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lunedì, 17 agosto 2009

Mitologia della Costa Smeralda

L’esperienza diretta, si sa, vale più di 1000 racconti. Spesso, poi, ciò che viene vissuto da una o più persone subisce un trattamento da “gioco del telefono”. Ricordate quel passatempo da gruppi scout o gite organizzate, nel quale una frase veniva sussurrata all’orecchio del proprio vicino ed immancabilmente, alla fine del cerchio, l’ultima persona riportava qualcosa di completamente diverso dal pensiero originale?

Ecco, il gioco del telefono funziona benissimo anche nella formazione dei miti e delle leggende più o meno metropolitane.  Anzi, pare si adatti alla grande perfino alle leggende vacanziere.

Una vulgata molto comune, ad esempio, racconta di una Costa Smeralda “riservata” ai vip, veline e calciatori, attori e soubrette, imprenditori e boiardi di Stato. Una zona off-limits per noi “comuni mortali”.

Spiagge totalmente private,  ambiente esclusivo, paparazzi ovunque, gestori di hotel, locali, ristoranti tutti rigorosamente non sardi e decisamente snob nei confronti del visitatore non famoso, prezzi esorbitanti ovunque, dal bar al ristorante al market. Chi non ha mai udito queste considerazioni alzi la mano.

La realtà, come al solito, è molto differente e variegata.

Sono stato da quelle parti tra il 3 ed il 6 Agosto (non era la prima volta), ed ho potuto valutare di persona che la situazione, per il turista medio, per colui che non dispone di budget faraonici e di copertine su Novella 3000, non è poi così drammatica.

Ci sono alberghi a 5 stelle lusso, con suites megagalattiche da decine di migliaia di euro a notte. Vero.

Però ci sono anche bed&breakfast, agriturismi e affittacamere più che dignitosi da 40 euro al giorno per persona, ad Agosto. E residences ed alberghi 3 o 4 stelle accessibili per le tasche dell’italiano (e dell’europeo) medio.

Esistono calette private (come dappertutto), ma quasi tutto il litorale è fruibile, perfino gratuitamente. Ovvero, la famigliola che arriva in spiaggia col proprio ombrellone può sistemarsi, se trova posto, in qualunque punto della battigia.

Molti locali sono gestiti da coloro che noi sardi chiamiamo i “continentali”. Ma nessun abitante della Sardegna ritiene di essere razzista se sottolinea questo fatto con malcelata invidia e con enorme fastidio. I razzisti, si sa, sono solo gli abitanti del Nord Italia, quelli che poi si innamorano a tal punto dell’Isola più centrale del Mediterraneo da comprarci casa, aprirci ristoranti o alberghi, trasferirsi per gli anni della pensione.

La scortesia e lo snobismo sono davvero leggende. E comunque, non si discostano dalla maleducazione di molti esercenti e commercianti locali. Che rimangono in ogni caso la maggioranza assoluta anche nell’area nord-orientale dell’Isola.

E i prezzi dei beni di consumo quotidiano? Assolutamente in linea con il resto della Sardegna. Certo, se si sceglie di acquistare pane, latte o pasta nei minimarket dei villaggi turistici o delle esclusive piazzette di Porto Cervo, Poltu Quatu o Liscia di Vacca, si può andare incontro a sgradite sorprese. Ma siccome nessuno obbliga il turista o il residente a fare compere proprio in quei negozi, resta un’ampia scelta di piccole e medie strutture di vendita, affiliate o meno alle più note catene di supermercati, con prezzi identici alle altre aree dell’Isola.

Insomma, per farla breve, la risposta alla domanda “la Costa Smeralda è ancora una meta appetibile del turismo di massa?”, è un netto e deciso “SI”.

Chi sostiene il contrario, mente sapendo di mentire. E lo fa, di solito, per una duplice serie di motivi.

 Innanzitutto, per partigianeria politica. La zona più ricca e stabilmente benestante della Regione sarda, infatti, provoca invidie spontanee e abbondanti, immediatamente fatte proprie da coloro che, per forma mentis e ideologia, non amano (per usare un eufemismo) la ricchezza.

Nello specifico, la Sardegna ha avuto una intera Giunta regionale che per 5 anni ha denigrato, con costanza degna di ben altri obiettivi, il “sistema Costa Smeralda”. Là, dicevano, ci sono i continentali ricchi, che vivono in luoghi “finti”, senza rispettare la Sardegna e i suoi abitanti. Lo sviluppo turistico, di conseguenza, doveva andare in direzione opposta. Tutto era studiato e propagandato in contrapposizione alla zona Nord-orientale della Gallura.

