Il doppiopesismo della sinistra sugli ebrei
Udite, udite! A sinistra si litiga sul tema del diritto all'esistenza dello Stato di Israele.
Dopo decenni in cui da una parte si piangevano lacrime di coccodrillo per la barbara uccisione di milioni di ebrei in tutto il mondo, per mano nazista (ed è arcinoto) e comunista (in URSS ne furono uccisi tantissimi, ma questo è meno noto), senza spiegare mai bene i motivi per cui avvenne tale sterminio, e dall'altra si portava avanti lo stesso ragionamento dei carnefici degli ebrei, costoro sì, accusati di ogni nefandezza (l'amore sfrenato per il denaro, il Protocollo dei savi di Sion, il dominio del mondo, l'imperialismo economico), travisando la storia di quel popolo e della terra in cui si è sviluppato l'attuale Stato di Israele, oggi la sinistra si spacca proprio su questo argomento.
I comunisti duri e puri, infatti, restano fedeli alla linea filopalestinese. Ovvero contraria all'esistenza di Israele. I movimenti palestinesi, infatti, mirano tutti, nessuno escluso, alla distruzione fisica dello Stato ebraico con capitale Tel Aviv ed epicentro Gerusalemme. Essere filopalestinesi, quindi, non significa essere per due popoli in due Stati (posizione maggioritaria in Israele, Europa, America), ma per un solo popolo (arabo-palestinese) in un solo Stato (arabo-palestinese).
I post-comunisti, invece, iniziano ad avere qualche dubbio. O almeno sembra. Veltroni è colui che più di tutti si è cosparso il capo di cenere per aver, come tutta la sua parte politica, sbagliato analisi per decenni. Riporto le sue recentissime dichiarazioni: "A preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha sempre torto, la “colpa” è sempre sua, anche quando il coraggio di chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze pericolose stanno […] nel fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in causa l’interno popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un “non detto”, che però nulla toglie ai rischi di un risorgente antisemitismo”.
Parole sante. Tardive, ma profondamente vere e mi auguro sentite. Piero Fassino, invece, interviene con un colpo al cerchio (del cambiamento di posizione) ed uno alla botte (tranquilli, siamo sempre anti-israeliani..), in perfetto stile bipensiero, annunciando che bruciare le bandiere israeliane è un gesto barbaro, ma che in fondo la sinistra è sempre stata a favore degli ebrei (eh? quali ebrei? quelli dei campi di concentramento, che una volta liberi, sono diventati nemici...). Una balla storica, ma tant'è.
Qui è necessaria una parentesi: in Italia non esiste un movimento ideale-politico che si sia storicamente schierato con Israele. Dalla DC, al PSI, al PCI, al MSI, tutti sono sempre stati filopalestinesi e filoarabi, nel senso che ho espresso prima. Per questo, nessun politico di lungo corso può considerarsi immune dall'aver, almeno in passato, sbagliato analisi. Diciamo che c'è chi se ne è reso conto prima di altri, ecco.
E poi c'è chi sta zitto. Cioè dimostra di non aver nulla da dire, ovvero mantiene la stessa posizione di sempre. Costui è Massimo D'Alema, l'amico di Hezbollah e Hamas.
Ognuno ha le sue posizioni, a sinistra, ed anche all'interno del PD. Personalmente, credo che ciò che ha detto Veltroni abbia un'eco molto flebile nel suo elettorato, allevato a suon di "Israele amico degli Usa=imperialista sanguinario genocida". L'augurio, ancora una volta, è che il leader del PD riesca a far aprire gli occhi ai suoi accoliti, mantenendo una posizione di vantaggio nel suo partito. A guadagnarci, in fondo, sarebbe la verità.
Violenza, follia e politica
Non è necessario essere laureati in lettere antiche per capire cosa voleva dire Gianfranco Fini, quando ha "pesato" politicamente due fatti molto differenti fra loro.
