Frecciatine, battute al vetriolo, tifo da stadio, insulti e colpi bassi.
Il campionario delle “armi” utilizzate nelle discussioni, da diverso tempo a questa parte, è variegato e nutrito.
È sufficiente visitare uno qualsiasi dei forum di discussione aperti a migliaia sul web. Oppure si può fare un giretto nei più importanti social network della rete. O ancora, basta assistere a una conversazione tra amici, colleghi, familiari.
Perfino nella discussione più pacata, ad un certo punto i partecipanti vengono colti da quella che ho battezzato la “sindrome del ring”.
Si parte con una risposta in “stile D’Alema”, solitamente. Una battuta cattivella, tra l’acido, l’astioso ed il sarcastico. E si arriva in breve tempo al parlarsi addosso, tra urla e insulti, perdendo di vista, inevitabilmente, l’argomento con cui si era avviato il discorso.
A nulla servono gli interventi di chi prova a riportare la contesa su binari più civili. In preda ad un’esaltazione che ricorda molto da vicino la danza preparatoria Maori degli All Blacks Neozelandesi, i contendenti perdono il lume della ragione e si trasformano in partecipanti di “Uomini e Donne” (versione Zelig), in concorrenti dei reality show, in politici nelle arene televisive alla Ballarò/Annozero.
Un ragionamento a parte, meritano, a proposito, le discussioni che vertono sulla politica.
Salvo rarissimi casi (di solito quando due o più persone sono assolutamente concordi), la battaglia è ancora più cruenta. Destra contro sinistra, berlusconiani contro antiberlusconiani, garantisti contro giustizialisti, comunisti versus liberali. L’argomento, a quel punto, diventa un puro pretesto per dare sfogo alle proprie fissazioni e alla volontà di sopraffare colui che, in quel momento, viene visto come l’avversario. Che deve essere sconfitto, magari facendo sfoggio del campionario d’armi già citato in precedenza.
Discutere così, come si può facilmente intuire, è inutile.
Ed è un vero peccato, perché proprio dall’analisi, dall’approfondimento, dalla conoscenza delle idee, delle esperienze e della visione altrui delle cose, si potrebbe trarre giovamento per capire meglio la realtà in cui viviamo, senza preconcetti e preclusioni.
Maestra Gelmini
Questa volta il titolo non è ironico.
Insieme all'ormai mitico Brunetta - a cui l'opposizione ed il circo barnum della comicità a rimorchio riescono a dedicare soltanto scontate ed acrimoniose battute sul metro e mezzo di statura - la giovane ministra della Pubblica Istruzione rappresenta il "buono" del Governo Berlusconi.
Non in termini caratteriali, ovviamente. La "bontà" della Gelmini sta tutta nel coraggio di far seguire alle parole ed alle idee, atti e fatti concreti.
E' uno dei rarissimi casi in cui le promesse della campagna elettorale, e perfino le tante parole spese nei precedenti quindici anni di battaglia politica sotto il vessillo tricolore - ormai abbandonato - di Forza Italia, siano state mantenute.
Più dell'abolizione dell'ICI, che la Lega vorrebbe reintrodurre dalla finestra dopo averla cacciata via dalla porta; più del caso-Napoli, ovvia conclusione positiva di un disastro in cui le responsabilità di amministrazioni locali ormai "sazie" erano evidenti e ben note; più del cosiddetto "salvataggio" di Alitalia, operazione contro cui avrei sperato si battesse maggiormente la parte liberale del PDL.
Più di tutto il resto, la vera battaglia vinta dal centrodestra italiano potrebbe essere proprio quella sulla scuola - il condizionale è d'obbligo, visto che la riforma è pluriennale....
Una fornace gestita da sindacati famelici ed irresponsabili, diretta emanazione di un modo di pensare vicino alla sinistra storica italiana, tra assistenzialismo ed egualitarismo, a cui si sono avvicinati nel tempo una miriade di ministri, bruciandosi pesantemente. Ci hanno provato Berlinguer a sinistra e Moratti a destra, senza alcuna possibilità di riuscita. E quando sembrava ormai impossibile aver la meglio, quando ormai il gigante era diventato un Golia invincibile, ecco che una piccola Davidessa (qual è il femminile di Davide?) è riuscita ad assestare il colpo vincente.
