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mercoledì, 09 settembre 2009

Feltri non ha torto, ma Fini ha ragione

Tira aria da assalto alla diligenza nel Popolo della Libertà.

La caccia all’uomo scatenata dall’editoriale al vetriolo di Vittorio Feltri sul suo Giornale, nei confronti del n.2 del PDL Gianfranco Fini, ha scoperchiato il vaso di Pandora dei problemi legati alla nascita e al non facile sviluppo del nuovo soggetto politico.

Un parto che sembrava indolore rischia così di portare alla morte del neonato, se i genitori non si metteranno d’accordo sulla sua “alimentazione”.

Berlusconi e Fini hanno ormai agende e obiettivi differenti.

Il primo è costretto sulla difensiva da una campagna di stampa feroce e senza esclusione di colpi bassi, ma non può perdere di vista il lavoro del Governo, che deve portare a casa risultati concreti e tangibili.

Il secondo, dando per buoni i rumors giornalistici, punterebbe alla Presidenza della Repubblica oppure alla sostituzione del leader, a stretto giro di posta.

Due strade impervie, il cui bivio non tarderà comunque ad arrivare.

Certo è che Vittorio Feltri non sbaglia quando chiede a Fini un passo indietro per non danneggiare ulteriormente l’esecutivo in un momento tanto delicato.

Se il suo obiettivo è quello di salire al Quirinale, d’altronde, non può prescindere dall’appoggio berlusconiano. Se invece vuole prendere lo scettro di Re Silvio, non può farlo con un regicidio, sempre che ne abbia i mezzi, perché l’elettorato pidiellino non glielo perdonerebbe.

Il neo direttore del Giornale, quindi, non ha torto.

Ma il Presidente della Camera ha ragione, a sua volta, quando chiede chiarezza sul funzionamento del PDL, così come quando auspica che gli eletti del partito siano consapevoli che la base è senza dubbio più vicina alle posizioni laiche e liberali che a quelle del Vaticano o della Lega, sia sui temi cosiddetti etici che su quelli economici.

E Fini fa benissimo a ricordarlo pubblicamente.

Il PDL non è un blocco monolitico schiacciato sulle posizioni del suo fondatore e leader assoluto. Anche perché ultimamente tali posizioni risultano poco chiare e talvolta non in linea col sentire degli elettori del centrodestra.

Non ci si può esimere, insomma, dal sottolinearne le incongruenze e le mancanze, nonostante si rischi di essere additati come traditori, destino toccato in sorte proprio a Fini, che sarà sommerso dai fischi giovedì a Gubbio, alla convention formativa del nuovo partito.

Non è certo lui ad essere scivolato verso posizioni “de sinistra”. E se ormai l’ex leader di AN, odiatissimo dai suoi ex compagni-camerati, appare l’unico laico-liberale di questo centrodestra, il problema è del centrodestra, non suo.

postato da: Liberalista alle ore settembre 09, 2009 13:01 | link | commenti (3)
categorie: politica, berlusconi, governo, fini, pdl
lunedì, 09 marzo 2009

Finalmente!

Ultimamente ho criticato parecchio il Governo Berlusconi.

E' ormai palese che lo reputi poco liberale e molto socialdemocratico, negli atteggiamenti, nelle invettive, nei discorsi dei principali Ministri.

Ma stavolta, relativamente al discorso del "Piano Casa", devo fare ammenda.

Lo sblocco, la liberalizzazione potremmo chiamarla, del mercato dell'edilizia abitativa, rappresenta un bel passo avanti per un Paese spesso frenato dalla burocrazia, da divieti anacronistici e da scelte ideologiche.

Non mi pronuncio sulle nuove case popolari, alle quali in linea di principio resto contrario, in quanto costruite per "presunti poveri", a spese dei "presunti benestanti". Attendo che si rendano note le procedure effettive, prima di esprimermi in maniera definitiva. Ma già il fatto che tali abitazioni si possano riscattare, diventando di proprietà di chi le abita, deve essere valutato positivamente.

