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mercoledì, 27 giugno 2007

Un nuovo film contro la libertà individuale

E' uscito nelle sale americane il nuovo film (non documentario, come si vorrebbe far credere) di Micheal Moore.

Si tratta dell'opera di un produttore che a me non piace per nulla (così, per mettere le cose in chiaro).

Non avendolo ancora visto, non posso esprimere un giudizio vero e proprio.

Però, posso intervenire su quello che il TG3 di oggi ha affermato, nel presentarlo.

Il giornalista ha sottolineato come "il nuovo documentario di Moore è un atto di accusa contro il sistema sanitario americano, nel quale comandano le assicurazioni, che pensano solo al lucro, mentre milioni di persone non possono ricevere le cure. E' la vergogna dell'assurdo sistema sanitario Usa, l'unico Paese tra i grandi del mondo a non avere una sanità pubblica".

Ora, chi ha letto i miei precedenti post sa come la penso.

Ma ritengo sia necessario rinfescarci la memoria su come funziona veramente la sanitù a stelle e strisce.

Riporto così un brano che lo spiegava benissimo (postato da Liberista):

Negli Stati Uniti, si sa, non esiste la copertura sanitaria uguale per tutti. Ma non è vero che non esista la copertura sanitaria.
La leggenda da noi evoca immagini di morituri abbandonati per le strade davanti alle porte sbarrate di cliniche private che curano solo chi può permettersi di pagare. In realtà non è così. Non solo gli ospedali pubblici forniscono gratuitamente le cure necessarie a chi non è assicurato o non ha i mezzi per pagarsele, ma da quando, nel 1986, in piena epoca Reagan, il Congresso Usa varò l'Emergency medical treatment and active labor act, anche le cliniche private sono tenute ad accogliere, diagnosticare e fornire gratuitamente tutte le cure di emergenza di cui dispongono a chiunque gli si presenti davanti o presso proprie strutture anche mobili, fino al momento in cui sono in grado di essere trasferiti senza alcun rischio alle strutture pubbliche.
Questo vale anche per gli immigrati clandestini, un fatto, questo, che spiega in parte la voragine nei conti della sanità pubblica americana. L'American hospital association calcola che la spesa per mancati pagamenti e assistenza gratuita è nell'ordine dei miliardi di dollari. Solo nei quattro stati che confinano con il Messico le cure mediche gratuite fornite a immigrati coinvolti in incidenti o che attraversano il confine senza documenti ogni anno supera i 200 milioni di dollari, senza contare spese di trasporto e altri oneri. Particolarmente prese di mira inoltre sono le sale parto. Nel 2001, per esempio, furono 6 mila le partorienti che si presentarono senza documenti a ospedali del Colorado, al costo medio di 5 mila dollari a bambino, ovvero 30 milioni di dollari, per un solo stato in un solo anno. I bambini nati negli Stati Uniti, poi, hanno diritto alle cure mediche gratuite per sempre, in quanto cittadini americani.
C'è anche un aspetto per il quale gli Stati Uniti ´battono' anche il servizio sanitario universale all'italiana: le lungodegenze, che in Italia in pratica non esistono più. Mentre infatti chi ha una malattia terminale da noi viene preso in carico solo per il tempo del trattamento medico, in alcuni stati degli Usa, come la Virginia, è proprio allora che il paziente viene ricoverato nelle strutture statali, anche per molti mesi, fino alla fine.
Di fondo la differenza tra la filosofia americana e quella nostrana è che negli Stati Uniti lo stato assiste solo chi non ha i mezzi per curarsi, o per pagarsi da solo una copertura assicurativa. Chi può si compra un'assicurazione, e ce ne sono coi fiocchi, mentre ai meno ricchi basta un buon impiego per farsi pagare l'assicurazione dal datore di lavoro. I poveri, infine, hanno il programma gratuito ´Medicaid'.
Restano fuori circa 44 milioni di cittadini che non hanno copertura assicurativa. Fra questi vi sono i suddetti immigrati clandestini, che si calcola siano intorno ai 12 milioni, e, secondo il Centro nazionale per l'analisi delle politiche (National center for policy analysis), circa 14 milioni di cittadini che avrebbero diritto all'assicurazione gratuita, o come Medicaid, o con il programma statale Children's health insurance (Assicurazione sulla salute per i bambini), ma semplicemente perché non si sono mai iscritti. In Usa succede. Il restante sono cittadini che svolgono un'attività professionale o artigianale in proprio e, avendo in genere meno di 35 anni di età, decidono di scommettere sulla propria buona salute.
Secondo il Pacific research institute, un ménage familiare su tre fra questi non assicurati può contare su un reddito di oltre 50 mila dollari, mentre uno su sette vive con oltre 75 mila dollari annui. Inoltre, tre quarti di chi è senza assicurazione rimangono scoperti per meno di un anno, un fenomeno dovuto alla facilità con cui Oltreoceano si passa da un lavoro a un altro.
Sul totale della popolazione nel 2003 i non assicurati costituivano il 15,6%, la stessa percentuale del 1996.