L'avverbio "politicamente" spiega già tutto. Ma c'è comunque chi ha innestato una polemica pretestuosa e indegna di chi altre volte aveva dimostrato di non voler cadere così in basso. Mi riferisco anche a Veltroni, stavolta.
I fatti sul piatto della bilancia sono arcinoti. A Verona cinque giovani, stile ultras (alcuni lo erano), vicini ad ambienti neonazisti (alcuni di loro), tendenzialmente propensi alla violenza ed alla rissa, pestano a morte un loro coetaneo, al termine di un litigio per futili motivi, ancora da chiarire del tutto, peraltro. A Torino, invece, si prepara una sorta di remake del G8 di Genova, con i no-global, black-block, squatters, o come vogliono essere chiamati gli esponenti dei Centri sociali, istigati da "filosofi" come Vattimo e sostenuti politicamente da una cultura estremista propria dell'attuale Sinistra Arcobaleno, ma non lontana neppure da una "fetta" del PD, pronti a mettere a ferro e fuoco la città per evitare lo svolgimento della Fiera del Libro, di cui gli scrittori israeliani sono ospiti d'onore nel 60° anniversario della fondazione dello Stato d'Israele.
Chiunque non abbia il prosciutto davanti agli occhi, capisce che nel primo caso si tratta di un barbaro assassinio, episodio di violenza gratuita, caso da codice penale e da condanna per omicidio. La politica c'entra come i cavoli a merenda (semmai ci sarebbe da discutere sul perchè i due più violenti del gruppetto fossero ancora in giro, dopo alcune segnalazioni per episodi simili). Nel secondo caso, invece, il fatto è puramente politico, perchè le proteste, che non tarderanno a sfociare in comportamenti violenti (intanto, le solite bandiere israeliane sono già state bruciate...), partono da posizioni ideologiche e politiche, appunto.
L'opposizione, la critica e la protesta, in astratto, sono manifestazioni di democrazia e di libertà. Nel caso concreto, invece, siamo di fronte al più becero razzismo. Si, proprio razzismo, nel senso più puro del termine. Il perchè lo spiega benissimo Pierluigi Battista, giornalista del Corriere della Sera, in un articolo pubblicato oggi qui.
Nulla da dire, invece, sembrano avere questi signori nei confronti del regime birmano, ad esempio. Le ultime stime del disastro determinato dall'azione congiunta dell'uragano e dell'incredibile sadismo dei governanti dell'attuale Myanmar, parlano di oltre 100.000 vittime, di altrettanti dispersi, di più di 1.000.000 di senza tetto, di epidemie incontrollabili. La giunta militare comunista al potere sapeva tutto da due giorni. E non ha fatto nulla per avvisare la popolazione, per arginare il fenomeno. Per non parlare, poi, dell'assurda pretesa di evitare gli aiuti delle organizzazioni di volontariato straniere. Il regime accetterà soltanto denaro. Per comprare armi e strumenti di coercizione, si presume. D'altronde, centomila vittime, in un Paese nel quale la dittatura ne ha provocato dieci volte tanto, sono un'inezia...
Silenzio assoluto, inoltre, su tutti i cosiddetti Stati canaglia. Non è una definizione di G.W.Bush, come erroneamente si crede. L'associazione internazionale Freedom House, che fornisce dati anche all'ONU, ha stilato la classifica annuale sul rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali nel Mondo. Manco a dirlo, in coda alla graduatoria, ci sono la stessa Birmania (dittatura comunista), e poi Cuba (idem), Corea del Nord (idem), Uzbekistan (dittatura post-comunista), Turkmenistan (idem), Libia (dittatura islamica), Sudan (dittatura islamica), Somalia (caos causato anche dalle Corti islamiche). Quasi completamente dittatoriali ed irrispettosi dei diritti civili ed individuali, anche gli altri Stati in cui comandano regimi comunisti e islamici: Cina, Bielorussia, Laos e Zimbabwe, tra i primi, Siria, Arabia Saudita, Eritrea, Ciad, tra i secondi.