La vera rivoluzione, semplice da applicare e senza costi per i contribuenti, è l'allargamento del campo di libertà dei possessori di case. Chi vorrà, potrà così udufruire di un 20% di aumento della cubatura della propria abitazione. Non sarà più necessario, insomma, chiedere permessi, fare la trafila dai dirigenti comunali, perdere tempo e denaro tra ASL, enti ed uffici vari, per costruire un secondo bagno, o creare un pergolato nel terrazzo, o soppalcare il soffitto.

Tutte azioni che, in realtà, dovrebbero essere assolutamente affidate alla libera iniziativa dei proprietari, non alla frenesia regolatrice degli "illuminati" politici di turno.

Qui sta il passo avanti, in termini di cultura e di approccio al problema. L'ampliamento della sfera della scelta individuale a discapito della programmazione pubblica è sempre una bella notizia.

Se poi a questo aggiungiamo il sicuro impatto positivo sull'economia reale, dovuto alla crescita di valore delle proprietà private dei cittadini, il quadro non può che essere considerato positivamente.

postato da: Liberalista alle ore marzo 09, 2009 22:03 | link | commenti (8)
categorie: berlusconi, riforme, libertà, governo, comuni
domenica, 01 febbraio 2009

Il bipartitismo imperfetto

Berlusconi e Veltroni trovano l'accordo. La nuova legge elettorale per le Europee avrà uno "sbarramento" al 4%. Ovvero, le liste che non raggiungeranno tale soglia, non parteciperanno all'assegnazione dei 72 seggi italiani a Bruxelles.

Immediate sono esplose le polemiche. A protestare, ovviamente, sono tutti i partiti che, sondaggi alla mano e precedenti in mente, avrebbero forti difficoltà ad arrivare al 4% delle preferenze. In Parlamento, si sono ritrovati dalla stessa parte, contro il "Veltrusconi", comunisti vari, socialisti, liberali, autonomisti, indipendentisti, ambientalisti. PRC, PDCI, Verdi, PLI, PSI, MPA, le principali sigle degli indignati.

La norma, in sè, non ha nulla di incostituzionale. Nè di illegale. La soglia di sbarramento esiste già alle elezioni Politiche, ed opera, seppure camuffata, anche nelle altre consultazioni elettorali, laddove l'effetto maggioritario esclude a prescindere chi non ha possibilità di prevalere su tutti gli altri.

Quindi, nessuna novità in tal senso. Se concentrate sull'aspetto della "legalità" e della "unicità, insomma, le critiche risultano inefficaci e fuori luogo.

Ad essere meno comprensibile, invece, è la scelta di constringere gli italiani al cosiddetto "voto utile" (utile a scegliere un governo, più che un partito o un simbolo) anche laddove non c'è un esecutivo da eleggere. In Europa, purtroppo, non abbiamo la possibilità di scegliere una coalizione, un partito o un presidente che andrà a governare l'Unione o la Commissione.

Concretamente, si tratta perlopiù di nominare i nostri rappresentanti in seno all'Unione. Di conseguenza, la legge elettorale, in questo caso, dovrebbe cercare di rappresentare, fedelmente, la composizione politica del Paese. Quindi, sarebbe più "giusto" un sistema proporzionale.

La scelta di PDL e PD è comprensibile per quanto concerne gli interessi contingenti dei due partiti maggioritari (e, non secondariamente, anche quelli dei due alleati scomodi, Lega e IDV), ma può essere giustificata anche dalla necessità di non tornare indietro sulla strada del sistema bipartitico. Riportare in vita sigle quasi scomparse, infatti, cozza assolutamente col progetto già avviato efficacemente nel 2008.

Per chi crede nel funzionamento efficace della democrazia liberale di stampo angloamericano, un sistema sostanzialmente bipartitico non può che rappresentare l'approdo del percorso di riforma delle istituzioni.

Ma il bipartitismo richiede dei presupposti che in Italia non esistono ancora. E le azioni di PDL e PD non sembrano andare nella direzione giusta.

Innanzitutto, per poter funzionare ed essere accettato dai cittadini, il bipartitismo deve prevedere obbligatoriamente le primarie, per la scelta dei candidati, a tutti i livelli. Sarà difficile e lungo, ma è un processo che deve essere avviato in contemporanea alle riforme elettorali. Non anni dopo.

