Ragazzi, non è che non abbia voglia di scrivere. Anzi. E non è nemmeno il tempo che mi manca.
Il problema è che sono affetto dalla febbre di Facebook. E la mania del commento, della battuta, della “nota”, del “mi piace”, è una brutta bestia per un blogger. Perché si finisce con lo scrivere solo ed esclusivamente sulle pagine del social network, trascurando quelle del proprio diario di bordo.
Faccio penitenza per le lunghe assenze, quindi, e scrivo qualcosina sui temi caldi degli ultimi tempi.
1) Tremonti. Il superministro per l’Economia, sempre che non si offenda per l’affronto di aver accostato il termine “Tremonti” a quello “Economia”, rischia il posto. E si, proprio lui che ha tessuto l’elogio del “posto fisso” di fantozziana memoria. Qui lo si è detto in tempi non sospetti: Silvio, dimettilo. Ma le ultime uscite dell’unico, vero, delfino di Umberto Bossi pare abbiano convinto anche i recalcitranti berluscones della necessità di cambiare rotta. Non è detto che l’operazione vada in porto, ma almeno si può finalmente discutere di temi economici, come l’abbassamento delle imposte, le liberalizzazioni, il taglio della spesa pubblica.
2) Il ritorno del mito del posto fisso. Tremonti (ancora lui) ha detto un’ovvietà condita di moralismo sociologico. Il suo piatto forte, insomma. La realtà, come sa chiunque abbia studiato Economia (ancora lei), è che un mercato del lavoro rigido, in cui è difficile entrare e uscire, crea disoccupazione. L’abbiamo sperimentato per almeno 20 anni, in cui i disoccupati hanno raggiunto cifre vicine al 12%. La flessibilità, tanto criticata, aveva portato il dato al 6%. Si lavori, invece, sul lato del reinserimento e su quello del paracadute. Un ammortizzatore sociale unico, a tempo e slegato da sindacati e ricatti politici, sarebbe l’ideale. Perché il dramma non è perdere il lavoro (meno che mai il “posto”), semmai quello di non trovarne un altro in tempi brevi, senza godere di alcuna entrata.
3) L’ora di religione islamica. Premetto che ho iniziato ad apprezzare Gianfranco Fini proprio per le aperture sui cosiddetti temi etici e sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Come sulla cittadinanza breve, necessaria soprattutto per i figli degli immigrati che vivono in Italia dalla nascita. Ma stavolta lui (o chi per lui) ha toppato in pieno. Già l’ora di religione cattolica è un obbrobrio di origine lateranense, e andrebbe abolita. Ma se estendessimo il principio a tutte le religioni, ci potrebbe perfino arrivare una richiesta di Tom Cruise per l’ora di Scientology. Che ognuno sia libero di professare ed imparare i dogmi della religione che preferisce, invece. Ma la scuola, soprattutto quella pubblica (fino a quando non ci si deciderà a privatizzarla), non può svolgere questo compito. Si abolisca anche l’ora di religione cattolica e se proprio si vuole fornire un’infarinatura uguale per tutti, si studi la storia, la genesi e la struttura di tutte le religioni presenti nel mondo.
4) Il caso Marrazzo. L’ex smascheratore di truffe, a quanto pare, è stato ricattato e truffato a sua volta, a causa delle sue frequentazioni sessuali con alcuni transessuali. Nulla di male né di scandaloso, secondo me, nel farsi gli affaracci propri. Mentre grande schifo provo nei confronti dei Carabinieri che lo hanno ripreso e ricattato, estorcendogli anche un bel gruzzoletto (si parla di 80.000 euro). Detto questo, che deve valere per tutti, non ci si può nascondere dietro il famigerato dito, né dietro ad altro. Verrà attuata la stessa campagna moralista avviata nei confronti del premier? Sentiremo ancora affermare che un “politico così importante non può avere una vita privata”? O che “un politico ricattabile per i suoi interessi privati si dovrebbe dimettere”? Arriveranno i giornalisti d’assalto a chiedere al loro collega se è vero che è andato a letto coi trans? Se li ha pagati? Quanto? E se poi è vero che ha ceduto ai Carabinieri che lo ricattavano, pagando l’estorsione? Insomma, chi la fa l’aspetti, si diceva una volta. Non mi auguro che Marrazzo finisca nel tritacarne del circuito stampa/magistratura, ma almeno spero che questo fatto ponga la pietra tombale sulle immani cavolate che siamo stati costretti a sentire per mesi e mesi sui pruriti di Berlusconi.
