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domenica, 15 novembre 2009

Elezioni Comunali di Iglesias 2010 - Idee per un'amministrazione innovativa

Attenzione: post molto lungo

Si tratta delle mie riflessioni politico-programmatiche, frutto di diversi anni di analisi, per cambiare in senso liberale la vita di una cittadina, per quanto competa ad un Comune (in questo caso, quello dove sono nato e risiedo) e considerando che gran parte delle riforme dovrebbero partire dallo Stato centrale.

Pierluigi Carta, Paolo Fogu, Roberto Frongia. Sono i nomi, in ordine da sinistra a destra, dei probabili candidati alla carica di sindaco di Iglesias alle elezioni comunali prossime venture, da tempo sulla bocca di tutti i miei concittadini.

Stando alla volontà del Governo, tendente ad accorpare Regionali e Amministrative, si dovrebbe andare alle urne nelle giornate del 28 e 29 Marzo 2010.

Tra poco più di 5 mesi, dunque. A meno che la Regione Autonoma della Sardegna non decida di posticipare di un paio di mesi il voto amministrativo nell’Isola.

La scelta di candidati, alleanze, liste, come si sa, sarà frutto di accordi politici, che in questa riflessione non mi interessa né mi compete analizzare. Ciò che mi preme affermare, infatti, è un’idea, forse romantica, forse ingenua, di “politica” e di buona amministrazione, che sappia andare al di là del nome di un candidato sindaco. Esprimo, naturalmente, la mia personale, politica, ideale, vicinanza a Roberto Frongia ed uno schieramento di centrodestra imperniato sul PDL, sui Riformatori Sardi e sulle liste civiche di supporto. Ma desidero andare oltre.

 

La città in cui sono nato e nella quale vivo e risiedo con piacere, rappresenta un esempio paradigmatico di quelli che ritengo siano i mali dell’Italia. O se non altro, di quella metà del Paese che chiamiamo Meridione: elevata disoccupazione, soprattutto tra i giovani, alti tassi di emigrazione, tendenza allo spopolamento.

Ma anche cultura dell’assistenzialismo, priorità al voto di scambio, miraggio del posto pubblico a tempo indeterminato.

Le due cose, come spesso accade, sono intimamente legate. Nel senso che i mali della disoccupazione e dell’emigrazione sono dovuti a quella mentalità assistenzialista tramandata di padre (e madre) in figlio, a quel tentativo di salire sul carro del vincitore politico per ottenere l’agognato “posto di lavoro”, a quella tara mentale che porta ad identificare nel politico l’unica ancora di salvezza. Senza considerare che nel Paese dei balocchi i posti sono comunque limitati e che non tutti i cavalli arriveranno al traguardo.

Una società fondata su questi principii è destinata a soccombere, in un sistema inevitabilmente basato sulla concorrenza, sulla specializzazione e sulla capacità di intercettare i bisogni degli individui di tutto il mondo.

L’idea che Iglesias, il Sulcis, la Sardegna o il Sud-Italia siano un universo a parte rispetto a questo sistema, è pura utopia. Siamo parte del mondo e dobbiamo sforzarci di capirlo e di reagire di conseguenza.

Continuare a piangerci addosso, elemosinando prebende alla Regione, al Governo, all’Unione Europea, non ci renderà né più benestanti né più felici. E soprattutto non aiuterà le famiglie a superare i problemi economici, né riporterà gli emigrati in città.

La politica del “più spendiamo meglio è” non ha prodotto alcun risultato. Sono decenni che si va avanti sulla stessa strada, ma non mi sembra che sia cambiato qualcosa.

La storia dei sistemi economici, da secoli e in tutto il pianeta, ha dimostrato come le forze sane della società siano quelle cosiddette “di mercato”: è l’impresa privata che crea occupazione, non il Comune o la Regione. Sono i singoli individui, con le proprie idee, con l’inventiva, con la volontà e con la testardaggine, a produrre ricchezza, non l’intervento del sindaco o dell’assessore.

Su questa semplice presa di coscienza dovrebbe basarsi un serio programma amministrativo, per riformare da cima a fondo sia la macchina della burocrazia comunale, sia il sistema degli interventi sul territorio.

Voglio fare esempi concreti, per contribuire nella maniera più schietta e tangibile alla soluzione dei problemi.

 

Prendiamo la pianificazione urbanistica. Già il nome “pianificazione” evoca sinistre analogie con l’Unione Sovietica, il cui sistema economico era appunto basato sui “piani” di intervento del potere pubblico. I Puc, effettivamente, sono strumenti attraverso i quali la politica controlla l’economia edilizia e immobiliare di un territorio, individuando a tavolino le aree edificabili, quelle turistiche, quelle vincolate. Inutile ricordare che le scelte effettuate ovunque mirino più a premiare amici e clientes che a progettare uno sviluppo urbanistico basato su criteri architettonici, ambientali o economici. Trasformare un terreno agricolo in edificabile, infatti, rappresenta un grande affare per chi ne beneficia. Ma non è solo questo il punto. A parte l’aspetto “speculativo”, infatti, ci si dovrebbe chiedere se abbia senso ipotecare il futuro abitativo di migliaia di persone, obbligandole a costruire in determinati contesti piuttosto che in altri, determinando sempre a tavolino chi abbia il diritto di vivere nel proprio terreno e chi no, quali terreni privati (e sottolineo privati) debbano essere rivalutati e quali no. Insomma, per farla breve, il Piano Urbanistico Comunale è il regno dell’arbitrio politico. Iglesias ne è priva? Meglio così, si eviti di farne uno. Ci sono le norme quadro nazionali e regionali, che identificano vincoli di tipo ambientale e architettonico sulle nuove costruzioni. Si utilizzino quelle, senza cedere alla tentazione del potere fine a se stesso.

