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martedì, 28 luglio 2009

Priorità assoluta: ridurre le tasse

In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.

Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.

Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.

E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).

Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?

Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.

Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.

D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.

Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.

Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.

La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.

postato da: Liberalista alle ore luglio 28, 2009 18:39 | link | commenti (10)
categorie: politica, economia, crisi, berlusconi, mercato, liberalismo, capitalismo, imposte, tassazione
sabato, 13 dicembre 2008

La retorica della crisi

Nel biennio 2002-2003 le famiglie non arrivavano a fine mese. Nel 2004-2005 non si giungeva alla terza settimana. Oggi, certamente per la crisi economica mondiale, gli stipendi non bastano nemmeno fino a metà mese.

Nel 2002-2003 i prezzi erano raddoppiati rispetto a quando c’era la Lira. Nel 2004-2005 erano ancora raddoppiati, rispetto a due anni prima. Nel 2008, ancora aumenti, e forse raddoppi dei commercianti.

E poi, i consumi: in calo continuo. Anzi, in crollo definitivo.

Sono soltanto alcuni degli esempi di quella che mi sento di definire la “retorica della crisi”, la tentazione di esagerare i fenomeni, slegandoli dalla dimensione numerica effettiva, per gonfiarli fino a farne diventare prima un luogo comune e poi un dogma intoccabile.

Chiedete a dieci persone a caso cosa ne pensano della dinamica dei prezzi al consumo o dell’attuale situazione economica italiana. Almeno nove di loro utilizzeranno le frasi con cui ho aperto questo post. Provare per credere.

Se dovessimo dar retta ai piagnistei, tanto cari a Raitre (ad esempio), oltre alla tentazione del suicidio per porre fine a cotanta sofferenza, dovremmo pensare di vivere in un Paese in cui si guadagnano mediamente 200 euro al mese, ed in cui solo per acquistare gli alimentari se ne spendono circa 2000. Un posto in cui tutti i negozi e le attività commerciali restano vuoti per tutto l’anno, perfino per Natale. Un luogo nel quale nessuno riesce a lavorare e tutti sono disoccupati o precari.

Il quadretto, disegnato da mani sapienti soprattutto quando al Governo non c’è il centrosinistra (ma che in Sardegna ora tende a dipingere il centrodestra, all’opposizione rispetto al governatore del PD Renato Soru), sta assumendo contorni di puro terrore in questi ultimi mesi, con l’arrivo dell’ondata di crisi economica.

La realtà dei fatti è molto differente. Senza voler sminuire la portata di una recessione che c’è ed è innegabile, si deve però cercare di evitare l’esplosione di sentimenti negativi come il vittimismo, il pessimismo cosmico ed il disfattismo, tanto di moda oggi.

I dati macroeconomici dimostrano che il PIL è in calo dello 0,4-0,5%. Non un crollo, pertanto. Un calo che deve preoccupare per quello che è: un’incapacità del sistema Italia di reagire alle difficoltà, peraltro più ataviche che contingenti. Un dato negativo della dinamica del Prodotto Interno Lordo è di per sé “recessione”. Ma non si confonda il termine economico con una catastrofe post-atomica. Non stiamo cercando il cibo nei cassonetti e non stiamo andando in fila per farci consegnare il tozzo di pane quotidiano, insomma.

La disoccupazione crescerà. Ci sarà qualche decina di migliaia di persone che non avranno più il loro lavoro. La decrescita è anche questo, purtroppo. Ma anche qui, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tanti di costoro avranno ammortizzatori sociali tali da mantenersi con dignità, fino a trovare un altro impiego (per chi non lavora già anche in nero).

E soprattutto, non ci sono e non ci saranno diminuzioni di stipendi o di pensioni. Chi usufruisce di un reddito fisso, per paradossale che possa apparire, subirà meno di chi lavora in proprio gli effetti della “crisi”. Tra i corollari della recessione, infatti, vi è la deflazione o comunque una forte riduzione dell’inflazione, già iniziata, peraltro.

Chi guadagna 1200 euro al mese, insomma, acquisterà tra sei mesi o un anno, gli stessi beni di ora o addirittura una quantità superiore. E qui si inserisce anche l’asserito crollo dei consumi. Che a mio parere non ci sarà. E’ possibile una lieve contrazione, oscillante tra pochi decimali ed un punto percentuale. Ma gli scenari apocalittici descritti (auspicati, verrebbe da dire…) da alcuni mass media, con tutti i commercianti sul lastrico per assenza assoluta di vendite, non si verificheranno.