La seconda motivazione della viscerale contrarietà a tutto ciò che riguarda questa piccola, ma fondamentale area economica isolana, riguarda invece un mal riposto spirito di rivalsa nei confronti dei già citati “continentali”. Questo sentimento, nutrito di luoghi comuni razzisti, si fonda soprattutto sul complesso di inferiorità, mascherato dalla “balentia”, particolarmente radicato nelle aree dell’interno, dal Nuorese all’Ogliastra, dalla Barbagia al Logudoro, dalla Marmilla al Guspinese.

Una sorta di mitologica rivalsa sarda nei confronti degli invasori – tipicamente lombardi o comunque nordici – che nulla ha a che fare con la storia della terra dei nuraghi, dominata da tutt’altre popolazioni ed abituata a piangere miseria e a chiedere aiuti e prebende al dominatore di turno.

Una piccola “enclave” ricca, prospera, bella, curata, nella quale convivono lingue, dialetti e storie differenti, dà fastidio perché rappresenta la riuscita di un modello di sviluppo lontano dalle “pianificazioni” della politica, di destra e di sinistra. Rappresenta, in fondo, la prova che lasciare fare agli imprenditori, senza troppi  vincoli e senza programmi imposti dall’alto, funziona. E bene.

Talmente bene che, nonostante le calunnie, capaci di ridurre comunque l’appeal di quel sistema turistico, la Costa rimane la prima porta della Sardegna. Quasi tutti coloro che arrivano nell’Isola per la prima volta, sbarcano all’Aeroporto o al Porto di Olbia (con la lodevole eccezione di Alghero, altra prova evidente di successo del mercato, con le compagnie aeree low-cost assolute protagoniste).

Tantissimi di costoro si innamorano della Sardegna anche grazie a questo primo impatto e poi desiderano approfondirne la conoscenza, visitando il resto del territorio, bello e attraente in misura non certo inferiore, ma senza dubbio meno noto e meno propenso all’accoglienza.

Ecco perché una politica turistica intelligente dovrebbe preservare il suo punto forte – la Costa Smeralda – nella consapevolezza che da lì, in larga misura, arriveranno milioni di turisti anche per le altre zone dell’Isola.

La conclusione, quindi, non può che essere un appello, ai politici e ai residenti sardi, innanzitutto, affinchè abbandonino i luoghi comuni che li affliggono, riprendendo a promuovere con forza e convinzione il gioiello del proprio turismo. E ai turisti, italiani e stranieri, affinchè scelgano ancora la Sardegna come meta delle proprie vacanze, estive e non. Ovunque sceglierete di arrivare e soggiornare, perfino nella vituperata Costa Smeralda, troverete quello che cercate a costi accessibili: un mare inimitabile, una cucina squisita e varia, un’accoglienza professionale ed un’ampia scelta anche in termini di pernottamento.

Per voi, sarà un piacere conoscere o scoprire meglio una terra ricca di fascino.

Per noi, sarà la conferma che senza turismo non avremo alcun futuro.

postato da: Liberalista alle ore agosto 17, 2009 16:06 | link | commenti (2)
categorie: turismo, sardegna, capitalismo, luogocomunismo
martedì, 28 luglio 2009

Priorità assoluta: ridurre le tasse

In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.

Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.

Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.

E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).

Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?

Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.

Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.

D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.

Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.

Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.

La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.

postato da: Liberalista alle ore luglio 28, 2009 18:39 | link | commenti (10)
categorie: politica, economia, crisi, berlusconi, mercato, liberalismo, capitalismo, imposte, tassazione
giovedì, 16 luglio 2009

Il ruolo sociale della pubblicità

Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".

Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.

Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.

L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.

Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".

La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.

Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.

Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.

Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.

Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare"  conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.

Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.

Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.

Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.

postato da: Liberalista alle ore luglio 16, 2009 19:14 | link | commenti (2)
categorie: economia, informazione, berlusconi, pubblicità, mercato, ignoranza, capitalismo, luogocomunismo
sabato, 04 aprile 2009

Gli inferni fiscali

I big della burocrazia mondiale lo hanno annunciato trionfali: aboliremo i paradisi fiscali!

Una notizia accolta con soddisfazione dagli statalisti di tutto il pianeta, pronti ad accaparrarsi una quota di reddito altrimenti destinata a rimanere nelle tasche dei legittimi proprietari.

Ma cosa è un paradiso fiscale? A considerare dall'etimologia del termine, si tratta certamente di un luogo dai connotati estremamente positivi. E infatti lo è. I paradisi fiscali sono degli Stati, solitamente molto piccoli, che vivono grazie ai capitali che vi affluiscono in virtù di un sistema fiscale assolutamente vantaggioso, rispetto alla media. A fronte di pressioni fiscali oscillanti tra il 20 ed il 50%, infatti, in questi piccoli Eden le aliquote spesso non superano il 10%, risultando vincenti nella competizione internazionale.