Decisamente affine alla pianificazione territoriale è il tema del patrimonio immobiliare pubblico. Il Comune è proprietario di edifici, stabili, appartamenti, uffici, terreni. Non conosco le cifre riguardanti Iglesias, ma statisticamente presumo non si discostino granchè dalla media dei Comuni italiani. Spesso rappresentano una ricchezza bloccata e non utilizzata. Ancora più frequentemente si tratta di edifici semi-abbandonati o fatiscenti, di cui l’amministrazione comunale non usufruisce nemmeno. Salvo poi spendere cifre consistenti per l’affitto di locali da adibire a uffici pubblici o para-pubblici, o per la costruzione ex-novo di interi edifici al posto di ristrutturare quelli esistenti. Ha senso tutto ciò? Non sarebbe preferibile mettere all’asta quella parte di patrimonio inutilizzata, ricavando somme da investire in maniera più proficua, superando nel contempo le ristrettezze di cassa e bilancio, delle quali ci si lamenta in occasione delle Finanziarie regionali e nazionali? La risposta non può che essere positiva. Un serio piano di dismissioni del patrimonio immobiliare è certamente tra le priorità di un’efficace azione amministrativa.

Ma il Comune possiede anche attività economiche: pensiamo ai chioschi bar recentemente affidati in gestione, ai siti minerari ristrutturati, all’ostello della gioventù. Oltre ad essere imprenditore, però, il Comune è anche possidente/latifondista e detiene, ad esempio, ettari di territorio adibito a sughereta. Si tratta di beni che, più o meno, portano denaro nelle casse dell’amministrazione, se non consideriamo le spese per la costruzione e/o per l’avviamento delle attività, spesso non remunerate.  In teoria, quindi, tutto bene.  Il problema, a ben vedere, riguarda la concorrenza sleale svolta dal Comune nei confronti delle aziende private che operano negli stessi settori. Il barista che spende 1500 euro al mese di affitto per un locale commerciale soffrirà la concorrenza di un suo collega che paga al Comune un affitto di 500 euro mensili, per un locale super attrezzato e nuovo di zecca. Così come il possessore di un terreno agricolo non sceglierà mai di piantare querce da sughero, sapendo che il Comune detiene una sorta di monopolio nella gestione di quella risorsa. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, per dimostrare che non ha alcun senso che il Comune rimanga proprietario di attività economiche o di edifici da affittare ai privati (svolgendo un ruolo improprio da immobiliarista). Ancora una volta, può essere utile ricordare che la logica politica non segue le leggi della libera iniziativa privata. Tutt’al più ne scimmiotta il funzionamento, producendo danni seri nel medio-lungo periodo. Per farla breve, un programma amministrativo all’avanguardia deve prevedere la privatizzazione di questo genere di attività.

            Il principio della libera iniziativa economica privata vale per tutti i settori in cui l’amministrazione comunale insiste a mantenere monopoli o quantomeno posizioni dominanti. Le bellezze archeologiche, artistiche e storiche del territorio comunale sono una risorsa e come tale vanno trattate. Società, cooperative, imprese turistico/museali, devono essere messe in condizione di poter operare sul mercato dell’intrattenimento e della fruizione dei luoghi e dei saperi caratteristici. Un esempio concreto? Castello, Mura pisane, Chiese storiche, devono essere affidate ad una o più società (la concorrenza è sempre auspicabile) per visite guidate e iniziative di vario genere. I turisti hanno piacere di essere guidati da personale qualificato e determinato, alla scoperta del territorio in cui hanno scelto di trascorrere le vacanze. Discorso identico per l’altro pilastro della storia iglesiente: le miniere. Escursioni, visite, mostre: tutto può essere utile al raggiungimento del risultato. E il metodo più efficiente per arrivare alla meta è sempre l’affidamento delle strutture agli imprenditori del settore. O meglio, ai migliori offerenti, che di conseguenza saranno i più interessati a portare avanti i progetti in maniera intelligente e lungimirante. Con criteri economici e non politici.

 

            Gestione privata, quando non sia possibile o fattibile la cessione, è la soluzione anche per gli impianti sportivi, quali campi di calcio, palestre, palazzetti. Le società e le associazioni sportive devono essere spinte a consorziarsi per affrontare le spese necessarie per manutenzioni e miglioramenti, per poi incassare dalla gestione economica delle stesse strutture nei confronti degli utenti privati. Il modello, nel piccolo, sono gli stadi inglesi, ma non solo, visto che ormai dappertutto si tende a prendere spunto dai britannici per la gestione degli spazi della pratica sportiva. Chi ha interesse diretto, e quindi anche economico, saprà gestire una struttura meglio di qualunque autorità centrale. Questo semplice principio vale praticamente sempre.