Ma la "critica" è riservata soltanto a Israele e Usa, naturalmente.
Qualcosa si muove sul fronte liberale
Pur non avendo alcun Ministero di riferimento, la galassia lib-lib-lib inizia a muoversi verso un punto comune.
Parentesi: nel nuovo Governo che si profila, in effetti, ci sono due donne tendenzialmente liberali, come Stefania Prestigiacomo e Maria Stella Gelmini; un'altra probabilmente liberale, come Michela Vittoria Brambilla; più un ottimo Franco Frattini ed un buon Maurizio Sacconi, che pur non essendo liberali puri, hanno una forma mentis abbastanza vicina al liberalismo. Ma personaggi come Martino, ad esempio, non faranno parte dell'esecutivo.
Ciò che mi dà speranza, però, è un'iniziativa di cui si era vociferato prima del voto. Il 17 ed il 18 Maggio, a Montesilvano (Pescara) si svolgerà un incontro della "parte liberale" (o corrente, o gruppo politico che dir si voglia) del PDL. Parteciperanno personalità del calibro di Della Vedova, Alberto Mingardi, Alfredo Biondi, Diaconale, Taradash, Mellini, Nan, Cecchi Paone, con l'obiettivo di predisporre un piano d'azione per contarsi, prima, ed agire poi, all'interno di quello che sarà il nuovo partito del centrodestra.
In un momento in cui il libro global-scettic di Tremonti pare essere diventato la Bibbia della coalizione, il ruolo dei liberali deve puntare a ripristinare un livello minimo di atteggiamento propositivo ed anti-ideologico nel centrodestra. I numeri, a mio parere, ci sono per "entrare" nelle cosiddette stanze dei bottoni del PDL. Tanti sono i giovani che si sono avvicinati alla politica attratti dalle prospettive di vedere finalmente in Italia una "rivoluzione liberale", di stampo reaganiano e thatcheriano. Tra gli attivisti e coloro che avranno piacere di partecipare all'elezione dei comitati politici locali, regionali e nazionali, tantissimi potranno essere i liberali, sempre che ci si riesca ad organizzare per tempo, con presenza sui territori ed iniziative concrete.
C'è un anno di tempo, all'incirca. Sarebbe bene non sprecarlo.
p.s. Io, per problemi di tempo, denaro e periodo dell'anno per me scomodo, non potrò purtroppo essere in Abruzzo. Resto però a completa disposizione del progetto, in attesa di essere coinvolto quanto prima.
La sinistra non rinneghi Veltroni
Ha perso le elezioni. Nettamente e con qualche colpa.
Ma a Walter Veltroni va comunque fatto un applauso. Non ironicamente, come qualche buontempone, a destra come a sinistra, ha cercato di fare, per irridere alla catastrofe elettorale del PD e della gauche nostrana.
Da liberali e da persone razionali, non ci si può esimere dal riconoscere che grazie al salto nel buio veltroniano parecchie cose sono migliorate nell'agone politico nazionale.
La scelta di abbandonare la sinistra comunista, pur nell'eccesso di foga propagandistica dell'affermazione "corriamo da soli", ha accelerato l'addio al centrodestra di UDC e Destra sociale, contribuendo in misura sostanziosa alla semplificazione del quadro politico.
Ed anche nella sostanza della proposta politica, il messaggio dell'ex sindaco di Roma ha aperto una breccia. Non tutto, ovviamente, è stato metabolizzato dall'elettorato. I comunisti ed i post-comunisti, tra cui tanti ex elettori del PCI disorientati dai continui cambiamenti di nome e "ragione sociale", pur avendo votato PD, non hanno capito o, se hanno compreso il messaggio, non lo hanno apprezzato.
Tanti altri, di contro, hanno iniziato ad aprire gli occhi su diversi argomenti, finora considerati tabù nell'emisfero ovest della politica.
