avesse gli strumenti, potrebbe capire che il livello medio dei prezzi si è innalzato, negli ultimi 6 anni, del 20% circa. Non del 150% come spesso si tende ad affermare. Ma passiamo al carburante, il cui costo incide su quasi tutti i prodotti che consumiamo abitualmente, oltre che sulla spesa per mantenere le nostre automobili. A riguardo, le affermazioni distorte dalla mancanza di cultura numerica (ed economica, sarebbe il caso di aggiungere) riguardano la dinamica dei prezzi e la composizione dello stesso. Nel primo caso, basti sapere che, in proporzione al reddito a disposizione degli automobilisti italiani, il carburante costava molto di più negli anni ’60 e ’70, rispetto ad oggi. Nel secondo, si tende a criminalizzare il benzinaio, senza sapere che il margine operativo dello stesso non supera il 5-6% del costo totale della benzina. Quasi tutto il malloppo, pari a circa il 70%, va allo Stato, sottoforma di accise ed IVA. Il 20% è il costo reale del prodotto alla fonte (ovvero dal produttore). Un altro 4-5% va alle compagnie che acquistano e rivendono i carburanti: diciamo i “marchi”. Chi potrebbe contribuire maggiormente alla riduzione del prezzo? Indovinate un po’…. Infine, il clima. In numerosi studi vengono propinate cifre assurde, che infatti non stanno né in cielo né in terra, sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sulla deforestazione e via “catastrofando”. Con un minimo di “attenzione numerica” in più, tutti saremmo in grado di smascherare le bugie e capire cosa ci sia effettivamente di vero in tali affermazioni. Senza entrare troppo nel dettaglio: in tutti gli Stati occidentali le foreste sono aumentate di estensione negli ultimi 30 anni. E perfino la Foresta Amazzonica si è espansa. Morale della favola: non sarebbe male, per tutti, fare in modo che nelle scuole, a partire dalle elementari, venisse dato maggiore spazio a materie come economia, statistica e matematica. I fenomeni che interessano la vita quotidiana e perfino gli strumenti per superare le criticità, sarebbero meno distanti e più comprensibili. Magari, faremmo qualche errore in meno. E probabilmente, riusciremmo a smascherare più velocemente chi cerca di approfittare dell’ignoranza in buona fede per il proprio tornaconto, monetario o elettorale che sia.

postato da: Liberalista alle ore agosto 18, 2008 21:55 | link | commenti
categorie: ambiente, divagazioni, scienza, informazione, ignoranza, imposte, tassazione, carburanti, luogocomunismo
venerdì, 08 agosto 2008

Carburante cerebrale

Con quaranta gradi non è semplice tenere sveglio il cervello.

Forse per questo, negli ultimi giorni, caratterizzati (almeno nel centro-sud) dalle temperature più elevate dell'intera Estate 2008, i politici, i mezzi di infomazione e, di conseguenza, gli italiani meno propensi ad informarsi "in proprio", hanno affrontato alcuni temi in modo francamente illogico.

A parte il ritardo nel rendere pubblica la notizia del calo del prezzo del barile di petrolio (da oltre 140 a circa 120 dollari), seguito dall'ancora più ritardato annuncio del calo dei prezzi dei carburanti "alla pompa", il sistema dell'informazione ha dato prova di scarsissima qualità ed attenzione nell'affrontare l'argomento "prezzo della benzina".

Passi che spesso si tende a riportare pedissequamente ciò che affermano esponenti di partiti, associazioni di consumatori o sindacati, ma un minimo di senso critico e di spirito di osservazione non guasterebbe. Anzi, dovrebbe essere una delle caratteristiche principali richieste ad un giornalista.

Tutti, ma proprio tutti i quotidiani, le tv, i portali internet, le agenzie di stampa, hanno lanciato la medesima accusa: i prezzi della benzina scendono molto più lentamente del valore del barile di petrolio, mentre i rincari sono decisamente più celeri. Una sensazione diffusa, ma smentita dai numeri.

Basta dare un'occhiata qui e qui. Come sempre, l'Istituto Bruno Leoni si distingue per senso logico e capacità di affrontare i temi senza paraocchi.

Un altro argomento da affrontare con il cervello acceso è quello relativo alle fonti di energia. Nella giungla delle vecchie tecnologie, legate ai combustibili fossili ed alle centrali termoelettriche, e soprattutto delle nuove, tra nucleare, eolico, solare, fotovoltaico, idrogeno, eccetera, è difficile capirci qualcosa. Troppo spesso, infatti, si discute per partito preso, senza conoscere assolutamente nulla di ciò di cui si parla.