Se un ruolo può essere riconosciuto al “buon amministratore pubblico”, questo è lo stimolo. Stimolare gli imprenditori e gli investitori verso progetti di largo respiro. Anni fa si parlava della Disneyland mineraria, troppo spesso con toni e accenti di scherno. L’idea può essere rivalutata, al termine di un processo di bonifiche che dipende dalla Regione e dal Governo centrale, in passato responsabili dell’inquinamento con le società controllate, ed ora chiamate ad intervenire per ripristinare condizioni di sicurezza. Ma a questo genere di iniziative si deve tendere, purchè non si cada ancora negli errori del passato: niente fondi pubblici e niente intermediazione politica. Il sindaco, la Giunta, il Consiglio, possono e devono lanciare l’idea e lavorare per eliminare i vincoli, ambientali e legali, affinchè il progetto possa divenire realtà. Poi starà a chi investe di tasca propria effettuare le scelte economiche. Vogliamo provare anche con un altro esempio? Iglesias, tra le altre cose, può contare su una zona lacustre di straordinaria bellezza. Un lago artificiale immerso nel polmone verde dell’intera area. Si può pensare ad uno sviluppo economico di questa risorsa? La risposta è si. Un’area attrezzata per il divertimento di fascia alta, con il “Casinò sul lago”, da pensare sulla base delle leggi vigenti in materia, campi da golf, hotel superlusso. Anche i ricchi hanno bisogno di cambiare abitudini, no? E allora offriamo loro un’alternativa in più. Ne verremo ripagati in moneta sonante.

            Il tema del benessere economico, d’altronde, è decisamente prioritario per tutti, figurarsi per chi vive in una realtà considerata depressa come il Sulcis-Iglesiente. Lo sviluppo, inteso come “crescita della torta” del reddito disponibile, dipende dalla capacità di attrarre investimenti e dalla propensione al rischio imprenditoriale degli agenti economici. L’Italia, da questo punto di vista, sconta ritardi strutturali, a causa di una tassazione eccessivamente punitiva e di un sistema di incentivazione obsoleto e anti-meritocratico. La Sardegna, per di più, paga anche ulteriori handicap, come l’insularità e un’infrastrutturazione mai completata. In questo contesto, vanno valutate positivamente tutte quelle iniziative di incentivazione fiscale e tributaria in discussione ormai da decenni. La Zona Franca Urbana, pur con il vulnus della delimitazione territoriale che penalizza ingiustamente chi si trova al di fuori dell’area individuata, può rappresentare un’opportunità, purchè gestita senza criteri clientelari, ma con regole chiare e comprensibili, e con la massima pubblicità possibile. Ma il Comune, se vogliamo guardare all’avvio del federalismo fiscale quasi alle porte, può essere veramente artefice del proprio destino, modulando verso il basso la tassazione su immobili e servizi comunali. Una competizione tributaria che deve premiare chi investe e crea occupazione e innovazione. Gli incentivi, in sintesi, devono essere mirati a rendere meno esoso il fisco per le imprese che scelgono di aprire la propria attività in città, non a premiare con denaro contante gli avventurieri del fondo perduto.

 

            Come coniugare il taglio delle tasse, a cui si accompagna, nel sistema federalista, una riduzione dei trasferimenti diretti da Regione e Governo, con le politiche di bilancio? Ovvero, con la spesa? Chi scrive, crede fermamente nella necessità di ridurre la spesa pubblica. Si parla, spesso a sproposito, di aumento del debito pubblico, di deficit delle amministrazioni locali “corrotte”, ma poi non si fa nulla per invertire la rotta. I bilanci dei Comuni sono inflazionati di spese correnti e di debiti su mutui e prestiti accesi nel passato. Nel primo caso, un’amministrazione lungimirante, consapevole della necessità di liberare risorse, lasciandole nelle tasche dei legittimi proprietari, dovrà tagliare compensi, emolumenti e gettoni di presenza ai rappresentanti “politici”: consiglieri comunali e assessori, certo, ma anche, se non soprattutto, consulenti, consiglieri di amministrazione, pseudogestori di pseudoenti. Per poi sforbiciare tutta quella serie di spese di rappresentanza e di costi non legati all’effettivo funzionamento della macchina amministrativa. Che, alla fine dei conti, dovrà comunque essere messa a dieta. Anche sul numero e sulle attribuzioni dei dipendenti comunali. Sul secondo aspetto, quello della restituzione dei prestiti, si potrà fare poco, se non evitare assolutamente di ricorrervi ancora. Dal lato delle entrate, il minor gettito iniziale potrà essere corretto dagli introiti delle privatizzazioni e della vendita del patrimonio immobiliare.