Anche perché, concludendo il giochino delle interviste a caso, se chiedete a dieci attività commerciali di verificare i conti del 2008 rispetto al 2007 ed al 2006, scoprirete che la maggioranza sarebbe costretta ad ammettere che in fondo non è cambiato granchè.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 13, 2008 23:28 | link | commenti (2)
categorie: economia, crisi, informazione, ignoranza, luogocomunismo
mercoledì, 03 dicembre 2008

TORNIAMO ALLE COSE SERIE - 1

Al termine di due giornate intere a parlare di Sky e dell’IVA sugli abbonamenti della pay-tv, sarebbe proprio il caso di parlare di cose serie.

 

È vero che il centrosinistra ha fatto una pessima figura. È vero che Tremonti ha soltanto risposto alle richieste, sacrosante, dell’UE. È vero anche che in un’ottica di riduzione della pressione fiscale sarebbe stato preferibile ridurre a tutte le tv l’IVA al 10%. Ma in questo caso, si sarebbe posto un problema: perché l’abbonamento SKY con l’IVA al 10% e i mobili per la propria casa, o il detersivo per i piatti, o la maglia della salute, al 20%? Non ci sarebbe stata alcuna ragione per favorire tale consumo voluttuario e volontario rispetto a tanti altri. L’ideale sarebbe ridurre tutte le aliquote IVA, per tutti i prodotti. Ma non mi pare che nessuno abbia il coraggio di farlo, né di proporlo seriamente.

 

È vero tutto. Ma appunto, sono tutte considerazioni già trite e ritrite. A scapito di una seria analisi del Decreto anti-crisi che il Governo ha reso noto appena 5 giorni fa, e che sembra già dimenticato, i media hanno preferito sorvolare con nonchalance, buttandosi sulla prima notizia spendibile, penalizzando chi avrebbe interesse a capire meglio, ovvero i cittadini italiani.

 

Nel suo piccolo, questo blog ci vuole provare.

 

Inizierò pertanto dalla social-card. Una misura, quella dei 40 euro mensili da spendere in esercizi convenzionati e per il pagamento delle utenze, destinata quasi esclusivamente ai pensionati ultra65enni con redditi molto bassi. Un intervento tendenzialmente populista, che avrà come effetto quello di aiutare comunque una fascia della popolazione con scarsissime possibilità di migliorarsi altrimenti. Tra i rischi, le modalità di applicazione pratica, con i "falsari" già pronti alla bisogna. Non dovrebbe sussistere, invece, il pericolo di destinazione dell’aiuto ai furbetti (evasori, lavoratori in nero, scansatafiche mantenuti dal proprio Comune o da parenti), visto che la platea è realmente limitata.

 

Scarsissimo, di contro, l’impatto sui consumi, dato sia il basso ammontare della misura sia la destinazione della modica cifra verso bollette e spese già previste.

Dal punto di vista ideale, resto contrario a questo genere di iniziative. Non premiano il merito e non incentivano la responsabilità, oltre a spostare fondi da chi li produce col proprio ingegno e la propria fatica verso chi è inoperoso. Ma tra le storture dello statalismo, risulta tra le più digeribili.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 03, 2008 15:36 | link | commenti
categorie: crisi, informazione, berlusconi, governo, tremonti, tv
domenica, 02 novembre 2008

Perchè continuo a scegliere il mercato

ATTENZIONE: POST MEDIO-LUNGO

A costo di essere fuori moda, superato, stonato rispetto all'ondata statalista in ascesa, rimango convinto che il mercato, il libero-mercato, il sistema capitalista, la metodologia liberista, o comunque si voglia definire l'idea che gli uomini producano ricchezza e benessere se lasciati liberi di scegliere la propria strada, sia l'unica via percorribile.

Potrà apparire impervia, in alcuni frangenti; potrà essere dura; ma è l'unica che non porta verso il baratro. Parafrasando un famoso detto, il sistema del libero scambio (delle merci, dei capitali, dell'opera dell'uomo, delle idee) è il peggior sistema possibile, escludendo tutti gli altri.

Voglio dire, non ci vuole una laurea ad Harvard per rendersi conto che i sistemi alternativi hanno tutti fallito miseramente. Al liberalismo (peraltro mai applicato al 100% nela storia umana) infatti, si sono sempre opposti i sistemi socialisti. Dal nazionalsocialismo al socialismo reale, che oltre ala catastrofe economica hanno brillato per aver creato un apparato repressivo allucinante; alle socialdemocrazie, impelagate, chi più chi meno, nel gorgo del debito pubblico, e spesso messe in difficoltà dai cosiddetti Paesi emergenti, solitamente meno oppressi da fisco, stato sociale e limitazioni di vario genere.