La vittoria, sia chiaro, non è la semplice riduzione della spesa pubblica, peraltro meritoria. Sotto questo punto di vista, sarà anzi necessario mantenere gli occhi bene aperti. Se oggi si tagliano tot miliardi di euro, domani se ne potrebbero spendere altrettanti in altri progetti giudicati "necessari"....
Il vero successo strepitoso è stato far capire che la Scuola italiana, ormai allo sbando come testimoniano i dati sulle conoscenze acquisite, sul bullismo, sulla capacità di educare al rispetto delle regole del vivere civile, ha assoluto bisogno di una rivoluzione. Da fabbrica di posti di lavoro pubblici - intoccabili - a luogo di apprendimento di nozioni, regole e responsabilità. Un parola, quest'ultima, abbandonata negli ultimi 40 anni, ma che rappresenta la vera chiave di volta del rilancio dell'istruzione.
Poter essere bocciati anche alle Elementari, pagare con la ripetizione dell'anno scolastico o con una decurtazione del voto i propri errori e le proprie mancanze, rappresentano il ritorno della responsabilità personale, che fin dai primi anni di vita deve essere un principio cardine nel vivere con e tra gli altri.
Il taglio del numero dei docenti, sacrosanto per l'assurda politica di infornate susseguitasi da tempo immemore, nell'assoluta incuranza non solo della spesa, ma soprattutto del rapporto numerico tra insegnanti e allievi, è solo la punta dell'iceberg. Un atto dovuto, dopo decenni di irresponsabilità ai massimi ed ai minimi livelli.
A questo proposito, basti pensare che un qualsiasi diplomato avesse fatto domanda di inserimento negli elenchi dei supplenti, dopo tot tempo e magari dopo 20-30 supplenze in giro per la propria Regione di residenza, veniva definito un "precario della scuola", meritevole tout-court di inserimento a titolo definitivo nella grande famiglia dei dipendenti pubblici italiani. Nessun concorso, nessuna competenza specifica accertata, nessun esame di idoneità ad un così delicato compito. Niente di niente, solo il "diritto al posto di lavoro". Tre, quattro, cinque persone per svolgere il compito che era di uno solo; moduli creati ad hoc, materie sezionate, scorporate, praticamente inventate, pur di giustificare l'eccesso di assunzioni. E i ragazzi lasciati senza il classico punto di riferimento, usati come pedine nella gestione dei rapporti interpersonali tra docenti, o come specchietto per le allodole per l'opinione pubblica.
E poi ci si lamenta che i giovani d'oggi sono ignoranti, maleducati e scansafatiche. Salvo rimangiarsi tutto quando si parla di politica, ovviamente.
L'inchiostro uccide?
A giudicare dall'isteria collettiva seguita alla proposta della "schedatura maroniana" si residenti dei campi nomadi, parrebbe di si.
Prendere le impronte ai bimbi rom (è questa la semplificazione più utilizzata dai media e dai detrattori), è considerato, nel migliore dei casi, una violenza.
Senza scomodare chissà quali esempi con altri Paesi in cui i diritti umani e le libertà civili non sono certo minori delle italiche virtù, potrebbe essere utile ricordare che tutti i cittadini italiani, fino al 2003, si sono sottoposti alla visita militare e quindi alla schedatura delle proprie impronte digitali. Da minorenni. Oppure può servire ricordare che la carta d'identità elettronica, che sostituirà gradualmente quella cartacea, prevede ugualmente il rilascio delle proprie impronte.
Non mi dilungherò sul perchè sono favorevole a sistemi di identificazione dei residenti nei campi nomadi e nelle baraccopoli. Dico soltanto che chi non ha documenti e vive in Italia, deve ovviare a tale mancanza per non essere fuori legge. Si discuta sul come, semmai, ma non si nasconda la testa sotto la sabbia.
Insomma, si potrà anche arrivare ad una soluzione che non prevede l'utilizzo delle impronte digitali dei nomadi. Ma, suvvia, l'inchiostro su un dito si lava via in un istante. Sempre che ci si lavi.
Addio regime change?
Delusione e sconcerto. Sono i sentimenti che provo quando leggo certe cose.