            Già immagino gli strali sulla macelleria sociale e sui tagli ai servizi di “base”, che sempre si accompagnano alle proposte di riduzione della spesa degli enti pubblici. La realtà è molto differente. Le amministrazioni destinano una cifra irrisoria alle politiche sociali vere e proprie. Mi riferisco all’aiuto concreto per coloro che, nonostante tutto, non riescono a racimolare il reddito necessario per mettere insieme il pranzo con la cena. Al netto delle elemosine ai furbetti scansafatiche, purtroppo sempre molto numerosi nelle file davanti alla porta dell’assessore competente. Gli aiuti agli indigenti, insomma, sono sacrosanti, in un sistema che destina oltre la metà del reddito prodotto dai cittadini a Stato/Regioni/Province/Comuni, così come gli interventi a favore di portatori di handicap gravi, orfani e persone realmente impossibilitate a lavorare. Purchè ci sia un controllo più accurato e una gestione trasparente. Ma non possiamo continuare a considerare politiche sociali i convegni sull’immigrazione o quelli sulla storia del piffero antico delle valli della Maurreddinia….

            Lo stesso metro di giudizio può essere utilizzato per analizzare la vicenda dei contributi distribuiti dal Comune alle associazioni. Tutti sanno che una percentuale non indifferente di questi gruppi nasce al solo scopo di usufruire si queste prebende. Ma nessuno, alla fine della fiera, fa nulla per cambiare il sistema. Che va assolutamente rivoluzionato, per rispondere alle esigenze degli organizzatori seri e per evitare che un fiume di risorse pubbliche vada solennemente sprecato. Attualmente, infatti, le associazioni culturali, sportive, di volontariato, ricevono contributi a piè di lista e/o sponsorizzazioni/patrocini e/o rimborsi, sulla base della discrezionalità assoluta di chi amministra la città. Sindaci e assessori, insomma, distribuiscono il denaro a coloro che reputano meritevoli. Inutile, ancora una volta, mettere l’accento sul carattere clientelare della cosa. Da qui l’esigenza di riformare radicalmente il sistema. Le associazioni facciano quel che devono, cioè organizzino le attività, si autofinanzino, cerchino sponsor privati e donazioni. Certificando il tutto con documenti “contabili”. Il Comune permetta poi alle aziende che hanno sponsorizzato, alle persone fisiche che hanno contribuito, di detrarre tale “costo” dall’imposizione comunale. In questo modo, gli imprenditori ed i privati cittadini avranno l’incentivo a partecipare attivamente al finanziamento delle loro manifestazioni preferite. E le associazioni serie non dovranno temere la concorrenza sleale di chi vive di elargizioni della politica, senza essere realmente capace di creare nulla di duraturo ed apprezzabile.

 

            Esiste poi un corposo capitolo legato alle cosiddette riforme a costo zero, utili a migliorare la vita quotidiana dei residenti o semplicemente a rendere più efficiente il funzionamento di alcuni servizi. Partiamo dalla raccolta e dal riciclo dei rifiuti solidi urbani. La città di Iglesias è decisamente indietro rispetto agli standard nazionali e regionali, con un sistema ancora “misto”: nel centro storico si fa il porta a porta, mentre nel resto della città si differenzia pochissimo, con i cassonetti classici, quelli onnicomprensivi, ancora a disposizione di tutti e quelli per la differenziata scarsamente numerosi e ancor meno utilizzati. Un allargamento del sistema che ha dimostrato di funzionare meglio, producendo maggiore differenziazione dei rifiuti e quindi maggior recupero dei materiali e minor stoccaggio in discarica, è doveroso. Ma senza ricadere negli errori di numerose amministrazioni locali, che ad un risultato migliore in termini di raccolta hanno accompagnato un inasprimento delle tariffe. La logica suggerisce invece che dovrebbe accadere il contrario, dato l’abbassamento dei costi di discarica e l’arricchimento delle imprese fornitrici del servizio grazie alla vendita dei rifiuti differenziati, vera e propria materia prima di altri stabilimenti. Nel rispetto della normativa attuale, infatti, sarebbe il caso di studiare un sistema capace di “rendere” economicamente vantaggiosa la vendita del rifiuto ad aziende concorrenti. Al migliore offerente, insomma, che poi lo rivende o lo ricicla direttamente. E la Tarsu potrebbe così divenire un ricordo.

            Nell’attesa della agognata liberalizzazione dei servizi pubblici, richiesta a gran voce dalle istituzioni europee e promessa in ogni campagna elettorale che si rispetti (salvo poi vederla puntualmente inattesa), il Comune dovrebbe procedere all’apertura al mercato di quei servizi per i quali la legge non prevede l’obbligo di erogazione pubblica. Ad esempio, si deve evitare la creazione di nuovi carrozzoni para-comunali quale le società in-house. La cura del verde pubblico, i servizi di guardiania, ma anche la fornitura di “servizi burocratici” (spesso abbastanza inutili…) potrebbero essere affidati a imprese private. A cui invece si preferisce fare concorrenza, sprecando una marea di soldi pubblici. Credo sia inutile far notare quanto denaro sarebbe risparmiato e quanti soldi, di conseguenza, resterebbero nelle tasche dei legittimi proprietari.