Ai due partiti-contenitori, infatti, aderiranno persone e gruppi di provenienze e idee differenti, seppure uniti da un sottobosco comune. Escluderli da tutte le decisioni e le scelte, oltre che dalla possibilità di ritrovare il proprio simbolo identificativo nelle consultazioni elettorali, non può essere una soluzione. Significherebbe escludere dalla vita politica della Nazione almeno il 40% degli elettori.

Le primarie, invece, consentirebbero a chiunque di partecipare alle scelte del contenitore di riferimento. Ad esempio, un liberale oggi non può scegliere un partito diverso dal PDL, nella logica del voto utile. Poco male, se avesse quantomeno la possibilità di scegliere un candidato vicino alle proprie posizioni. Invece, liste bloccate o meno (anche prima le candidature erano selezionate accuratamente dalle segreterie dei partiti), non esiste nemmeno questa possibilità. Col sistema delle primarie lo stesso elettore liberale potrebbe scegliere un proprio candidato da inserire in lista. E non avrebbe la sensazione di non avere scelta o di essere inutile nel PDL, come avviene oggi. Così un elettore di sinistra nel PD, sia chiaro.

Il bipartitismo all'italiana, invece, nato senza primarie e con quattro partiti al posto di due (altra anomalia di chi voleva "andare da solo" e poi è sceso a patti solo con chi ha voluto), rischia di essere inaccettabile per una fetta di elettorato troppo grande per essere ignorata. Le incongruenze di principio (si al bipartitismo, ma con altri partiti alleati; liste bloccate; no primarie; sbarramenti creato ad hoc per accontentare tutti i partiti presenti in Parlamento) sono straordinariamente pesanti per chi parla di sistema bipartitico.

Se alle parole non seguono i fatti, è probabile che poi nessuno creda più a chi le pronuncia. Abortire un progetto ambizioso ed affascinante a causa di errori così grossolani, sarebbe un vero peccato.

E ad un finto bipartitismo "bloccato" ed oligarchico, è decisamente preferibile un "multipolarismo maggioritario" in cui le famiglie politico-culturali vicine si accordino su un programma di governo. Un modello tra l'inglese e il tedesco, che forse in Italia, viste le attuali condizioni, non sarebbe lontano dalla realtà.

postato da: Liberalista alle ore febbraio 01, 2009 23:21 | link | commenti (7)
categorie: politica, elezioni, primarie, riforme, europee, governo, candidature, pdl
venerdì, 16 gennaio 2009

Le serpi in seno: Silvio e i liberali

L’abbassamento delle tasse? Può attendere. Le liberalizzazioni? Ma no, le proponeva Bersani. La rivoluzione liberale? Mai detto niente di simile. L’operato ed il substrato “culturale” (ehm…) del Governo Berlusconi 2008-2009, come è ormai palese ed inequivocabile, non possono essere confusi con i principi liberali. Nulla di strano, se si pensa ai temi dell’ultima campagna elettorale, che non prometteva nulla di buono. Certo, si era comunque parlato di addio all’oppressione fiscale “prodiana” e di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma già le parole d’ordine, rispetto al 1994, al 1996 ed al 2001 erano profondamente mutate.

A non essere cambiata, però, è la mentalità della base elettorale “storica” di Forza Italia. Quel popolo delle partite Iva, per azzardare una definizione certamente non onnicomprensiva, né particolarmente felice, allevato a suon di “rivoluzioni liberali”, “meno tasse per tutti”, “meno Stato più libertà”, che da anni lotta per veder realizzate queste promesse. Si tratta, in larga misura, del popolo azzurro, nato e cresciuto politicamente proprio con Silvio Berlusconi. Uomini e donne nati anagraficamente soprattutto negli anni ’70 e ’80, nauseati dall’assistenzialismo e dallo statalismo di quasi tutti i partiti del cinquantennio democratico della Prima Repubblica, le cui istanze di cambiamento furono raccolte dal miliardario televisivo che parlava così bene di libertà e, di conseguenza, di ricerca individuale della felicità.

Il grande merito di Berlusconi, infatti, non fu tanto la fondazione di Forza Italia, quanto l’aver sdoganato i temi dell’oppressione fiscale, della riduzione del sistema burocratico ed in generale della sfera di influenza del pubblico sulla vita privata, dell’antistatalismo come reazione ad un sistema soffocante e persecutorio.