Sappiamo bene, anche grazie a giornalisti come Enzo Reale, quello che è successo e tuttora succede in Birmania. Il ciclone Nargis ha reso ancora più evidente quanto la natura del regime militar-comunista al potere da oltre mezzo secolo nell'oggi Myanmar, sia profondamente sanguinaria e distruttrice della vita dei propri connazionali. Uno dei peggiori tiranni attualmente esistenti sulla Terra. Un'organizzazione criminale che va fermata e distrutta, se possibile, quanto prima.
La sporca faccenda-barzelletta del mancato ingresso degli aiuti umanitari stranieri, nel delta dell'Irrawaddy, devastato dalla furia della natura ed ancor più dalla povertà e dall'isolamento, ha fatto emergere tutta l'ipocrisia e la scarsa autorevolezza delle organizzazioni internazionali, l'ONU in testa.
Ma la delusione più grande sono gli Stati Uniti. Da filo-occidentale e pro-american, resto basito dall'immobilismo scelto dal Governo Bush nella circostanza. Nessuno ha fatto nulla, c'è da dirlo. Nè l'Europa, e questo stupisce poco, nè la Cina, madrina del regime birmano, e questo è più ovvio, nè purtroppo le diverse Coalition of Willings, nate in altri frangenti della Storia.
Gli USA, a parte la dichiarazione di accusa del segretario della Difesa Robert Gates "il governo di Naypidaw ha provocato migliaia di morti in più", hanno scelto di non intervenire in alcun modo, affermando "rispettiamo la sovranità di Myanmar". Niente di niente. I birmani, evidentemente, non meritano un regime change, come gli iracheni, gli afghani, o tornando indietro nel tempo, gli italiani.
Errori di partenza
Non amo i fustigatori di professione e mi guardo bene dal diventarlo.
Però, lo spirito scettico/critico mi porta anche a parlare di ciò che non mi piace.
Nelle prime fasi del Governo Berlusconi si possono sottolineare alcuni aspetti positivi: la coesione della maggioranza, la disponibilità alla discussione pacata ed aperta sui temi, la velocità nelle operazioni di start-up, la scelta di alcune personalità in posti chiave.
E poi si possono indicare i primi errori.
1) Stefania Prestigiacomo al momento dell'arrivo al Ministero dell'Ambiente ha detto che porterà avanti ciò che di buono ha fatto "Alfonso". Ha detto proprio così, riferendosi al suo predecessore Pecoraro Scanio. Diciamo che ci si poteva attendere un cambio di registro. D'altronde, il voto serve a cambiare ciò che non va bene. E Pecoraro Scanio era tra le cose che non andavano bene.
2) Franco Frattini, da oggi Cuor di Leone, non trova di meglio da fare che rifiutare l'incontro col Dalai Lama, per non scontentare gli amici cinesi. Il trionfo del coraggio! E il cambiamento?
3) Ignazio La Russa, a seguito della ripresa della guerra civile libanese, grazie ad Hezbollah (finanziato da Siria ed Iran), afferma che nulla è cambiato nel Paese dei Cedri e che quindi i soldati italiani non rischiano nulla. Ergo, nessun cambiamento in vista per le regole d'ingaggio: gli uomini dell'Esercito italiano non potranno sparare per difendersi, eventualmente. Ma Antonio Martino doveva proprio star fuori dall'esecutivo?
4) Gli attacchi ai campi rom sono da Paese incivile. Questo va detto e ribadito, senza timore. Anche perchè spesso (come è avvenuto a Napoli) a compierli sono delinquenti peggio degli stessi nomadi. Magari rivedere prima le leggi (introducendo il reato di accattonaggio), applicare le norme sullo sfruttamento minorile (bimbi impiegati in furti ed elemosine), le norme ambientali e di sicurezza (per cui non si potrebbe abitare in tali tuguri), porterebbe risultati più concreti. Senza violenze inutili.
La attendevo con ansia
C'è una notizia, passata praticamente inosservata, forse perchè non pubblicata sui principali strumenti di informazione, che avrebbe una portata storica.
Uso il condizionale, perchè spesso tali notizie sono sensazionalistiche e poco veritiere. Ma la verosimiglianza del fatto mi induce a riportarla, con la speranza che si possa dimostrare reale quanto prima.