E' ovvio che, vista la distanza che li separa, ad esempio, dai Paesi europei (tra i più esosi dal punto di vista tributario), sono abbordabili soltanto per coloro che hanno un'effettiva convenienza a spostare la residenza fiscale, con annessi costi e trasferimenti. Insomma, i paradisi fiscali attraggono principalmente i miliardari.

E questo non costituisce affatto reato. Non c'è scritto da nessuna parte che un'azienda o una persona fisica debba essere costretta ad avere la residenza in un Paese piuttosto che in un altro.

Ma l'aspetto che viene taciuto negli organi di informazione e nella stragrande maggioranza dei luoghi di discussione, è la necessità dell'esistenza dei paradisi fiscali. I quali dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che aliquote basse attraggono capitali ed investitori. E che nessuno è felice di pagare tasse ed imposte, soprattutto quando sono, appunto, "imposte".

Tali splendide realtà, inoltre, spingono gli altri Paesi (o meglio, lo hanno fatto finora), a limitare le loro pretese, per evitare di incappare nella fuga dei capitali all'Estero. La concorrenza, si sa, rende il sistema più efficiente.

Il principio, però, sembra non piacere ai politici delle superpotenze mondiali. I quali, per accontentare gli invidiosi e gli egualitaristi, hanno deciso di incentivare, magari per legge, gli "Inferni fiscali".

postato da: Liberalista alle ore aprile 04, 2009 23:16 | link | commenti (2)
categorie: economia, capitalismo, imposte, tassazione
sabato, 27 dicembre 2008

Elogio del risparmio

Passata la festa, gabbato lo santo. Il Santo Natale, intendo. Perché l’obiettivo unitario della pubblica opinione nel periodo appena trascorso era evitare il crollo dei consumi.

Così è stato, sostanzialmente, nonostante le cassandre di Ballarò o delle associazioni dei consumatori, giunti ad evocare ipermercati vuoti ed improbabili cali del 20% rispetto a dodici mesi fa.

Il Natale rappresenta sempre un formidabile motivo per spendere il denaro guadagnato col lavoro e con l’ingegno. Si mangia parecchio, si comprano regali più o meno utili, si visitano numerosissime attività commerciali e magari ci si ricorda di dover acquistare proprio quel televisore o quel cellulare. Insomma, se l’intento era quello di spendere, ci siamo riusciti anche stavolta.

Per la gioia dei commercianti, del cosiddetto popolo delle partite IVA e del premier. Berlusconi si spende sempre parecchio quando c’è da spingere i consumi. E’ un suo pallino. Ogni volta, però, si dimentica di completare un ragionamento che parte in maniera corretta, ma non arriva al dunque.

E’ sacrosanto affermare che se gli acquisti si bloccano, l’economia ne risente. Le aziende vendono meno e sono costrette a ridurre investimenti, personale, produzione. Ed il sistema, come si suol dire, si avvita su se stesso.  

Ma per completare il discorso non si può fare a meno di sostenere che il tassello mancante è il risparmio.

Se tutti i cittadini italiani spendessero tutto il proprio reddito per il consumo, non sarebbe mai possibile l’accumulazione del capitale, conditio sine qua non per gli investimenti, per l‘avvio di nuove imprese o per l’ampliamento dell’esistente. Il risparmio, insomma, è motore dell’economia almeno quanto il consumo. Adam Smith insegna:

“I capitali aumentano con la parsimonia e diminuiscono con la prodigalità… Tutto ciò che si risparmia dal proprio reddito aumenta il proprio capitale… Come il capitale di un individuo può aumentare soltanto mediante ciò che egli risparmia dal suo reddito annuale, così il capitale della società può aumentare soltanto allo stesso modo…. È la parsimonia e non l’industria la causa diretta dell’aumento del capitale…. Per quanto l’industria possa acquisire, se la parsimonia non risparmiasse ed accumulasse, il capitale non potrebbe mai aumentare. La parsimonia, aumentando il capitale destinato al mantenimento di lavoratori produttivi, aumenta il valore della produzione… Essa mette in moto una quantità addizionale di industria, che aggiunge valore al prodotto annuale della società.”

Una visione ineccepibile, nella sua semplicità. Una banalità, verrebbe da dire, se non fosse che siamo stati abituati a pensare che chi accumula capitale è come minimo un ladro o un delinquente.

Ed anche coloro che per estrazione culturale e per vita vissuta dovrebbero promuovere il risparmio tra le “buone pratiche”, come il capo del Governo attuale, sembra preferiscano non scottarsi troppo, ripiegando sui più comodi consigli per gli acquisti.

postato da: Liberalista alle ore dicembre 27, 2008 23:49 | link | commenti
categorie: economia, berlusconi, mercato, liberalismo, risparmio, capitalismo