Milioni di persone si avvicinarono al partito azzurro perché affascinati da quest’uomo e dalle sue idee, diverse da quelle propinate da tutti gli altri. Milioni di uomini e donne sbeffeggiati per anni e messi all’indice come appestati, ma orgogliosi di essere portatori di un grande progetto: la rivoluzione liberale, una rivoluzione pacifica ed incruenta, capace di cambiare la rotta di un Paese in lento ma costante declino.

Fino al 2001, parole, slogan ed azione politica hanno seguito lo stesso binario, per poi iniziare ad allontanarsi negli anni del 2° Governo Berlusconi, tra il 2001 ed il 2006. La colpa, si disse, fu degli alleati riottosi, con UDC e AN troppo legate a logiche spartitorie, di potere e perciò stataliste.

Una scusa, a bocce ferme. Perché senza il partito di Casini, con AN in un angolo nella transizione verso il PDL, non solo le cose non sono migliorate, ma addirittura alla scomparsa dell’azione liberale ha fatto seguito l’addio perfino della terminologia. Il sogno della rivoluzione liberale, insomma, è stato riposto mestamente in un cassetto. Dimenticato. Come un errore di gioventù.

Ma il malcontento, come viene ormai rilevato anche dai sondaggi sul gradimento di premier e governo, monta inesorabile.

Ad allontanarsi dal PDL sono soprattutto i liberali veri, quel nucleo azzurro, quel “popolo della rivoluzione liberale” che ha assorbito talmente a fondo i principi del primo Berlusconi da poterglieli rinfacciare senza timori. Senza temere di diventare i primi detrattori di colui che in passato fu capace di toccarne le corde del cuore, allevandone sogni e speranze, e che oggi rischia di perdere il contatto con i protagonisti più veri della sua fortuna politica.

postato da: Liberalista alle ore gennaio 16, 2009 22:35 | link | commenti (3)
categorie: politica, berlusconi, riforme, delusione, libertà, liberalismo, governo, tassazione, pdl , partito liberale
venerdì, 05 dicembre 2008

PDL: iniziamo bene...

La macchina organizzativa del nascente Popolo della Libertà si è messa in moto. Nei prossimi due week-end, ovvero il 13-14 ed il 20-21 Dicembre, Forza Italia ed Alleanza Nazionale dovranno eleggere i propri delegati all'Assemblea Congressuale Nazionale del PDL, in programma ad inizio 2009. Una quota dei 6000 congressisti dovrebbe essere eletta direttamente da elettori e simpatizzanti del partito.

Nei due fine settimana dedicati alle "primarie" del Congresso, verranno allestiti i gazebo di Forza Italia, in cui i cittadini potranno scegliere tra una rosa di nomi selezionata dai vertici locali e provinciali azzurri e ratificata da quelli regionali e nazionali. I più votati dal "popolo dei gazebo" andranno a votare al Congresso Nazionale del PDL.

Il tutto, in pura teoria. In realtà, infatti, le indiscrezioni trapelate dagli incontri organizzativi non promettono nulla di buono. La suddivisione dei delegati, infatti, è stata stabilita su basi territoriali e senza candidature effettive. Nessuno, insomma, può presentarsi ai responsabili provinciali e chiedere di essere inserito nella lista da cui i cittadini dovrebbero scegliere nei gazebo. A rappresentare Forza Italia nel Congresso saranno soltanto eletti ed iscritti, con tutta probabilità quelli più vicini ai caporioni locali e regionali. Nessuna possibilità per chi non è cooptato dal partito, nè per chi pensa di aver qualcosa da proporre nel nuovo partito unico del centrodestra.

Le "primarie dei delegati", quindi, saranno assolutamente fittizie. Nei gazebo si farà propaganda politica per il Governo Berlusconi (e questo è normale), e niente più. E se proprio qualcuno vorrà votare, non se ne terrà conto minimamente.

Un bell'inizio, non c'è che dire, per un movimento politico che nel nome porta la parola "Popolo"...

UPDATE: Ho appena letto sul sito di Forza Italia il Regolamento delle primerie nei gazebo. Sostanzialmente, il discorso non diverge da quanto ho scritto sopra. Le liste dei nominativi dei delegati forzisti sono bloccate. Scelte dall'alto e bloccate. I cittadini, nei gazebo, dovranno ratificare la scelta dei vertici con un SI.