E' da bambino che spero vivamente che il genere umano possa vivere senza dover uccidere animali senzienti per nutrirsi. La barbarie degli allevamenti, della caccia e del macello è impressionante. Le urla degli animali ed i loro occhi poco prima di essere uccisi, spesso con sofferenze atroci, non possono essere liquidati sempre e soltanto con un'alzata di spalle e con un "si è sempre fatto così".
Trovare il modo di mangiare carne, senza dover uccidere animali, è uno dei più grandi obiettivi dell'umanità.
A quanto pare, un'equipe di scienziati americani avrebbe già trovato il modo di farlo. Riporto la notizia, come pubblicata sul quotidiano L'Occidentale, nella consapevolezza che potrebbe anche essere troppo ottimista, ma con la speranza di vederla applicata quanto prima.
Dagli studi del professor Jason Matheny dell’Università del Maryland e dagli esperimenti della Nasa si è ora pronti a produrre in laboratorio veri filetti di carne e di pesce coltivati da cellule adulte estratte da un filetto di animale. Il sapore e la sicurezza alimentare di queste bistecche sono superiori a quelle dell’animale macellato, e non sono poche le università che seguono il progetto: «Fra sei anni potrebbe essere pronta la carne trita per ragù, pizze e salsicce dell’industria alimentare» dice Henk Haagsman, responsabile del progetto danese all’Università di Utrecht.
Le implicazioni di tale ricerca sono formidabili.
– Drastica diminuzione dell’inquinamento: la zootecnia mondiale, con le emissioni di gas intestinali, produce il 21% dell’anidride carbonica di origine umana, il gas considerato principale causa del surriscaldamento dell’atmosfera (pubblicato dal fisico britannico Alan Calvert sulla rivista scientifica Physics World). Inoltre, le catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, inquinano l'acqua e i pozzi, e richiedono una quantità sempre maggiore di mais, soia e altri cereali, contribuendo al disboscamento di vaste aree delle foreste pluviali tropicali;
– Risolutiva riduzione dello sfruttamento di risorse naturali: per produrre un kg di proteine animali in zootecnia tradizionale ci vogliono da 3 a 10 kg di proteine vegetali e circa 15 metri cubi d’acqua; si consideri che nella seconda metà del secolo scorso la popolazione mondiale è più che raddoppiata e la produzione di carne è quintuplicata (da 45 a 233 milioni di kg l’anno: fonte www.collettivoanimalista.org);
– Abbattimento dei problemi di sottoalimentazione nei paesi poveri: la produzione e distribuzione di carne sarebbe enormemente facilitata, anche per far fronte alla domanda crescente e alle esigenze del consumo che secondo le previsioni raddoppierà entro il 2050: «Basterebbe una cellula madre per rifornire di carne tutta la popolazione mondiale per un anno» sostiene Matheny.
– Eliminazione dei rischi di malattie da zoonosi che dagli allevamenti si trasmettono all’uomo: influenza aviaria, mucca pazza, Sars, Campylobacter, Salmonella, Escherichia; ma anche malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. Per non parlare dei quantitativi colossali di medicinali e antibiotici assunti dalle bestie negli allevamenti e destinati ai nostri piatti: niente di tutto ciò si verifica coi tessuti coltivati, privi d’ogni farmaco e perfettamente sani;
– Eliminazione dalla carne delle cellule dannose per l’uomo: si possono, per esempio, sostituire i grassi Omega-6, responsabili di colesterolo, malattie cardiocircolatorie e diabete, coi grassi sani del pesce, gli Omega3.
Tuttavia la novità sconvolgente è un’altra. Con questo sistema per la prima nella sua storia l’umanità potrà nutrirsi senza uccidere un essere vivente. Al di là delle nevrosi di vegetariani e vegani, questa ricerca scientifica sarà non solo d’enorme aiuto per l’economia mondiale e nella salute delle persone, ma soprattutto svilupperà nella cultura umana un inedito principio sinora giocoforza trascurato: diventerebbe barbarico arrecare sofferenze ad altri animali per trasformarli in cibo. Non occorreranno più né allevamenti terribili né macelli sanguinari.