Purtroppo, però, i principii liberali hanno un appeal limitato tra chi deve scegliere la "strada" da percorrere. I politici, in primo luogo, e tutti coloro che hanno potere di rappresentanza (sindacati e burocrati), vivono grazie alle sovvenzioni dei propri conterranei. Se tali contributi diminuiscono, tutto il castello costruito negli anni e fatto di prebende, posti di potere, clientele, appalti, decade miseramente. Ecco perchè, pur di non limitare il peso dello Stato (inteso come "settore pubblico"), ci si inventa di tutto. Dalla macelleria sociale legata alla riduzione delle tasse, al diritto alla scuola o alla casa (a spese degli altri, ovviamente), alle crisi vere o presunte per cui lo "Stato DEVE intervenire".

E veniamo al dunque: lo statalismo ha rialzato la cresta, dopo due decenni di difficoltà, nell'ultimo lustro. Prima il terrorismo internazionale, poi gli scandali finanziari ed infine la crisi della finanza, nata dai mutui subprime, anche per il modo di affrontare le notizie scandalistico e catastrofico, hanno creato sfiducia, malumori e timori nella stragrande maggioranza delle persone, soprattutto in quelle poco istruite ed informate. La risposta è tanto chiara quanto prevedibile, ma al tempo stesso dannosa. La cura richiesta alla politica è: più Stato, più protezione pubblica. Inutile sottolineare che questo significa automaticamente più spesa pubblica, ovvero più imposte, ovvero ancora meno soldi nelle tasche dei residenti e più potere alle caste.

Ma torniamo al motivo scatenante. La crisi finanziaria globale, che a detta di molti, tra cui l'ex premio Nobel per l'economia Samuelson, sarebbe dovuta al liberismo sfrenato dell'America (mentre con Bush la spesa pubblica è addirittura aumentata, purtroppo...), sarebbe il certificato di morte del liberalismo e del sistema capitalista (sinonimo di libero mercato).

La realtà dei fatti, come sa chi ha seguito tutta la vicenda dalle origini, è assai differente. Riassumendone le tappe, si può dire che negli USA la richiesta di mutui a basso costo (ispirata anche dalle teorie sul "diritto alla casa") è stata accolta dalle banche parastatali Fannie Mae e Freddy Mac, le quali, spinte dai propri controllori pubblici che volevano accontentare i rispettivi elettori, hanno rilasciato prestiti in cambio di nulla. Ecco i cosiddetti subprime. L'elevata insolvenza dei clienti (per forza...) ha di fatto obbligato le banche che via via hanno copiato i due colossi pubblici statunitensi (facendo uso di mutui a rischio), ad esporsi con obbligazioni e titoli legati ai prodotti spazzatura di cui sopra (i laureati in economia scuseranno la semplificazione grossolana). Ed è nata la catena di cui oggi si pagano le conseguenze. A questo scenario, si aggiunga l'irresponsabilità dei management bancari e finanziari, inseriti a pieno titolo in un sistema affatto liberista. Dirigenti e intermediari, infatti, hanno guadagnato cifre esorbitanti nonostante facessero andare in perdita datori di lavoro e clienti. Una follia, basata su una mentalità ed un approccio opposto a quello liberale legato alla responsablità individuale, che vorrebbe la punizione per chi sbaglia (dirigenti licenziati e truffati indennizzati dai colpevoli), fino alla chiusura delle imprese fallimentari.

In questo scenario, quale sia il black-out del sistema liberale non è dato sapersi. Si dirà: ma se perfino Samuelson ha accusato il capitalismo (sempre sinonimo di libero mercato) di aver causato tutto e di aver chiuso con la storia, un motivo ci sarà. Infatti, il motivo c'è. L'ex Nobel è acerrimo nemico di Bush, anti-repubblicano e pro-Obama. A due settimane dal voto presidenziale a stelle e strisce ha pensato bene di intervenire.

I fautori dello stop al capitalismo crescono, comunque, dappertutto. In Italia, a parte il centrosinistra (sia quello cattolico che quello post-neo-ex comunista) e la destra sociale, da sempre avverse alla libertà economica, abbiamo assistito allo scivolamento verso il Leviatano di Tremonti prima e di Berlusconi poi (fatto salvo qualche sussulto di dignità).

Il prestito ad Alitalia, la conferma dei sussidi in agricoltura, la mancata riduzione delle imposte (se escludiamo l'ICI), ne sono una prova. Ma ciò che spaventa è la determinazione Tremontiana nel richiamare l'interventismo statale anche in economia. Un scelta suicida che rischia di trascinare, questa si, molte persone verso un futuro meno piacevole e meno libero.