Esiste, però, una possibilità, che a mio parere dovrebbe essere sfruttata appieno. Se non si vuole approvare la lista, infatti, si potranno indicare altri nomi, fino al 30% dei delegati. Un'opportunità da cogliere assolutamente. Chi ha a cuore il metodo delle primarie, DEVE inserire altri nomi nella scheda, e soprattutto convincere gli altri votanti (è necessario che il 50% dei votanti non approvi la lista bloccata) a fare altrettanto.

Fondamentale, a questo punto, diventa la presenza nei gazebo. In proposito, si sappia che il ruolo di "Presidente di gazebo" è volontario. Non sarebbe sbagliato, da parte di chi crede nel metodo democratico di selezione dei candidati, proporsi attivamente per tale compito.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 05, 2008 22:53 | link | commenti (4)
categorie: politica, primarie, governo, candidature, pdl
mercoledì, 03 dicembre 2008

TORNIAMO ALLE COSE SERIE - 1

Al termine di due giornate intere a parlare di Sky e dell’IVA sugli abbonamenti della pay-tv, sarebbe proprio il caso di parlare di cose serie.

 

È vero che il centrosinistra ha fatto una pessima figura. È vero che Tremonti ha soltanto risposto alle richieste, sacrosante, dell’UE. È vero anche che in un’ottica di riduzione della pressione fiscale sarebbe stato preferibile ridurre a tutte le tv l’IVA al 10%. Ma in questo caso, si sarebbe posto un problema: perché l’abbonamento SKY con l’IVA al 10% e i mobili per la propria casa, o il detersivo per i piatti, o la maglia della salute, al 20%? Non ci sarebbe stata alcuna ragione per favorire tale consumo voluttuario e volontario rispetto a tanti altri. L’ideale sarebbe ridurre tutte le aliquote IVA, per tutti i prodotti. Ma non mi pare che nessuno abbia il coraggio di farlo, né di proporlo seriamente.

 

È vero tutto. Ma appunto, sono tutte considerazioni già trite e ritrite. A scapito di una seria analisi del Decreto anti-crisi che il Governo ha reso noto appena 5 giorni fa, e che sembra già dimenticato, i media hanno preferito sorvolare con nonchalance, buttandosi sulla prima notizia spendibile, penalizzando chi avrebbe interesse a capire meglio, ovvero i cittadini italiani.

 

Nel suo piccolo, questo blog ci vuole provare.

 

Inizierò pertanto dalla social-card. Una misura, quella dei 40 euro mensili da spendere in esercizi convenzionati e per il pagamento delle utenze, destinata quasi esclusivamente ai pensionati ultra65enni con redditi molto bassi. Un intervento tendenzialmente populista, che avrà come effetto quello di aiutare comunque una fascia della popolazione con scarsissime possibilità di migliorarsi altrimenti. Tra i rischi, le modalità di applicazione pratica, con i "falsari" già pronti alla bisogna. Non dovrebbe sussistere, invece, il pericolo di destinazione dell’aiuto ai furbetti (evasori, lavoratori in nero, scansatafiche mantenuti dal proprio Comune o da parenti), visto che la platea è realmente limitata.

 

Scarsissimo, di contro, l’impatto sui consumi, dato sia il basso ammontare della misura sia la destinazione della modica cifra verso bollette e spese già previste.

Dal punto di vista ideale, resto contrario a questo genere di iniziative. Non premiano il merito e non incentivano la responsabilità, oltre a spostare fondi da chi li produce col proprio ingegno e la propria fatica verso chi è inoperoso. Ma tra le storture dello statalismo, risulta tra le più digeribili.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 03, 2008 15:36 | link | commenti
categorie: crisi, informazione, berlusconi, governo, tremonti, tv
lunedì, 27 ottobre 2008

Liberali senza liberalismo

Anche il Governo Berlusconi, al dunque, si sta rivelando un esecutivo poco liberale.

Utilizzo il termine liberale in senso puro, ovvero come liberale in teoria politica, in quella economca (liberista) ed in quella civile (libertario).