postato da: Liberalista alle ore giugno 27, 2007 22:45 | link | commenti (2)
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Disinformatjia 4

Stavolta non prenderò di mira il Tg3. E nemmeno un tg.

Come in ogni Estate che si rispetti, Canale 5 (in cui ormai sembra decidere tutto Maurizio Costanzo), ripropone i filmoni catastrofici ed apocalittici.

Una fantasia! Ma ad avere fantasia sono anche i registi ed i produttori di questi capolavori.

Sono tutti uguali! La trama è sempre questa: alcuni scienziati scoprono che i cambiamenti climatici provocheranno una catastrofe, mettendo in pericolo la sopravvivenza del genere umano. Il Governo USA (guarda caso!), non crede mai agli scienziati, ed a causa anche del mancato accordo sul protocollo di Kyoto (?!), la catastrofe si avvera! Gli scienziati, che nel film sono una sparuta minoranza (cioè l'opposto della realtà, dove gli studiosi catastrofisti sono una larga fetta, ma fortunatamente non si avverano mai le loro "profezie"), diventano così i salvatori del mondo, con i governanti USA che fanno la figura degli idioti.

Ma chi glieli scrive, i testi, Micheal Moore? O Al Gore?

postato da: Liberalista alle ore giugno 27, 2007 22:20 | link | commenti (3)
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lunedì, 25 giugno 2007

La pensione con la calcolatrice

Ecco un argomento che mi divide da tutti coloro i quali si professano di sinistra, e da gran parte di coloro che tendono a destra.

Premetto subito quale sarebbe, secondo me, il sistema pensionistico migliore in assoluto.

Sistema totalmente privato, con versamenti volontari alla compagnia giudicata più conveniente, secondo un piano di investimento ed accumulo prestabilito con colloquio individuale. Informazione chiara da parte della compagnia previdenziale, in modo che dopo ogni anno di lavoro io sappia perfettamente quanto ho accumulato e quanto mi spetterebbe di rendita mensile. Raggiunta la rendita mensile da me giudicata congrua per la mia vita futura, vado in pensione.

Risultato: spesa pubblica pari a zero, nessun problema di stabilire a priori e per tutti a quale età ritirarsi dal lavoro, assoluta libertà di decidere autonomamente (con la responsabilità di dover scegliere da soli come investire i propri soldi).

Oggi, purtroppo, non è così.

Senza star qui a dissertare sull'attuale sistema e sui precedenti, posso affermare in maniera sintetica che, rispetto al precedente sistema, chiamato a ripartizione (nel quale i lavoratori pagavano la pensione ai pensionati del momento, e non mettevano da parte i propri soldi per sè), molto dispendioso (pensioni pari all'80% medio dell'ultima busta paga, con età spesso ridicole), si è passato ad un sistema misto, tendente nel tempo al sistema contributivo (io verso i contributi per la mia pensione futura, ed ho diritto ad una pensione mensile calcolata con alcuni coefficienti di rivalutazione). Risultato: spesa pubblica inferiore, ma assegni mensili più bassi. Perciò, serviva un ulteriore cambiamento. Si è scelto di incentivare la previdenza complementare (questione tfr e non solo). Ma la soluzione migliore sarebbe ancora l'introduzione della "capitalizzazione" (il mio sistema preferito di cui sopra), pur con gradualità (non si può penalizzare chi ha già versato negli anni e nei decenni scorsi).