            Tra le riforme senza stanziamenti in denaro, si possono annoverare anche quelle del traffico e della viabilità. Uno dei problemi principali di Iglesias è la carenza di aree adibite a parcheggio. Se l’amministrazione comunale evitasse di avocare a sé una sorta di monopolio sugli spazi a pagamento, si potrebbe pensare ad una concorrenza tra fornitori di parcheggi, in aree private e dedicate. Un cittadino potrebbe così mettere a disposizione un proprio terreno, renderlo adatto ad ospitare un parcheggio così come prevede la legge e ricavarne un introito, che dopo aver investito è il minimo che si possa aspettare. Il Comune, invece, dovrebbe pensare agli spazi pubblici a parcheggio libero, senza fare l’esattore o l’imprenditore monopolista.

 

In conclusione, le proposte fin qui analizzate mirano al raggiungimento di una duplice serie di obiettivi: da un lato, ridurre il peso insostenibile del sistema pubblico, finanziato con i risparmi dei contribuenti. Dall'altro, creare opportunità di lavoro e di guadagno per tutti coloro che dimostreranno di averne le capacità.

Liberare risorse per fare in modo che l'occupazione e la ricchezza non siano più nelle mani di politici più o meno illuminati, ma possano essere alla portata di tutti. Perfino di chi non possiede padrini.

venerdì, 23 ottobre 2009

Tremonti, Marrazzo e altre amenità

Ragazzi, non è che non abbia voglia di scrivere. Anzi. E non è nemmeno il tempo che mi manca.

Il problema è che sono affetto dalla febbre di Facebook. E la mania del commento, della battuta, della “nota”, del “mi piace”, è una brutta bestia per un blogger. Perché si finisce con lo scrivere solo ed esclusivamente sulle pagine del social network, trascurando quelle del proprio diario di bordo.

Faccio penitenza per le lunghe assenze, quindi, e scrivo qualcosina sui temi caldi degli ultimi tempi.

 

1)      Tremonti. Il superministro per l’Economia, sempre che non si offenda per l’affronto di aver accostato il termine “Tremonti” a quello “Economia”, rischia il posto. E si, proprio lui che ha tessuto l’elogio del “posto fisso” di fantozziana memoria. Qui lo si è detto in tempi non sospetti: Silvio, dimettilo. Ma le ultime uscite dell’unico, vero, delfino di Umberto Bossi pare abbiano convinto anche i recalcitranti berluscones della necessità di cambiare rotta. Non è detto che l’operazione vada in porto, ma almeno si può finalmente discutere di temi economici, come l’abbassamento delle imposte, le liberalizzazioni, il taglio della spesa pubblica.

 

2)      Il ritorno del mito del posto fisso. Tremonti (ancora lui) ha detto un’ovvietà condita di moralismo sociologico. Il suo piatto forte, insomma. La realtà, come sa chiunque abbia studiato Economia (ancora lei), è che un mercato del lavoro rigido, in cui è difficile entrare e uscire, crea disoccupazione. L’abbiamo sperimentato per almeno 20 anni, in cui i disoccupati hanno raggiunto cifre vicine al 12%. La flessibilità, tanto criticata, aveva portato il dato al 6%. Si lavori, invece, sul lato del reinserimento e su quello del paracadute. Un ammortizzatore sociale unico, a tempo e slegato da sindacati e ricatti politici, sarebbe l’ideale. Perché il dramma non è perdere il lavoro (meno che mai il “posto”), semmai quello di non trovarne un altro in tempi brevi, senza godere di alcuna entrata.

 

3)      L’ora di religione islamica. Premetto che ho iniziato ad apprezzare Gianfranco Fini proprio per le aperture sui cosiddetti temi etici e sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Come sulla cittadinanza breve, necessaria soprattutto per i figli degli immigrati che vivono in Italia dalla nascita. Ma stavolta lui (o chi per lui) ha toppato in pieno. Già l’ora di religione cattolica è un obbrobrio di origine lateranense, e andrebbe abolita. Ma se estendessimo il principio a tutte le religioni, ci potrebbe perfino arrivare una richiesta di Tom Cruise per l’ora di Scientology. Che ognuno sia libero di professare ed imparare i dogmi della religione che preferisce, invece. Ma la scuola, soprattutto quella pubblica (fino a quando non ci si deciderà a privatizzarla), non può svolgere questo compito. Si abolisca anche l’ora di religione cattolica e se proprio si vuole fornire un’infarinatura uguale per tutti, si studi la storia, la genesi e la struttura di tutte le religioni presenti nel mondo.