L'apertura al merito ed alla concorrenza come metodo di selezione e di premialità, ad esempio, è una novità consistente, in uno spazio culturale dominato dall'egualitarismo senza se e senza ma. Così come l'abbandono della sindrome del NIMBY e del no aprioristico verso le novità, che Veltroni ha stigmatizzato in tutti i suoi comizi in giro per l'Italia, criticando il becero ambientalismo dei divieti, l'irrazionale paura della tecnologia e delle scoperte scientifiche, l'infantile adesione a tutte le leggende metropolitane sul clima, sulle onde elettromagnetiche, etc, da decenni nel patrimonio genetico della sinistra italiana. Ma anche l'addio alla contrapposizione imprenditore-lavoratori, retaggio di una lotta di classe ormai esistente solamente nella testa e nel cuore di qualche nostalgico.
Passi avanti piccoli, ma importanti, verso la costruzione di un sistema politico basato sulla concorrenza tra idee di sviluppo, in competizione verso l'alto. Non più la contrapposizione fra novità e conservazione assoluta dell'esistente. Non più la guerra all'ultimo sangue tra i Portatori della Verità ed i barbari trogloditi distruttori della sacralità della Società Civile, ma un confronto sui temi, anche acceso, con differenze ampie, ma sempre ricondotte ad una dialettica propositiva.
La strada, se si vuole restare coi piedi per terra, è ancora tutta da percorrere, ma le colonne d'Ercole sono state attraversate.
Ora sta ai dirigenti, ai simpatizzanti ed agli elettori del Partito Democratico capire che indietro non si torna. Pena l'affossamento di tutte le speranze di miglioramento del sistema politico, istituzionale ed economico dell'Italia.
Come dimostrano le ultime notizie di cronaca. Bertinotti costretto ad allontanarsi dalla Fiera del Libro di Torino dai no global dei Centri sociali, per la contemporanea presenza di rappresentanti israeliani; Beppe Grillo aspramente contestato dai suoi stessi fans, inviperiti dalla contrarietà espressa dal loro guru alla infame pubblicazione dei redditi di tutti i contribuenti italiani su internet; sono la conferma che il tempo è gentiluomo e spesso fa giustizia. Chi ha seminato odio e rancore, oggi ne raccoglie i frutti.
Si spera che la sinistra aspirante riformista e modernizzatrice sappia cogliere il segnale, abbandonando sia i personaggi, sia le pratiche in questione.
A Veltroni, ed a coloro che non hanno intenzione di cedere alle spinte restauratrici, l'augurio sincero di riuscire nell'impresa.
Una notizia buona ed una buonissima
Partiamo dalla prima. Il PDL vince le elezioni comunali di Roma. Un successo storico, perchè mai era accaduto nella Capitale che un partito di centrodestra avesse la maggioranza per amministrare la città.
Una vittoria larga e probabilmente inattesa, perlomeno nelle proporzioni (109mila voti di differenza, 53,6% a 46,4%), che conferma come il motivo dell'affermazione quasi generale del centrodestra non sia soltanto la questione settentrionale e l'esplosione della Lega. Anzi, se andassimo a vedere i dati delle Politiche di due settimane fa, scopriremmo che il PDL prende al Sud tra il 10 ed il 15% in più che al Nord. Ciò significa che nel Settentrione l'elettorato di centrodestra ha preferito, spesso e volentieri, la Lega al PDL. Al Sud, tutti gli elettori contrari al centrosinistra hanno ovviamente votato per il Popolo della Libertà.
Ed ora la notizia bellissima. Gianni Alemanno farà il sindaco di Roma, e quindi NON POTRA' FARE IL MINISTRO!!!
Federalismo, enti locali e sussidiarietà
Sostenitori e critici del federalismo, principalmente quello fiscale, lottano a suon di articoli e dichiarazioni.