La questione su cui si dibatte, però, riguarda l'età pensionabile. Oggi, visto che non è in vigore un sistema a capitalizzazione (l'unico che consentirebbe a chiunque di scegliere quando andare in pensione sulla base delle proprie possibilità) spetta allo Stato decidere a quale età mandare in pensione coloro che lavorano.

Secondo i sindacati e la sinistra (pur con qualche lodevole eccezione), i lavoratori dovrebbero ritirarsi dal lavoro "il prima possibile". Se quasi ovunque l'età pensionabile si aggira (attualmente sui 62-63 anni di media, con una tendenza verso i 65), un motivo c'è. Ed è di carattere anagrafico e demografico.

In linea di massima, calcolatrice alla mano (l'unico modo per valutare le cose è quello numerico, altrimenti si parla di aria fritta, con giudizi "morali", valoriali o di preferenza personale che poco hanno a che fare con le scelte di carattere politico), io lavoratore verso mensilmente all'INPS una quota pari al 35% del reddito lordo, pari, cioè, al 50% circa della busta paga netta (esempio, se prendo 1.000 euro alla mano, significa che l'INPS riceve ogni mese dallì'apertura della mia posizione previdenziale, circa 500 euro).

Questo significa che se io verso contributi INPS per 40 anni, avrò la possibilità di avere, grossomodo ed approssimativamente, 20 anni di pensione allo stesso livello di reddito.

Se l'aspettativa media di vita ha superato gli 80 anni, si può andare in pensione a 57 anni, con 35 anni di contributi? La risposta è un no secco. Uno che ha versato 35 anni di contributi ha diritto a circa 17 anni di pensione. Cioè fino ai 74 anni di età. E gli altri sei anni, di media, chi glieli paga?

Ecco perchè l'età pensionabile dovrebbe salire almeno a 62 anni, con 40 di contributi. Solo così il sistema sarebbe destinato a sopravvivere, nell'attesa che si possa passare alla capitalizzazione tout-court.

Altrimenti, per mantenere in piedi la baracca, l'unica alternativa sarebbe un ulteriore aumento dell'imposizione fiscale. Decisamente poco auspicabile.

postato da: Liberalista alle ore giugno 25, 2007 21:43 | link | commenti (3)
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Auguri!

Benvenuto nella blogosfera al mio collega Fedele, di nome, non di fatto.

Scherzo, ovviamente. Siccome lo reputo un ragazzo intelligente, lo inserisco nei miei link, nonostante lui sia di sinistra.

Fede, verrò spesso a romperti le scatole, a patto che anche tu, ogni tanto, venga a trovarmi. OK?

postato da: Liberalista alle ore giugno 25, 2007 21:17 | link | commenti (5)
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mercoledì, 20 giugno 2007

La storia si prende la rivincita

Ecco, finalmente, una notizia positiva.

Dopo aver fatto deliberatamente ed artatamente scoppiare lo scandalo Calciopoli per indossare lo scudetto conquistato da altri sul campo;

dopo aver festeggiato con una decenza degna della marmaglai dei suoi tifosi vip;

dopo aver pontificato sulla bellezza del calcio pulito e sulla vittoria degli onesti;

veniamo a sapere che l'Inter non poteva iscriversi al campionato 2005-2006, perchè non in regola con i conti.

E ora? I magistrati calcistici utilizzeranno il pugno di ferro, come capitò ad altre squadre (Cosenza, Taranto, Torres, per fare alcuni esempi)? Francamente ne dubito, ma per adesso mi accontento di pensare alla faccia di Moratti (per cui ringrazio anche Cellino e Suazo....)

postato da: Liberalista alle ore giugno 20, 2007 14:19 | link | commenti
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L'Editto Serbo

Massimo D'Alema non accetta critiche di alcun genere.

Questo è risaputo, sia nell'ambiente giornalistico che in quello politico.

La spocchia, la saccenza, la supponenza dell'attuale inquilino della Farnesina sono proverbiali.