 

4)      Il caso Marrazzo. L’ex smascheratore di truffe, a quanto pare, è stato ricattato e truffato a sua volta, a causa delle sue frequentazioni sessuali con alcuni transessuali. Nulla di male né di scandaloso, secondo me, nel farsi gli affaracci propri. Mentre grande schifo provo nei confronti dei Carabinieri che lo hanno ripreso e ricattato, estorcendogli anche un bel gruzzoletto (si parla di 80.000 euro). Detto questo, che deve valere per tutti, non ci si può nascondere dietro il famigerato dito, né dietro ad altro. Verrà attuata la stessa campagna moralista avviata nei confronti del premier? Sentiremo ancora affermare che un “politico così importante non può avere una vita privata”? O che “un politico ricattabile per i suoi interessi privati si dovrebbe dimettere”? Arriveranno i giornalisti d’assalto a chiedere al loro collega se è vero che è andato a letto coi trans? Se li ha pagati? Quanto? E se poi è vero che ha ceduto ai Carabinieri che lo ricattavano, pagando l’estorsione? Insomma, chi la fa l’aspetti, si diceva una volta. Non mi auguro che Marrazzo finisca nel tritacarne del circuito stampa/magistratura, ma almeno spero che questo fatto ponga la pietra tombale sulle immani cavolate che siamo stati costretti a sentire per mesi e mesi sui pruriti di Berlusconi.

postato da: Liberalista alle ore ottobre 23, 2009 23:31 | link | commenti
categorie: economia, berlusconi, riforme, liberalismo, tremonti, fini, tassazione
martedì, 28 luglio 2009

Priorità assoluta: ridurre le tasse

In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.

Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.

Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.

E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).

Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?

Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.

Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.

D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.

Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.

Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.

La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.

postato da: Liberalista alle ore luglio 28, 2009 18:39 | link | commenti (10)
categorie: politica, economia, crisi, berlusconi, mercato, liberalismo, capitalismo, imposte, tassazione
giovedì, 16 luglio 2009

Il ruolo sociale della pubblicità

Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".

Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.

Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.

L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.

Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".

La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.

Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.

Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.

Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.

Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare"  conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.

Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.

Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.

Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.

postato da: Liberalista alle ore luglio 16, 2009 19:14 | link | commenti (2)
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giovedì, 16 aprile 2009

Stipendi reali e miti da sfatare

Tra i miti italici più resistenti nel tempo, ecco ricomparire a cadenze più o meno regolari il mantra sulla perdita del potere d'acquisto dei salari.

Si tratta di una credenza talmente radicata, pari soltanto a quella del raddoppio dei prezzi con l'avvento dell'euro, che il solo tentativo di aprire una discussione sul tema risulta indigesto all'opinione pubblica ed al "cittadino medio".

A cavalcarla, per motivi politici, elettorali o di tifoseria, sono i partiti ed i sindacati, coadiuvati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, i quali, per pigrizia o ideologia, non si sono (quasi) mai presi la briga di controllare i numeri.

E le cifre, si sa, nella loro cruda ruvidezza, rappresentano meglio di qualunque parola la realtà. Non si prestano a infingimenti, nè a bluff di ogni genere.

Eccoli, quindi, un pò di numeri.

A fornirceli, ancora una volta, è il centro studi della CGIA di Mestre, tra i più autorevoli e liberi da condizionamenti operanti in Italia.

Riporto per intero la nota di agenzia che riassume i dati: (fonte AGI)

SALARI: CGIA, IN 10 ANNI NON HANNO PERSO POTERE D'ACQUISTO
(AGI) - Roma, 15 apr. - Nel decennio 1997-2008, i redditi da lavoro dipendente non hanno perso potere d'acquisto. Lo rileva uno studio della Cgia di Mestre che considera "sia gli aumenti contrattuali stipulati in quell'arco temporale sia le novita' fiscali. In presenza di famigliari a carico si e' avuto addirittura un aumento del reddito disponibile". Ad esempio per un reddito di 15.000 euro lordi percepiti nel 1997, diventano 19.791 euro nel 2008 per effetto degli aumenti contrattuali. A seconda del carico familiare gli aumenti netti, tolta l'inflazione e tenendo conto delle novita' fiscali introdotte, si traducono in 484 euro in piu' se single, 415 euro in piu' con solo il coniuge a carico, 810 euro con un figlio a carico, 1.150 con 2 figli a carico. Solo tra i 70.000 e i 100.000 euro lordi del 1997, si registrano, 10 anni dopo, riduzioni dei reddito che vanno dai 45 ai 330 euro. Infine, la Cgia di Mestre ha voluto verificare se l'incidenza dei redditi da lavoro sulla ricchezza nazionale sia, negli ultimi decenni, diminuita a vantaggio dei profitti. "Anche in questo caso - conclude Giuseppe Bortolussi - non e' andata proprio cosi'. Se e' vero che a partire dagli anni '80 c'e' stata una caduta del reddito da lavoro dipendente sul reddito nazionale passato dal 56,2% al 49% del 2007, la ragione non va ricercata in un corrispondente aumento dei redditi da capitale, sceso leggermente anch'esso, bensi' dall'impennata delle imposte indirette al netto dei contributi la cui incidenza e' passata dal 6,4% del 1980 al 16,5% del 2007". (AGI) Red/Ant

Chiunque, se non offuscato dalle copiose leggende metropolitane sull'argomento, può capire che i redditi da lavoro dipendente (a cui si riferisce lo studio) sono aumentati, sia nel valore nominale che in quello reale. Ed a crescere di più sono state le buste paga dei lavoratori a reddito basso e medio.

E gli autonomi? Il loro reddito non è andato di pari passo con questi aumenti. E la colpa, manco a dirlo, è dell'imposizione fiscale.