Tira aria da assalto alla diligenza nel Popolo della Libertà.
La caccia all’uomo scatenata dall’editoriale al vetriolo di Vittorio Feltri sul suo Giornale, nei confronti del n.2 del PDL Gianfranco Fini, ha scoperchiato il vaso di Pandora dei problemi legati alla nascita e al non facile sviluppo del nuovo soggetto politico.
Un parto che sembrava indolore rischia così di portare alla morte del neonato, se i genitori non si metteranno d’accordo sulla sua “alimentazione”.
Berlusconi e Fini hanno ormai agende e obiettivi differenti.
Il primo è costretto sulla difensiva da una campagna di stampa feroce e senza esclusione di colpi bassi, ma non può perdere di vista il lavoro del Governo, che deve portare a casa risultati concreti e tangibili.
Il secondo, dando per buoni i rumors giornalistici, punterebbe alla Presidenza della Repubblica oppure alla sostituzione del leader, a stretto giro di posta.
Due strade impervie, il cui bivio non tarderà comunque ad arrivare.
Certo è che Vittorio Feltri non sbaglia quando chiede a Fini un passo indietro per non danneggiare ulteriormente l’esecutivo in un momento tanto delicato.
Se il suo obiettivo è quello di salire al Quirinale, d’altronde, non può prescindere dall’appoggio berlusconiano. Se invece vuole prendere lo scettro di Re Silvio, non può farlo con un regicidio, sempre che ne abbia i mezzi, perché l’elettorato pidiellino non glielo perdonerebbe.
Il neo direttore del Giornale, quindi, non ha torto.
Ma il Presidente della Camera ha ragione, a sua volta, quando chiede chiarezza sul funzionamento del PDL, così come quando auspica che gli eletti del partito siano consapevoli che la base è senza dubbio più vicina alle posizioni laiche e liberali che a quelle del Vaticano o della Lega, sia sui temi cosiddetti etici che su quelli economici.
E Fini fa benissimo a ricordarlo pubblicamente.
Il PDL non è un blocco monolitico schiacciato sulle posizioni del suo fondatore e leader assoluto. Anche perché ultimamente tali posizioni risultano poco chiare e talvolta non in linea col sentire degli elettori del centrodestra.
Non ci si può esimere, insomma, dal sottolinearne le incongruenze e le mancanze, nonostante si rischi di essere additati come traditori, destino toccato in sorte proprio a Fini, che sarà sommerso dai fischi giovedì a Gubbio, alla convention formativa del nuovo partito.
Non è certo lui ad essere scivolato verso posizioni “de sinistra”. E se ormai l’ex leader di AN, odiatissimo dai suoi ex compagni-camerati, appare l’unico laico-liberale di questo centrodestra, il problema è del centrodestra, non suo.
In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.
Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.
Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.
E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).
Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?
Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.
Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.
D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.
Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.
Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.
La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.
Un diffuso luogo comune sostiene che la pubblicità in tv e sui giornali "la paghiamo noi".
Lo stereotipo, nato contemporaneamente alle prime forme di promozione di beni e servizi, ha assunto proporzioni decisamente preoccupanti nell'ultimo quindicennio, a causa dell'altro pregiudizio, alquanto diffuso, quello antiberlusconiano.
Solitamente, infatti, chi sostiene la pericolosità del messaggio pubblicitario, capace di ipnotizzare milioni di persone inebetite dal mostro televisivo, la accompagna alla considerazione che il costo della campagna pubblicitaria ricadrà poi inevitabilmente sul prezzo di vendita dello stesso prodotto.
L'obiettivo, per chi ragiona da "homo politicus", inteso come individuo che non riesce a vedere al di là della propria ideologia politica e riconduce ad essa tutto ciò che incontra, filtrandolo con la propria lente di ingrandimento, è quello di dimostrare che le tv (nel loro immaginario tutte di Berlusconi) condizionano la vita delle persone fin nei loro più reconditi desideri, nelle loro scelte personali.