Il prepotente ritorno della Lega Nord in maggioranza, tre anni dopo la riforma costituzionale della "Devolution", bocciata dal voto popolare, dopo una campagna ideologica simile a quella che ci ha portato fuori dal nucleare, ha riportato in primo piano il tema federalista.
Il panorama politico e intellettuale italiano contempla la presenza di diverse posizioni. Si va dai fanatici di tale impostazione, che sono poi i più vicini alla Lega, ai più critici, esponenti del nazionalismo unitario e della sacralità della Costituzione (che, per inciso, prevede il federalismo negli articoli dal 115 al 120). Ci sono poi le posizioni "analitiche", che comunque vanno in direzioni differenti.
Su "La Voce.it" un certo Pietro Reichlin, docente alla Sapienza di Roma, sostiene che l'abolizione dell'ICI sarebbe antifederalista, in quanto priverebbe i Comuni del 60% dei propri introiti. Inoltre, aggiunge, le imposte sui patrimoni sono più utili di quelle sul reddito.
Come avrete capito, non sono affatto d'accordo (non aggiungo altro sulla tassazione della proprietà...). Il federalismo fiscale si nutre del principio della sussidiarietà (anch'esso indicato esplicitamente dalla Carta costituzionale): non faccia il settore pubblico ciò che è in grado di fare il privato; non faccia l'ente pubblico di livello superiore ciò che è in grado di fare quello di livello inferiore; non faccia la Regione ciò che è in grado di fare il Comune, insomma, e così via.
Per rispettare tale impostazione, che rappresenta un continuum con il principio anglosassone del "No taxation without representation", sarebbe necessario che la potestà impositiva fosse sussidiaria. Ovvero, che le imposte (io sono tra i sostenitori dell'aliquota e dell'imposta unica onnicomprensiva, soltanto sul reddito totale, sotto qualunque forma esso si sviluppi: lavoro, capitale, immobili, impresa, al netto di tutte le spese scaricabili sostenute) fossero stabilite e riscosse dall'ente pubblico locale più vicino al cittadino.
Una rivoluzione totale, mi rendo conto. Ma il rischio, in assenza di tale modifica, sarebbe quello di moltiplicare le fonti impositive: insomma, si rischierebbe che il Comune, per finanziarsi, istituisca una tassa sulle piscine; la Regione, poi, ne istituisce una sul pane; lo Stato, infine, decide che sarà tassata la proprietà di animali domestici. Ogni ente deve provvedere a spese differenti e quindi deciderebbe autonomamente, aumentando la pressione fiscale in misura insopportabile.
Il vero federalismo fiscale, quindi, prevedrebbe una cornice legislativa nazionale, ma una tassazione esclusivamente locale. I Comuni, ad esempio, deciderebbero il livello di tassazione, dovendo sottostare all'ammontare di fondi da versare alla Regione, che a sua volta dovrebbe far fronte alle sue spese, per poi versare la quota restante allo Stato, secondo la normativa stabilita dal Governo centrale.
Si innesterebbe così anche una concorrenza fiscale e tributaria tra i Comuni, che porterebbe i più virtuosi ed i meno costosi ad attrarre investimenti e residenti. Il Governo, di fatto, avrebbe comunque il controllo sulla pressione fiscale generale, potendo programmare riduzioni o espansioni, ma i passaggi sarebbero decisamente più controllabili dai cittadini e meno sottoposti a "manipolazioni".
Come inizio non c'è male!
ICI, Alitalia, Ministeri. La preistoria del Governo Berlusconi IV è terrificante.
"L'ICI sulle prime case verrà eliminata senza oneri per i Comuni, ovvero a costo zero". Questa dichiarazione è stata rilasciata dal Responsabile Enti Locali del PDL, il forzista Mario Valducci, agli organi di stampa, e fa bella (...) mostra di sè sul sito azzurro.