Insomma, l'esatto opposto di quanto sindacati e politici, per motivi facilmente immaginabili, ci (vi) hanno fatto credere per almeno un decennio.

postato da: Liberalista alle ore aprile 16, 2009 20:01 | link | commenti
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sabato, 04 aprile 2009

Gli inferni fiscali

I big della burocrazia mondiale lo hanno annunciato trionfali: aboliremo i paradisi fiscali!

Una notizia accolta con soddisfazione dagli statalisti di tutto il pianeta, pronti ad accaparrarsi una quota di reddito altrimenti destinata a rimanere nelle tasche dei legittimi proprietari.

Ma cosa è un paradiso fiscale? A considerare dall'etimologia del termine, si tratta certamente di un luogo dai connotati estremamente positivi. E infatti lo è. I paradisi fiscali sono degli Stati, solitamente molto piccoli, che vivono grazie ai capitali che vi affluiscono in virtù di un sistema fiscale assolutamente vantaggioso, rispetto alla media. A fronte di pressioni fiscali oscillanti tra il 20 ed il 50%, infatti, in questi piccoli Eden le aliquote spesso non superano il 10%, risultando vincenti nella competizione internazionale.

E' ovvio che, vista la distanza che li separa, ad esempio, dai Paesi europei (tra i più esosi dal punto di vista tributario), sono abbordabili soltanto per coloro che hanno un'effettiva convenienza a spostare la residenza fiscale, con annessi costi e trasferimenti. Insomma, i paradisi fiscali attraggono principalmente i miliardari.

E questo non costituisce affatto reato. Non c'è scritto da nessuna parte che un'azienda o una persona fisica debba essere costretta ad avere la residenza in un Paese piuttosto che in un altro.

Ma l'aspetto che viene taciuto negli organi di informazione e nella stragrande maggioranza dei luoghi di discussione, è la necessità dell'esistenza dei paradisi fiscali. I quali dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che aliquote basse attraggono capitali ed investitori. E che nessuno è felice di pagare tasse ed imposte, soprattutto quando sono, appunto, "imposte".

Tali splendide realtà, inoltre, spingono gli altri Paesi (o meglio, lo hanno fatto finora), a limitare le loro pretese, per evitare di incappare nella fuga dei capitali all'Estero. La concorrenza, si sa, rende il sistema più efficiente.

Il principio, però, sembra non piacere ai politici delle superpotenze mondiali. I quali, per accontentare gli invidiosi e gli egualitaristi, hanno deciso di incentivare, magari per legge, gli "Inferni fiscali".

postato da: Liberalista alle ore aprile 04, 2009 23:16 | link | commenti (2)
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sabato, 27 dicembre 2008

Elogio del risparmio

Passata la festa, gabbato lo santo. Il Santo Natale, intendo. Perché l’obiettivo unitario della pubblica opinione nel periodo appena trascorso era evitare il crollo dei consumi.

Così è stato, sostanzialmente, nonostante le cassandre di Ballarò o delle associazioni dei consumatori, giunti ad evocare ipermercati vuoti ed improbabili cali del 20% rispetto a dodici mesi fa.

Il Natale rappresenta sempre un formidabile motivo per spendere il denaro guadagnato col lavoro e con l’ingegno. Si mangia parecchio, si comprano regali più o meno utili, si visitano numerosissime attività commerciali e magari ci si ricorda di dover acquistare proprio quel televisore o quel cellulare. Insomma, se l’intento era quello di spendere, ci siamo riusciti anche stavolta.

Per la gioia dei commercianti, del cosiddetto popolo delle partite IVA e del premier. Berlusconi si spende sempre parecchio quando c’è da spingere i consumi. E’ un suo pallino. Ogni volta, però, si dimentica di completare un ragionamento che parte in maniera corretta, ma non arriva al dunque.

E’ sacrosanto affermare che se gli acquisti si bloccano, l’economia ne risente. Le aziende vendono meno e sono costrette a ridurre investimenti, personale, produzione. Ed il sistema, come si suol dire, si avvita su se stesso.  

Ma per completare il discorso non si può fare a meno di sostenere che il tassello mancante è il risparmio.

Se tutti i cittadini italiani spendessero tutto il proprio reddito per il consumo, non sarebbe mai possibile l’accumulazione del capitale, conditio sine qua non per gli investimenti, per l‘avvio di nuove imprese o per l’ampliamento dell’esistente. Il risparmio, insomma, è motore dell’economia almeno quanto il consumo. Adam Smith insegna:

“I capitali aumentano con la parsimonia e diminuiscono con la prodigalità… Tutto ciò che si risparmia dal proprio reddito aumenta il proprio capitale… Come il capitale di un individuo può aumentare soltanto mediante ciò che egli risparmia dal suo reddito annuale, così il capitale della società può aumentare soltanto allo stesso modo…. È la parsimonia e non l’industria la causa diretta dell’aumento del capitale…. Per quanto l’industria possa acquisire, se la parsimonia non risparmiasse ed accumulasse, il capitale non potrebbe mai aumentare. La parsimonia, aumentando il capitale destinato al mantenimento di lavoratori produttivi, aumenta il valore della produzione… Essa mette in moto una quantità addizionale di industria, che aggiunge valore al prodotto annuale della società.”