Ma che giungesse a negare l'accesso sull'aereo ministeriale diretto in Serbia all'inviato della Stampa (il quotidiano che ha pubblicato la notizia dei fondi esteri del Ministro), forse non ce lo saremmo aspettato.

Naturalmente, il sistema informativo (?!) italiano non ha riprotato granchè la notizia, e naturalmente non sentiremo i Travaglio, i Santoro, i Gruber, i Guzzanti, parlare di Editto Serbo, come per la famosa frase di Berlusconi, pronunciata durante un viaggio in Bulgaria, sull'utilizzo criminoso delle trasmissioni politiche di Biagi e Santoro in Rai, durante la precedente campagna elettorale per le Politiche Nazionali del 2001.

Va tutto bene, come sempre, insomma....

postato da: Liberalista alle ore giugno 20, 2007 14:12 | link | commenti
categorie: politica, informazione, unione
giovedì, 07 giugno 2007

In Sardegna arriva la tassa sui cani

La furia impositrice di Renato Soru non ha limiti.

Dopo le "tasse sul lusso", quelle sulle seconde case, quella di soggiorno, oltre al blocco pressochè totale dell'edilizia (che di fatto rappresenta un balzello indiretto assai gravoso), il governatore sardo (o meglio, tardo), ha pensato di istituire una nuova tassa di scopo.

I padroni dei cani dovranno pagare (per ora è una proposta in discussione, ma potrebbe essere presto ratificata dalla Giunta) 20 euro all'anno per ogni amico a quattro zampe posseduto.

Fin qui, la critica è sempre la stessa: ancora tasse?

Il bello, però, arriva con la motivazione: la tassa sui cani servirà a combattere il randagismo!

Avete capito bene. La sinistra, ovunque governi ed amministri, ragiona al contrario. C'è il problema del randagismo: troppe persone abbandonano i cani o non si preoccupano di sterilizzarli. Cosa fare? Tassiamo chi i cani se li tiene e li accudisce! Ecco l'idea, avrebbe detto il patron di Tiscali. Con i fondi introitati, la Regione istituirà un fondo per il funzionamento dei canili e per avviare campagne di sterilizzazione.

E' il solito canovaccio. Si tartassa chi fa le cose in regola, per coprire i danni fatti da chi se ne frega. E' come per l'evasione. Mica pensano di abbassare le aliquote, per rendere meno conveniente evadere. No. Aumentano le tasse di chi già paga, costringendo chiunque ad industriarsi per pagare meno.

Per i canili, è la stessa cosa. Invece di far funzionare l'anagrafe canina ed intensificare i controlli, sanzionano con una tassa quelle persone che amano veramente i propri cani e non li abbandonerebbero mai, facendoli finire in un canile. E così, io che non farò mai arrivare un cane in un canile, spendendo tempo e denaro per accudirlo in casa mia, devo pagare per tutti coloro che i cani li abbandonano e non li curano.

Secondo voi, le persone saranno invogliate a prendersi in casa un cagnolino, sapendo dell'esistenza di una tassa? Provate a indovinare se questa misura aumenterà o diminuirà il randagismo e l'abbandono...

postato da: Liberalista alle ore giugno 07, 2007 13:36 | link | commenti (4)
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domenica, 03 giugno 2007

Disinformatjia 3

 

Ne volete un’altra?

TG3 delle 14:15, sempre oggi.

Si parla degli scontri “annunciati” tra i no-global e le forze dell’ordine in Germania, alla vigilia del G8.

Un centinaio di poliziotti è rimasto ferito, dopo una guerriglia urbana simile a quella di Genova nel 2001.

Ebbene, secondo Raitre, i poveri manifestanti “pacifici” (ripetuto più volte,mi raccomando!), sono stati vittime di poche decine di famigerati “black-block”, inseritisi nei cortei all’improvviso e capaci di ferire 100 poliziotti in assetto antisommossa. Dei guerrieri ninja calatisi dal cielo!

Eh, questi cattivoni dei black-block! Riescono sempre a fregarli, ai manifestanti pacifici!

E non vi sfiori il dubbio che black-block e manifestanti fossero un tutt’uno (come peraltro si evince dalle immagini delle migliaia di persone con passamontagna, manganelli, armi varie, caschi). Guai!