Il secondo aspetto, invece, si inserisce nella battaglia Rai-Mediaset. Quasi si trattasse di una sfida tra due squadre di calcio, le tifoserie si organizzano e gli ultras le sparano grosse. E a chi, fuori dallo "stadio", chiede che il canone Rai venga abolito, in quanto tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo, anacronistico balzello ed ingiusto peso sulle tasche dei contribuenti, si risponde con un "ma cosa credi, anche Mediaset vive coi nostri soldi, perchè paghiamo la pubblicità quando compriamo i prodotti pubblicizzati su quelle reti".
La realtà, come spesso accade, è molto diversa da come la immagina chi non ha alcuna esperienza di ciò di cui va parlando. La pubblicità, per definizione, è un investimento. Per l'azienda ha il fondamentale scopo di agevolare la conquista di una fetta di clientela, aprendo nuovi mercati o rafforzando quelli già battuti.
Il guadagno dell'azienda, di conseguenza, non è dovuto all'aumento del prezzo che, secondo i male informati, deriverebbe dal costo della pubblicità. Il profitto deriva invece dall'incremento di clienti che la pubblicità stessa ha portato, qualora si sia rivelata efficace.
Il prezzo del bene pubblicizzato resta costante. O comunque, le eventuali fluttuazioni non dipendono dall'entità e dal tipo di investimento promozionale.
Il vantaggio, per il cliente-consumatore, che magari è anche colui che vede la pubblicità in tv, su internet, sui quotidiani, sui cartelloni stradali o nei volantini distribuiti porta a porta, è duplice.
Oltre a spendere meno per l'acquisto del quotidiano, a non pagare affatto per la visione della tv, a non dover "comprare" conoscenze sui prodotti, insomma, il consumatore riceve dalla pubblicità informazioni essenziali sul prodotto, prima fra tutte il prezzo, l'informazione principale, perchè indicatore di valore del bene in esame.
Il ruolo della pubblicità, in sintesi, può essere definito "sociale", nella concezione più comune del termine. E' un qualcosa che serve ad un elevato numero di persone - la cosiddetta "società" - per prendere decisioni e per fare scelte personali. Ed è anche grazie alla pubblicità che possiamo sapere in anticipo dove e come risparmiare, dove e a quale prezzo trovare quello specifico prodotto che ci piace tanto, quando poter approfittare delle opportunità offerte dal mercato in occasione di sconti, promozioni, omaggi.
Demonizzare la pubblicità per attaccare Berlusconi, come fanno molti, è veramente una grande stupidata. E se proprio lo si vuole boicottare, basta non guardare le sue tv, non comprare il suo unico quotidiano, non acuistare i prodotti delle sue aziende assicurative ed editoriali.
Ma schierarsi contro l'unico sistema di libero scambio di informazioni che consente il corretto funzionamento del mercato (inteso come totalità dei consumatori e dei produttori, con ruoli assolutamente interscambiabili) è una opzione totalmente suicida.
Il mare magnum del liberalismo italico è in continuo movimento. Un ribollire di idee, speranze, propositi, fra tentativi di fondare nuovi partiti e/o riesumare i cadaveri dei vecchi simboli.
Il disagio politico di coloro che credono nella libertà individuale e si riconoscono nelle pur differenti sfaccettature della galassia liberale, è palese ed evidente.
Il PDL è meno liberale di quella che fu Forza Italia, e non poteva essere altrimenti, considerando la storia e la cultura di base degli affluenti “minori” del Popolo della Libertà.
Il PD è ancora eccessivamente ibrido e sconclusionato per poter annoverare tra le sue culture di riferimento quella liberale, per non parlare di quella liberista e libertaria, assolutamente sconosciuta nel principale partito della sinistra.
Non è nemmeno il caso di citare le ali estreme dell’agone politico, in quanto il liberalismo è distante anni luce dai fondamentalismi e dai totalitarismi di destra e sinistra.
Rimane l’UDC, al centro della contesa, ma le espressioni “Unione delle Clientele” (by Silvio Berlusconi) e “Ufficio di Collocamento” (by Nicola Rossini) rendono bene l’humus culturale e la ragione sociale del partito di Casini.