Pur con sprazzi di intelligente "spirito libero", tra cui vanno annoverati gli interventi di Brunetta nella P.A., della Gelmini nella Scuola e della Prestigiacomo nel settore ambientale, la sensazione, già assaporata durante la campagna eletttorale, è che Berlusconi in persona e di conseguenza l'operato del suo Governo, abbiano abbandonato l'approccio liberale che ne aveva contraddistinto la fase 1994-2001 ed anche qualche momento della legislatura 2001-2006 e del successivo biennio all'opposizione.

Non mi soffermerò a lungo su questo aspetto, avendolo già affrontato in numerosi post ed articoli precedenti.

Ciò su cui mi voglio soffermare è la tendenza dei politici ad abbandonare la nave che temono (a torto o a ragione) stia affondando.

In Italia, dopo i comunisti senza comunismo, i socialisti senza socialismo, i fascisti senza fascismo e perfino i secessionisti senza secessione, ora possiamo annoverare anche i liberali senza liberalismo.

Berlusconi ed i suoi più stretti seguaci, infatti, sono passati dall'autodefinirsi liberali al criticare aspramente il sistema di valori su cui l'essere liberali si fonda. Le critiche al libero mercato, il plauso all'interventismo pubblico, il consenso agli aiuti di Stato, ne sono una prova lampante.

Ma a stupire più di ogni altra cosa è il motivo di tale dietrofront. La "Crisi Finanziaria Mondiale", le cui colpe sono state attribuite in toto al liberismo selvaggio.

Una definizione che spesso si accompagna al liberalismo economico, ma che duole sentir pronunciare da bocche che ne hanno tratto vantaggio elettorale per oltre un decennio. E se un Tremonti lo si può anche accettare (si fa per dire..), un Berlusconi che dà le colpe al capitalismo (e nel prossimo post spiegherò perchè non è vero) risulta francamente indigesto.

postato da: Liberalista alle ore ottobre 27, 2008 16:03 | link | commenti (1)
categorie: politica, berlusconi, delusione, liberalismo, governo, tremonti, luogocomunismo
martedì, 16 settembre 2008

Barra dritta sulle mezze riforme

Come era prevedibile, la santa alleanza dei parassiti ha stappato lo spumante, inaugurando l'anno scolastico con teatrali manifestazioni di protesta, attese da almeno due anni con trepidazione.

La CGIL in primis, non ne poteva più di aspettare. E le/gli insegnanti, di tutti i livelli (cosa c'entrano le scuole superiori con la riforma???), col lutto, alcune platealmente in lacrime, i ragazzi con gli striscioni, gli slogan stantii. Insomma, tutto l'armamentario del '68 tirato fuori dall'armadio.

Ma, appunto, era prevedibile. Anzi, era assodato che sarebbe successo.

Il problema, quindi, non è rispondere per le rime ai manifestanti. Sarebbe fiato sprecato, visto che si tratta di rigurgiti sindacal-comunistoidi, contrari a qualsiasi discussione sul tema.

Il punto nodale è un altro: il Governo, rappresentato in questo caso dalla giovane Ministra Maria Stella Gelmini - e qui mi autocito perchè auspicai proprio un giovane alla guida di questo fondamentale Ministero - deve assolutamente mantenere dritta la barra della propria azione. Nessun passo indietro, nessuna modifica della riforma dovrà essere accettata in cambio del "quieto vivere". Non si può gettare nel wc un intervento sacrosanto per i capricci di chi non accetta la riduzione del proprio potere (v. alla voce "sindacati") o di chi non è abituato a guadagnarsi da vivere lavorando (v. alla voce "dipendenti pubblici iperprotetti").

La vicenda umana di una persona che perde il lavoro può essere triste, ma non è mai esiziale. Ci sono decine di migliaia di persone che cambiano lavoro ogni anno o che lo perdono e rimangono qualche settimana/mese in cerca di un altro lavoro. Dipende tutto da come si vive il momento del passaggio. Ma non si può fare una campagna di terrorismo su un problema risolvibile.

Tutte le riforme impostate in termini di maggiore responsabilizzazione dei singoli individui, infatti, resteranno "mezze riforme" se non saranno accompagnate da un tassello fondamentale. Sto parlando dell'abolizione di tutti gli ammortizzatori sociali attualmente in vigore (CIG, mobilità, etc), e la creazione di un unico, generalizzato, sostegno al reddito dei temporaneamente disoccupati. Come accade in altri Paesi del mondo, chi resta senza lavoro percepisce un reddito di mantenimento fisso, per un periodo limitato, durante il quale dovrà cercare una nuova occupazione.