Una visione ineccepibile, nella sua semplicità. Una banalità, verrebbe da dire, se non fosse che siamo stati abituati a pensare che chi accumula capitale è come minimo un ladro o un delinquente.

Ed anche coloro che per estrazione culturale e per vita vissuta dovrebbero promuovere il risparmio tra le “buone pratiche”, come il capo del Governo attuale, sembra preferiscano non scottarsi troppo, ripiegando sui più comodi consigli per gli acquisti.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 27, 2008 23:49 | link | commenti
categorie: economia, berlusconi, mercato, liberalismo, risparmio, capitalismo
sabato, 13 dicembre 2008

La retorica della crisi

Nel biennio 2002-2003 le famiglie non arrivavano a fine mese. Nel 2004-2005 non si giungeva alla terza settimana. Oggi, certamente per la crisi economica mondiale, gli stipendi non bastano nemmeno fino a metà mese.

Nel 2002-2003 i prezzi erano raddoppiati rispetto a quando c’era la Lira. Nel 2004-2005 erano ancora raddoppiati, rispetto a due anni prima. Nel 2008, ancora aumenti, e forse raddoppi dei commercianti.

E poi, i consumi: in calo continuo. Anzi, in crollo definitivo.

Sono soltanto alcuni degli esempi di quella che mi sento di definire la “retorica della crisi”, la tentazione di esagerare i fenomeni, slegandoli dalla dimensione numerica effettiva, per gonfiarli fino a farne diventare prima un luogo comune e poi un dogma intoccabile.

Chiedete a dieci persone a caso cosa ne pensano della dinamica dei prezzi al consumo o dell’attuale situazione economica italiana. Almeno nove di loro utilizzeranno le frasi con cui ho aperto questo post. Provare per credere.

Se dovessimo dar retta ai piagnistei, tanto cari a Raitre (ad esempio), oltre alla tentazione del suicidio per porre fine a cotanta sofferenza, dovremmo pensare di vivere in un Paese in cui si guadagnano mediamente 200 euro al mese, ed in cui solo per acquistare gli alimentari se ne spendono circa 2000. Un posto in cui tutti i negozi e le attività commerciali restano vuoti per tutto l’anno, perfino per Natale. Un luogo nel quale nessuno riesce a lavorare e tutti sono disoccupati o precari.

Il quadretto, disegnato da mani sapienti soprattutto quando al Governo non c’è il centrosinistra (ma che in Sardegna ora tende a dipingere il centrodestra, all’opposizione rispetto al governatore del PD Renato Soru), sta assumendo contorni di puro terrore in questi ultimi mesi, con l’arrivo dell’ondata di crisi economica.

La realtà dei fatti è molto differente. Senza voler sminuire la portata di una recessione che c’è ed è innegabile, si deve però cercare di evitare l’esplosione di sentimenti negativi come il vittimismo, il pessimismo cosmico ed il disfattismo, tanto di moda oggi.

I dati macroeconomici dimostrano che il PIL è in calo dello 0,4-0,5%. Non un crollo, pertanto. Un calo che deve preoccupare per quello che è: un’incapacità del sistema Italia di reagire alle difficoltà, peraltro più ataviche che contingenti. Un dato negativo della dinamica del Prodotto Interno Lordo è di per sé “recessione”. Ma non si confonda il termine economico con una catastrofe post-atomica. Non stiamo cercando il cibo nei cassonetti e non stiamo andando in fila per farci consegnare il tozzo di pane quotidiano, insomma.

La disoccupazione crescerà. Ci sarà qualche decina di migliaia di persone che non avranno più il loro lavoro. La decrescita è anche questo, purtroppo. Ma anche qui, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tanti di costoro avranno ammortizzatori sociali tali da mantenersi con dignità, fino a trovare un altro impiego (per chi non lavora già anche in nero).

E soprattutto, non ci sono e non ci saranno diminuzioni di stipendi o di pensioni. Chi usufruisce di un reddito fisso, per paradossale che possa apparire, subirà meno di chi lavora in proprio gli effetti della “crisi”. Tra i corollari della recessione, infatti, vi è la deflazione o comunque una forte riduzione dell’inflazione, già iniziata, peraltro.

Chi guadagna 1200 euro al mese, insomma, acquisterà tra sei mesi o un anno, gli stessi beni di ora o addirittura una quantità superiore. E qui si inserisce anche l’asserito crollo dei consumi. Che a mio parere non ci sarà. E’ possibile una lieve contrazione, oscillante tra pochi decimali ed un punto percentuale. Ma gli scenari apocalittici descritti (auspicati, verrebbe da dire…) da alcuni mass media, con tutti i commercianti sul lastrico per assenza assoluta di vendite, non si verificheranno.

Anche perché, concludendo il giochino delle interviste a caso, se chiedete a dieci attività commerciali di verificare i conti del 2008 rispetto al 2007 ed al 2006, scoprirete che la maggioranza sarebbe costretta ad ammettere che in fondo non è cambiato granchè.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 13, 2008 23:28 | link | commenti (2)
categorie: economia, crisi, informazione, ignoranza, luogocomunismo