Esistono, sopravvissuti al bipolarismo ed alla necessità di chiarezza dell’offerta politica, divenuta ineluttabile a cavallo di Tangentopoli e consolidatasi nell’ultimo quindicennio, microforze politiche che si rifanno alla grande tradizione liberale: nel centrosinistra
Si tratta di piccoli movimenti, magari anche culturalmente attivi, che sommati rappresentano, però, meno dello 0,5% dell’elettorato. Ergo, non contano nulla.
Ed è proprio da questa semplice constatazione che i liberali dovrebbero partire per capire che l’unica strada percorribile è quella dell’aggregazione.
In un periodo di transizione come quello che si sta attraversando, nel quale il sistema politico “traballa”, tra spinte bipartitiche forti e tentativi di restaurazione del vecchio status quo catto-centrico, il compito di chi crede nella libertà individuale come paradigma di ogni decisione “pubblica” è solamente quello di fare rete, squadra, gruppo, in attesa di un possibile reset del sistema istituzionale e democratico del Paese.
Il dopo Berlusconi, secondo quasi tutti gli analisti e i commentatori politici, produrrà effetti sconosciuti in entrambi i “poli” e condurrà ad un nuovo equilibrio.
Ora, l’uomo è forte, fisicamente, mentalmente ed economicamente, ma non è immortale né politicamente eterno. Quindi, prima o poi dovrà pur accadere che lo scettro della politica italiana, che, comunque la si pensi, gli appartiene da 15 anni abbondanti, passi di mano.
Ed in quel momento, i liberali italiani dovranno già essere in “contatto” tra loro per decidere cosa fare da grandi.
E nell’attesa? Bè, fino ad allora si dovrà lavorare, per l’appunto, nella costruzione dei link tra le diverse anime del liberalismo, siano essi singoli individui, associazioni, gruppi, movimenti o micro-partitini.
In una parola: provare a vedersi, incontrarsi, lavorare insieme a piccoli progetti di stampo culturale, progettuale, magari anche editoriale.
In un’altra parola: fare lobbing. Per produrre idee e spunti di governo e farli diventare realtà nell’azione di quei soggetti politici che hanno intenzione di farli propri.
In Sardegna ci stiamo provando. A breve presenteremo il nostro “laboratorio”, nella speranza che anche altrove si decida di “copiare” un qualcosa che funziona. E che vede lavorare insieme persone che poi, alle urne, scelgono liberamente se e chi votare.
Ultimamente ho criticato parecchio il Governo Berlusconi.
E' ormai palese che lo reputi poco liberale e molto socialdemocratico, negli atteggiamenti, nelle invettive, nei discorsi dei principali Ministri.
Ma stavolta, relativamente al discorso del "Piano Casa", devo fare ammenda.
Lo sblocco, la liberalizzazione potremmo chiamarla, del mercato dell'edilizia abitativa, rappresenta un bel passo avanti per un Paese spesso frenato dalla burocrazia, da divieti anacronistici e da scelte ideologiche.
Non mi pronuncio sulle nuove case popolari, alle quali in linea di principio resto contrario, in quanto costruite per "presunti poveri", a spese dei "presunti benestanti". Attendo che si rendano note le procedure effettive, prima di esprimermi in maniera definitiva. Ma già il fatto che tali abitazioni si possano riscattare, diventando di proprietà di chi le abita, deve essere valutato positivamente.
La vera rivoluzione, semplice da applicare e senza costi per i contribuenti, è l'allargamento del campo di libertà dei possessori di case. Chi vorrà, potrà così udufruire di un 20% di aumento della cubatura della propria abitazione. Non sarà più necessario, insomma, chiedere permessi, fare la trafila dai dirigenti comunali, perdere tempo e denaro tra ASL, enti ed uffici vari, per costruire un secondo bagno, o creare un pergolato nel terrazzo, o soppalcare il soffitto.
Tutte azioni che, in realtà, dovrebbero essere assolutamente affidate alla libera iniziativa dei proprietari, non alla frenesia regolatrice degli "illuminati" politici di turno.
Qui sta il passo avanti, in termini di cultura e di approccio al problema. L'ampliamento della sfera della scelta individuale a discapito della programmazione pubblica è sempre una bella notizia.