La frase, apparentemente tranquillizzante (per le casse dei Comuni lo è), è una doccia fredda, per chi sperava che l'abolizione di un'imposta odiosa e inutile corrispondesse ad un pari taglio della spesa pubblica. Invece, ecco che arriva la "spiegazione": i Comuni verranno rimborsati dallo Stato centrale del medesimo importo che perderanno dal mancato introito dell'Imposta Comunale sugli Immobili. Resta da vedere se lo Stato rinuncerà a due miliardi di euro l'anno, senza colpo ferire, oppure se, come appare probabile, si darà da fare per "racimolarli" in altri modi. In ogni caso, l'obiettivo di una stretta dei cordoni delle spese comunali viene abbandonato prima di iniziare.
Sull'affaire Alitalia, ci sarebbe da scrivere un libro. Mi limito a sottolineare come la cosa peggiore in tutta questa vicenda sia il protrarsi dello sperpero di soldi pubblici, cioè nostri. Ogni giorno che passa è peggio. Il prestito ponte, come è ovvio, non verrà mai restituito (se Alitalia perde due milioni di euro al giorno, da dove li tira fuori 300???). Quindi è un aiuto di Stato, un contributo a fondo perduto ad un'azienda cotta e stracotta, che non vale un centesimo sul mercato. Anzi, se non ci fosse di mezzo la politica, che magari, per cercare di salvare la faccia, sarà disponibile a buttare soldi pubblici ed anche privati (in cambio di qualcos'altro, of course), sarebbe stato difficile anche trovare qualche imprenditore disposto a rilevarla, con tutti i debiti che ha. La soluzione Air France, probabilmente, non era la migliore in assoluto (Air One offrì più soldi e/o garanzie, ma fu scartata anche perchè non gradita a Prodi, che l'aveva già promessa ai francesi: do you remember BNL Paribas?), ma giunti a questo punto, era forse l'unica per sbarazzarci di quel carrozzone che ci ostiniamo a chiamare "compagnia di bandiera".
Infine, ma non meno importante, c'è il toto-Ministri. Le indiscrezioni sono imbarazzanti. Si parla di un posticino per i fedelissimi Bondi e Bonaiuti, si fanno i nomi di Bossi, di Elio Vito, per non parlare di Maurizio Lupi, Comunione e Liberazione, teocon, alla Sanità.... E poi Mara Carfagna (forse la meno peggio), Alemanno (se perde domenica a Roma), addirittura Rotondi e la Mussolini. Oltre agli arcinoti Tremonti, La Russa, Frattini, Calderoli, Castelli (in ribasso), Prestigiacomo.
Esclusi questi ultimi, si tratta di scelte al ribasso. Un governo con questi numeri e con una così chiara investitura popolare può permettersi anche di rischiare qualcosa. Mi riferisco, ovviamente, alla qualità dei ministri. In posti chiave come la Sanità, l'Istruzione, il Welfare, la Giustizia, gli Esteri e la Difesa, non sarebbe male prevedere l'ingresso di figure extra-partitiche, leader del loro settore. Ad esempio, si era parlato di Pietro Ichino al Welfare, di Umberto Veronesi alla Sanità, di un magistrato o di un avvocato alla Giustizia, di un/una giovane laureato/a all'Istruzione. All'Estero, accade spesso che alcuni posti siano assegnati ad esponenti dell'altra parte poltiica. Soprattutto se poco ideologizzati come Ichino e Veronesi.
Ma soprattutto, appare sconcertante e demotivante la frase attribuita a Berlusconi, che avrebbe "paura di non farcela a rispettare il limite di 12 ministri con portafoglio e 60 componenti la squadra governativa". Nella speranza che si tratti dell'ennesima bolla giornalistica (quando si parla di Berlusconi bisogna andarci coi piedi di piombo...), non posso esimermi dallo stigmatizzare fortemente tale impostazione.