I giornalisti del TG3 se la prenderebbero!

postato da: Liberalista alle ore giugno 03, 2007 22:41 | link | commenti
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Disinformatjia 2

 

Rieccoci!

TG3 delle 14:15, oggi.

Incredibile servizio sulle “rivendicazioni” degli estremisti di sinistra a favore di Nadia Desdemona Lioce, brigatista rossa riconosciuta colpevole dell’omicidio D’Antona.

No al carcere duro, dicevano i “compagni che sbagliano”. Libertà per i compagni arrestati.

Fin qui, nulla di nuovo. Ma sapete cos’è il bello?

Il fatto che in un telegiornale nazionale, della tv pubblica, vengano assegnati circa 3 minuti per un servizio del genere, in cui sostanzialmente, il giornalista riportava “fedelmente” (forse un po’ troppo) le farneticazioni di un centinaio di svitati, terroristi, pericolosi delinquenti, come se fosse una normale rivendicazione di piazza!

 

Il TG3 cassa di risonanza delle BR.

postato da: Liberalista alle ore giugno 03, 2007 22:32 | link | commenti
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Liberalizzare il doping

Può sembrare una provocazione, ma non lo è.

Si tratta invece, dell'unica proposta seria che mi sento di fare dopo aver riflettuto per anni sui tentativi di migliorare le prestazioni umane con metodi non concessi dai regolamenti sportivi.

L’approccio tenuto finora dalle Federazioni sportive, legittimato dagli organi di stampa, è stato rivolto alla punizione delle pratiche di doping, intese come un qualcosa che altera il risultato delle gare, soprattutto negli sport in cui doparsi ha un senso (mi riferisco al ciclismo, all’atletica, al nuoto, ai pesi, etc).

Sono così state individuate sostanze, pratiche considerate irregolari e, contemporaneamente, sono stati creati dei controlli per “stanare” i trasgressori.

I risultati della “lotta al doping”, in realtà sono sporadici e limitati.

Tantissime sostanze e numerose pratiche non “compaiono” nei controlli, senza considerare che la ricerca medico-tecnico-scientifica non si ferma un istante, ed è sempre e comunque avanti rispetto all’antidoping.

Ma perché il doping dovrebbe essere vietato? E soprattutto, cosa è il doping?

Tralasciando l’approccio ideologico, permeato dalla visione romantica e pionieristica dello sport, secondo la quale ogni sistema che può migliorare le prestazioni umane sarebbe da vietare (i sostenitori di tale impostazione andrebbero d’accordo con gli antichi Greci, che impedivano agli atleti di mangiare carne prima delle gare…), si può analizzare il primo motivo addotto da chi propugna la lotta al doping per evitarne la diffusione.

Secondo costoro, chi utilizza strumenti (sostanze, tecniche di allenamento, tecnologia) per migliorare le proprie prestazioni sportive, altera il risultato della competizione, in quanto parte da una posizione di vantaggio.

In realtà, la storia degli sport insegna che le nuove scoperte, se effettivamente migliorative, divengono patrimonio di tutti gli atleti nell’arco di pochissimo tempo, azzerando il gap di partenza. Insomma, se tutti gli atleti utilizzano la stessa sostanza migliorativa, non esiste differenza di partenza.

Il vero, unico, motivo, rimane quindi la salute dell’atleta.

Numerose sostanze, infatti, possono causare disturbi fisici anche gravi.

Ed ecco il punto.

Se l’unico problema è rappresentato dalla volontà di salvaguardare la salute dell’atleta (posto che debbano essere terze persone a farlo, e non l’atleta stesso tramite una propria libera scelta), si effettuino controlli sullo stato di salute, individuando parametri del sangue, del sistema cardiocircolatorio, dei valori di riferimento, oltre i quali l’atleta rischierebbe la vita.

Chi è in pericolo viene fermato, gli altri gareggiano.

Senza imporre o vietare l’utilizzo di alcunché.

Anche perché il proibizionismo non funziona mai, nemmeno nello sport.

postato da: Liberalista alle ore giugno 03, 2007 22:24 | link | commenti
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