E' un intervento preannunciato a più riprese, in convegni, editoriali, forum vari, ma mai applicato finora.

Qualcuno, lassù, ai vertici dell'esecutivo, dovrebbe iniziare a pensare che non sarebbe tanto giusto farci pagare 10 anni di Cassa Integrazione per i fuoriusciti da Alitalia o per chi non riuscirà a rientrare nel dorato mondo della scuola. Il momento del welfare to work, insomma, è arrivato.

postato da: Liberalista alle ore settembre 16, 2008 20:02 | link | commenti (2)
categorie: scuola, lavoro, proposte, riforme, responsabilità, governo, fannulloni, luogocomunismo
mercoledì, 10 settembre 2008

Maestra Gelmini

Questa volta il titolo non è ironico.

Insieme all'ormai mitico Brunetta - a cui l'opposizione ed il circo barnum della comicità a rimorchio riescono a dedicare soltanto scontate ed acrimoniose battute sul metro e mezzo di statura - la giovane ministra della Pubblica Istruzione rappresenta il "buono" del Governo Berlusconi.

Non in termini caratteriali, ovviamente. La "bontà" della Gelmini sta tutta nel coraggio di far seguire alle parole ed alle idee, atti e fatti concreti.

E' uno dei rarissimi casi in cui le promesse della campagna elettorale, e perfino le tante parole spese nei precedenti quindici anni di battaglia politica sotto il vessillo tricolore - ormai abbandonato - di Forza Italia, siano state mantenute.

Più dell'abolizione dell'ICI, che la Lega vorrebbe reintrodurre dalla finestra dopo averla cacciata via dalla porta; più del caso-Napoli, ovvia conclusione positiva di un disastro in cui le responsabilità di amministrazioni locali ormai "sazie" erano evidenti e ben note; più del cosiddetto "salvataggio" di Alitalia, operazione contro cui avrei sperato si battesse maggiormente la parte liberale del PDL.

Più di tutto il resto, la vera battaglia vinta dal centrodestra italiano potrebbe essere proprio quella sulla scuola - il condizionale è d'obbligo, visto che la riforma è pluriennale....

Una fornace gestita da sindacati famelici ed irresponsabili, diretta emanazione di un modo di pensare vicino alla sinistra storica italiana, tra assistenzialismo ed egualitarismo, a cui si sono avvicinati nel tempo una miriade di ministri, bruciandosi pesantemente. Ci hanno provato Berlinguer a sinistra e Moratti a destra, senza alcuna possibilità di riuscita. E quando sembrava ormai impossibile aver la meglio, quando ormai il gigante era diventato un Golia invincibile, ecco che una piccola Davidessa (qual è il femminile di Davide?) è riuscita ad assestare il colpo vincente.

La vittoria, sia chiaro, non è la semplice riduzione della spesa pubblica, peraltro meritoria. Sotto questo punto di vista, sarà anzi necessario mantenere gli occhi bene aperti. Se oggi si tagliano tot miliardi di euro, domani se ne potrebbero spendere altrettanti in altri progetti giudicati "necessari"....

Il vero successo strepitoso è stato far capire che la Scuola italiana, ormai allo sbando come testimoniano i dati sulle conoscenze acquisite, sul bullismo, sulla capacità di educare al rispetto delle regole del vivere civile, ha assoluto bisogno di una rivoluzione. Da fabbrica di posti di lavoro pubblici - intoccabili - a luogo di apprendimento di nozioni, regole e responsabilità. Un parola, quest'ultima, abbandonata negli ultimi 40 anni, ma che rappresenta la vera chiave di volta del rilancio dell'istruzione.

Poter essere bocciati anche alle Elementari, pagare con la ripetizione dell'anno scolastico o con una decurtazione del voto i propri errori e le proprie mancanze, rappresentano il ritorno della responsabilità personale, che fin dai primi anni di vita deve essere un principio cardine nel vivere con e tra gli altri.