La legge prevede 12 ministri con portafoglio (come se, poi, i ministri "senza" lavorassero gratis e senza strutture...) e 60 componenti massimo? Berlusconi faccia 10 ministeri, ma in totale, con massimo 50 componenti. Una sfida ai politici di professione, ai poltronari, ed agli "annunciatori di riforme". Dimostri, il leader del PDL, di avere veramente a cuore il suo slogan "meno tasse, meno spesa pubblica, meno Stato = più benessere, più libertà". Cominci lui a dare il buon esempio. Stavolta ne ha la possibilità, senza alibi.
Update
Grazie alla segnalazione dell'amico Fedele nei commenti, ho corretto una mia affermazione sulle offerte di Air France ed Air One su Alitalia, specificando come nella scelta, a mio parere, del vettore francese, fosse entrata anche una preferenza personale di Prodi.
In ogni caso, non sono pochi gli analisti e gli esperti che hanno sottolineato l'eccesso di fretta nello scartare la proposta Air One, giudicandola peggiore. Alcuni, come Corrado Passera, sostengono il contrario. Per fugare qualunque dubbio sulla mia correttezza nel riportare le notizie, ecco le due offerte economiche a confronto.
Il futuro dei liberali è nel PDL?
Forse parlarne in queste ore, caratterizzate da un comportamento poco liberale (per non dire altro) dell'uscente Governo Prodi e dell'entrante Governo Berlusconi sul caso Alitalia, suona un tantino fuori tema.
I liberali italiani sono meno di quelli che si potrebbe pensare sulla blogosfera e su internet, ma più di quanti credono i nostri politici. Un numero che, stando a qualche studio-pseudo-sondaggio di un anno e mezzo fa, potrebbe garantire un 10% dei suffragi ad un partito liberale e liberista tout-court, in un sistema totalmente proporzionale.
Fuori dalle elucubrazioni fantanumeriche, resta la consapevolezza che alla prova dei fatti, anche le forze politiche più vicine al liberalismo falliscono l'obiettivo. Chi più, chi meno, ovviamente.
E qui sta l'inghippo: quale dovrà essere la collocazione dei liberali nel sistema politico italiano? Uno dei risultati chiari, direi limpidi, emersi dal voto di dieci giorni fa è la voglia di bipartitismo. Di sistema anglosassone, verrebbe da dire. Tornare indietro ad un proporzionalismo che favorisce l'identità, ma penalizza la governabilità e riporta a galla tutti i problemi di coesione delle coalizioni, non avrebbe, perciò, alcun senso.
Nel quadro "quasi-bipartitico", si può scegliere di stare fuori dai giochi, con l'utopica speranza di creare un terzo polo liberale più forte degli altri due (popolare-conservatore contro social-democratico). Una scelta che condannerebbe i liberali a non avere mai rappresentanza effettiva. Oppure si può optare per lo sporcarsi le mani, lottando dentro uno dei due contenitori per attuare le proprie politiche, garantendosi rappresentanza adeguata.
Mi pare superfluo sottolineare che la seconda scelta sarebbe la più indicata. Ed è altrettanto ovvio pensare che la "casa" prescelta è quella del Popolo della Libertà.
Il secondo inghippo, però, nasce adesso. Cosa è, o meglio, cosa sarà, effettivamente, il PDL? Per ora è un partito in fieri, un'idea più che una realtà, che dovrà essere tradotta in un progetto concreto quanto prima. Le ultime indiscrezioni parlano di un calendario di incontri, congressi e primarie, per arrivare entro dodici mesi alla forma partito.
Un cammino che dovrà essere obbligatoriamente rispettato, senza tentazioni di ricreare varie AN, Forzitalie, DCA, Nuovi PSI, in vista delle Elezioni Europee del 2009. Chi come me ha vissuto da vicino l'agonia organizzativa del movimento azzurro, mai trasformatosi realmente in un partito strutturato per i continui rinvii, ha ragione di temere.