Se poi a questo aggiungiamo il sicuro impatto positivo sull'economia reale, dovuto alla crescita di valore delle proprietà private dei cittadini, il quadro non può che essere considerato positivamente.
Dialogo avviato tra maggioranza ed opposizione sul reddito ai disoccupati.
Il nuovo leader del PD Dario Franceschini è andato dal premier Silvio
Berlusconi e gli ha chiesto di approvare insieme una legge per l'ampliamento
degli ammortizzatori sociali.
Questa la risposta del capo del Governo italiano: "Ma per questo non abbiamo
già le Scuole, le ASL, le Province, le Municipalizzate, i Consorzi Industriali, i Consorzi di Bonifica....?"
TG3 di sabato, ore 14:20 circa.
La giornalista-conduttrice (la rossa, di cui non mi sovviene mai il nome) presenta il servizio con l'intervista a Berlusconi e dice "il premier, in Sardegna per sostenere UN candidato del PDL...".
La scena si ripete identica sul caso Kakà, quando la pasionaria del TG3 ripete che Berlusconi si trovava nell'Isola per la campagna elettorale di UN candidato del PDL.
Nemmeno il nome, capito? Non hanno il coraggio di nominare Ugo Cappellacci! Che vergogna! Una caduta di stile che forse nemmeno Emilio Fede....
L’abbassamento delle tasse? Può attendere. Le liberalizzazioni? Ma no, le proponeva Bersani. La rivoluzione liberale? Mai detto niente di simile. L’operato ed il substrato “culturale” (ehm…) del Governo Berlusconi 2008-2009, come è ormai palese ed inequivocabile, non possono essere confusi con i principi liberali. Nulla di strano, se si pensa ai temi dell’ultima campagna elettorale, che non prometteva nulla di buono. Certo, si era comunque parlato di addio all’oppressione fiscale “prodiana” e di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma già le parole d’ordine, rispetto al 1994, al 1996 ed al 2001 erano profondamente mutate.
A non essere cambiata, però, è la mentalità della base elettorale “storica” di Forza Italia. Quel popolo delle partite Iva, per azzardare una definizione certamente non onnicomprensiva, né particolarmente felice, allevato a suon di “rivoluzioni liberali”, “meno tasse per tutti”, “meno Stato più libertà”, che da anni lotta per veder realizzate queste promesse. Si tratta, in larga misura, del popolo azzurro, nato e cresciuto politicamente proprio con Silvio Berlusconi. Uomini e donne nati anagraficamente soprattutto negli anni ’70 e ’80, nauseati dall’assistenzialismo e dallo statalismo di quasi tutti i partiti del cinquantennio democratico della Prima Repubblica, le cui istanze di cambiamento furono raccolte dal miliardario televisivo che parlava così bene di libertà e, di conseguenza, di ricerca individuale della felicità.
Il grande merito di Berlusconi, infatti, non fu tanto la fondazione di Forza Italia, quanto l’aver sdoganato i temi dell’oppressione fiscale, della riduzione del sistema burocratico ed in generale della sfera di influenza del pubblico sulla vita privata, dell’antistatalismo come reazione ad un sistema soffocante e persecutorio.
Milioni di persone si avvicinarono al partito azzurro perché affascinati da quest’uomo e dalle sue idee, diverse da quelle propinate da tutti gli altri. Milioni di uomini e donne sbeffeggiati per anni e messi all’indice come appestati, ma orgogliosi di essere portatori di un grande progetto: la rivoluzione liberale, una rivoluzione pacifica ed incruenta, capace di cambiare la rotta di un Paese in lento ma costante declino.
Fino al 2001, parole, slogan ed azione politica hanno seguito lo stesso binario, per poi iniziare ad allontanarsi negli anni del 2° Governo Berlusconi, tra il 2001 ed il 2006. La colpa, si disse, fu degli alleati riottosi, con UDC e AN troppo legate a logiche spartitorie, di potere e perciò stataliste.
Una scusa, a bocce ferme. Perché senza il partito di Casini, con AN in un angolo nella transizione verso il PDL, non solo le cose non sono migliorate, ma addirittura alla scomparsa dell’azione liberale ha fatto seguito l’addio perfino della terminologia. Il sogno della rivoluzione liberale, insomma, è stato riposto mestamente in un cassetto. Dimenticato. Come un errore di gioventù.