Il taglio del numero dei docenti, sacrosanto per l'assurda politica di infornate susseguitasi da tempo immemore, nell'assoluta incuranza non solo della spesa, ma soprattutto del rapporto numerico tra insegnanti e allievi, è solo la punta dell'iceberg. Un atto dovuto, dopo decenni di irresponsabilità ai massimi ed ai minimi livelli.

A questo proposito, basti pensare che un qualsiasi diplomato avesse fatto domanda di inserimento negli elenchi dei supplenti, dopo tot tempo e magari dopo 20-30 supplenze in giro per la propria Regione di residenza, veniva definito un "precario della scuola", meritevole tout-court di inserimento a titolo definitivo nella grande famiglia dei dipendenti pubblici italiani. Nessun concorso, nessuna competenza specifica accertata, nessun esame di idoneità ad un così delicato compito. Niente di niente, solo il "diritto al posto di lavoro". Tre, quattro, cinque persone per svolgere il compito che era di uno solo; moduli creati ad hoc, materie sezionate, scorporate, praticamente inventate, pur di giustificare l'eccesso di assunzioni. E i ragazzi lasciati senza il classico punto di riferimento, usati come pedine nella gestione dei rapporti interpersonali tra docenti, o come specchietto per le allodole per l'opinione pubblica.

E poi ci si lamenta che i giovani d'oggi sono ignoranti, maleducati e scansafatiche. Salvo rimangiarsi tutto quando si parla di politica, ovviamente.

postato da: Liberalista alle ore settembre 10, 2008 16:26 | link | commenti
categorie: scuola, berlusconi, programma, riforme, responsabilità, civiltà, governo, luogocomunismo
sabato, 16 agosto 2008

Tra "Bossate" e realtà

Le sparate di Umberto Bossi, da sempre, fanno discutere.

Spesso fanno ridere; talvolta piangere; ma ogni volta fanno riflettere.

Il Ferragosto 2008 verrà ricordato come il giorno del dietrofront sull'ICI. Lo storico leader leghista, infatti, ha preannunciato la reintroduzione dell'Imposta Comunale sugli Immobili, una volta avviato il federalismo fiscale.

"Bisogna passare da un sistema di finanza derivata, in cui è lo Stato a dare i fondi agli enti locali, a una forma di autonomia finanziaria, in cui loro stessi prendono direttamente le tasse. Perché la prossimità dei centri di tassazione migliora il controllo della spesa pubblica da parte degli elettori."

Perfetto, si dirà. Lo direi anche io. Ma il condizionale è d'obbligo. l ragionamento del Senatùr è ineccepibile fino a quando non prevede aumenti di pressione fiscale.

Non mi dilungherò sulla assoluta necessità di ridurre le entrate e le uscite dello Stato (includendo in tale termine tutto il sistema pubblico, comprese le autonomie locali). Si tratta di una "riforma" ormai imprescindibile, pena il crollo di un sistema al collasso.

Messo il punto fermo, quindi, non si può tornare indietro. Bossi ha ragione quando dice che la prossimità dei centri di tassazione permetterebbe un maggiore controllo da parte dei contribuenti. E sorprendentemente non sbaglia nemmeno quando afferma che al posto delle dodici tasse attualmente imposte ai cittadini italiani dagli Enti locali, lui ne proporrà una soltanto. La semplificazione, infatti, è un vantaggio anche economico.

Il leader leghista, però, non centra un punto fondamentale: non si tratta, infatti, di reintrodurre pe legge (nazionale) l'ICI, ma semmai di rivoluzionare il sistema tributario dal basso.

Ovvero, far sì che i Comuni abbiano la più completa autonomia sull'imposizione fiscale, stabilendo l'aliquota del prelievo sul reddito dei residenti e trattenendo, grossomodo, il 50% del ricavato. Il restante 50% dovrebbe poi essere affidato alle Regioni (le Province sono inutili), che ne terrebbero circa la metà, girando il restante 25% allo Stato centrale.

In questo contesto, ha senso parlare ancora di ICI? Ai posteri, come si suol dire, l'ardua (mica tanto, poi...) sentenza.

postato da: Liberalista alle ore agosto 16, 2008 22:27 | link | commenti
categorie: politica, riforme, governo, federalismo, comuni, imposte, tassazione