Ad esempio, sapevate che una centrale nucleare, mediamente produce scorie radioattive per appena 1 metro cubo l'anno? O che il costo di produzione di una centrale fotovoltaica è pari a 40 volte quello di una centrale a carbone? Se l'argomento vi interessa (ma certo che vi interessa, visto quanto se ne parla...), consiglio vivamente di prendersi venti-trenta minuti di tempo per visitare il blog del mio amico Massimo Artizzu. L'argomento è affrontato in maniera esaustiva, competente e senza fronzoli ideologici di alcun genere.

postato da: Liberalista alle ore agosto 08, 2008 18:04 | link | commenti
categorie: ambiente, scienza, energia, informazione, ignoranza, carbone, tv , carburanti, luogocomunismo
giovedì, 12 giugno 2008

Pensieri sparsi e veloci

Il poco tempo a mio disposizione, tra lavoro (lavori, sarebbe il caso di dire), Europei in tv e sonnolenza anticipata, mi costringe a tralasciare il blog e la scrittura.

Per questo butto giù due righe di commento a quanto successo ultimamente.

Mi viene in mente subito la notizia (seminascosta dai media) del clamoroso debito del Comune di Roma: la gestione Veltroni ha lasciato un buco di 10 miliardi di euro! Più della metà di una media Finanziaria nazionale. Le Feste del Cinema e le Notti Bianche costano! Però grande enfasi è stata data al debito pubblico nazionale in crescita nel primo trimestre del 2008 (con annesso pistolotto dell'UE): tale ammontare non si è mai ridotto, in termini assoluti. E stavolta, infatti, non si è parlato di percentuali, ma di valore assoluto, in crescita come sempre. Quindi, perchè strillare, se non per cercare di affibbiare al Governo in carica le responsabilità?

Sempre a Roma. Arriva Bush e il traffico impazzisce. Per la verità, il traffico romano è già impazzito da tempo e va letteralmente in tilt in tutte le "occasioni speciali". Ma il Corriere della Sera ci fa un titolone, dando la colpa a Bush!

Ancora nella Città eterna. La faccenda del ballerino albanese Kledy aggredito, con presunte motivazioni xenofobe e razziste, si è rivelata l'ennesima bufala. Ad essere aggredito, infatti, era l'italiano.

Politica: sul sistema delle intercettazioni e sulla sua modifica è stato scritto di tutto. Probabilmente a sproposito, sia da parte dei suoi detrattori (il costo non ammonta a un terzo del totale del capitolo Giustizia), sia da parte dei suoi laudatori (non è affatto vero che le vogliono abolire, nè che siano necessarie sempre e comunque). Resta la barbarie della pubblicazione di dialoghi non "penalmente rilevanti" da parte della stampa. Lì è giusto intervenire, con punizioni pesanti per le talpe dei Palazzi di Giustizia e per i "colleghi avvoltoi", checchè ne dica la corporazione.

I Ministri Brunetta e Gelmini si stanno distinguendo per aver avanzato proposte di riforma nella giusta direzione: merito e competizione per crescere. La speranza è che alle dichiarazioni ed alle enunciazioni di principio, pur ottime, faccia seguito una serie di azioni e di iniziative concrete ed efficaci. Il problema, a mio parere, è che introdurre elementi di mercato nel settore pubblico, notoriamente l'esatto opposto del mercato, si potrebbe rivelare una pura utopia.

Infine due spunti, come promemoria, riguardanti argomenti che voglio approfondire, tempo permettendo.

Il caro carburanti va affrontato con intelligenza, lungimiranza e possibilmente, con i fondamenti dell'economia, pena il danno oltre la beffa. Le proposte di Tremonti (Robin Tax) e Beppe Grillo (boicottaggio della Esso... sic!) fanno ridere e piangere insieme.

Il peso dello Stato e del "pubblico" va ridotto drasticamente. Un banco di prova dovrebbe essere il finanziamento alla stampa periodica, alle tv, alle radio. E' preferibile pagare un quotidiano 1,50 euro (se lo si vuole acquistare), ma pagare meno tasse. Anche perchè ormai abbiamo la possibilità di avere tutto, gratuitamente o quasi, su internet. Capire dove iniziare a limare la spesa pubblica, tagliando contemporaneamente il prelievo sui "sudditi", sarebbe già un primo passo.