Ma il malcontento, come viene ormai rilevato anche dai sondaggi sul gradimento di premier e governo, monta inesorabile.
Ad allontanarsi dal PDL sono soprattutto i liberali veri, quel nucleo azzurro, quel “popolo della rivoluzione liberale” che ha assorbito talmente a fondo i principi del primo Berlusconi da poterglieli rinfacciare senza timori. Senza temere di diventare i primi detrattori di colui che in passato fu capace di toccarne le corde del cuore, allevandone sogni e speranze, e che oggi rischia di perdere il contatto con i protagonisti più veri della sua fortuna politica.
Nel marasma generale del centrosinistra italiano, il caso Sardegna assume una rilevanza emblematica.
Il leader regionale della coalizione, Renato Soru, ha infatti portato a compimento un’operazione da fine stratega, proponendosi come il vero futuro del PD, o comunque del contenitore del centrosinistra nazionale, qualunque sarà la sigla che lo indicherà nei mesi e negli anni a venire.
Il governatore uscente si è dimesso anticipatamente rispetto al termine naturale della legislatura, costringendo in un angolo sia i suoi alleati riottosi e dissidenti, con in prima fila la vecchia nomenclatura diessina e margheritina, sia l’attuale opposizione, costretta a bruciare i tempi nella tessitura delle alleanze e nella scelta dei candidati.
Tra i suoi, Soru ha eliminato in un sol colpo tutte le operazioni sotterranee (mica tanto) che miravano a farlo fuori, all’interno del suo partito, riproponendosi come l’unico uomo in grado di riunire ciò che si era diviso, forse irrimediabilmente.
Inevitabile e scontato, a questo punto, considerare Soru il vero uomo forte del centrosinistra sardo, addirittura senza avversari.
Ma l’ex governatore isolano ha ormai varcato i confini della Sardegna. Basta ascoltarlo mentre sfida Berlusconi, snobbando il suo antagonista Ugo Cappellacci, diretta espressione del premier nell’Isola, in un testa a testa che sa tanto di antipasto di ciò che sarà nel prossimo futuro in Italia.
Mister Tiscali, si badi, è probabilmente l’unico personaggio ancora spendibile tra i tanti galli nel pollaio del Partito Democratico.
La crisi definita come “morale” dai mass media, e che invece altro non è che una resa dei conti interna ad un sistema ormai incancrenito di potere e poteri, ha eliminato ogni velleità di leadership dei vari Bassolino d’Italia, trascinando nel pantano uomini forti come Veltroni, dimostratosi non all’altezza, e gettando un’ombra sui dirigenti degli ultimi lustri, tra cui anche D’Alema, Bersani e Fassino.
Per riemergere, il centrosinistra italiano, avrà bisogno di un volto allo stesso tempo vincente e “pulito”.
Un uomo nuovo, come è consuetudine indicare chi si avvicina alla politica dalla “società civile”.
E Soru, forte di un consenso mediatico trans-regionale determinato dall’essere un anti-personaggio, potrebbe assumere il ruolo che sta cercando con grande abilità di costruirsi.
Berlusconi ed il centrodestra, insomma, sono avvisati. La prima battaglia si combatte in Sardegna, il 15 e 16 Febbraio. Silvio lo sa bene, ed infatti si spenderà tantissimo in prima persona nella campagna elettorale per l’amministrazione di quella che ha sempre definito la sua seconda patria.
Ma anche un successo di Ugo Cappellacci, dato per certo dai sondaggisti, ma non dal sottoscritto, non sarà sufficiente per mettere a tacere le ambizioni di Renato Soru.
Anche perché se perfino Antonio Di Pietro, sprezzantemente liquidatorio nei confronti di tutti gli indagati d’Italia (o, come ama definirli, gli “inquisiti”), ha promosso Soru, definendolo “diverso” da tutti gli altri personaggi politici finiti sotto inchiesta, un motivo ci sarà.
E Berlusconi, destinato probabilmente al Colle, non sarà certamente il candidato premier del centrodestra nel 2013.