Un'accelerazione in tal senso dovrebbe darla lo stesso Berlusconi, che non può essre logorato dall'esistenza in vita di partiti diversi nel suo Governo (tranne la Lega, ovviamente). E lasciare campo libero al PD, senza reagire e senza cercare il sorpasso anche sul terreno della partecipazione degli iscritti e dei simpatizzanti, sarebbe un grave errore.
Dentro il PDL ci sono anche i Riformatori Liberali di Benedetto Della Vedova, Peppino Calderisi, Marco Taradash, Carmelo Palma, Mauro Mellini, etc. Un'associazione politica, non un partito, ma un gruppo di liberali che dovrebbe fungere da catalizzatore ed organizzatore della pattuglia liberale in Parlamento e soprattutto all'interno del PDL-partito. I congressi che verranno dovranno vedere ai nastri di partenza una vera corrente liberale, in grado di contrasi e di contare nelle strategie e nelle scelte del partito, con coordinatori comunali, provinciali e regionali se sarà possibile e diversi membri nei direttivi e negli uffici politici.
Una "colonizzazione" liberale del PDL, insomma, senza illusioni di egemonia, ma con la volontà di crescere e di emergere dalle nebbie passate ed attuali.
Movimenti ed associazioni come Neolib, Decidere.net, ed in parte minore i Circoli della Libertà e del Buongoverno, potrebbero svolgere un ruolo importante in tal senso. Qualcosa già si muove. Da qui mi permetto di lanciare un doveroso appello a chi si ritiene liberale affinchè si lavori tutti insieme per raggiungere l'obiettivo.
Se poi nulla dovesse muoversi, resterebbe in piedi l'ipotesi terzista (col PLI?), ma solo per le Europee. Non credo nei sistemi multipolari, ma se il PDL rimarrà ectoplasma, in qualche modo bisognerà reagire.
La palla di vetro
Facciamo un gioco. Immaginiamo di essere già arrivati al mese di Ottobre 2008. Per conoscere il futuro, ovviamente, utilizzeremo la palla di vetro.
Lo strumento, ecco, ci consente di vedere cosa accade in Italia. Vedo.... gente, tanta gente in piazza. Striscioni. Mi sembrano rossi. Ci sono diverse scritte. Non riesco a leggere bene, ma mi pare che ci sia scritta qualcosa come "macelleria sociale", "no ai tagli di Berlusconi", "Berlusconi boia". Ora riesco a vedere meglio. Ah, ecco, Cgil, Cisl e Uil, Cobas, qualche falce e martello, Che Guevara, qualche tricolore PD, perfino qualche scudocrociato....
Guardo meglio... era un servizio in tv. Termina il tg. Inizia Ballarò. O forse è Annozero. No, no, vedo la Guzzanti. E poi la Dandini. Crozza. Vergassola, La Gialappa's. Neri Marcorè. Paola Cortellesi.
Ascolto (è una palla di vetro con l'audio....)
Si ride e di brutto!!! Ah, il Ponte sullo Stretto!!! Ah ah ah, le leggi ad personam! Ah ah ah ah, il conflitto di interessi. Eh, si ride di brutto!!! Calderoli!! Gasparri!!! Che ridere!!! Mc Cain, il guerrafondaio, che risate!!!!
Ma ora basta ridere, che mi fa male la pancia. Vedo D'Alema e Fassino, li sento parlare di giustizia sociale. Stanno dicendo che abbassando le tasse si distrugge lo stato sociale e si favoriscono i ricchi. Poi arriva Diliberto. Si stringono le mani, pacche sulle spalle. Sorrisi. Parlano di inquinamento. Dicono che non si possono costruire i termovalorizzatori proprio lì, e che diamine, che li facciano da qualche altra parte, no? Il pianeta muore e questi politici di destra pensano a qualche busta di spazzatura in più. Ma non vedono che il clima cambia repentinamente?
Che poi, cosa volevano fare con quel tavolo sulle riforme? Fascisti che non sono altri. Se non fosse stato per Veltroni (così dice Diliberto), non avrebbero avuto i numeri in Parlamento per farsi la riforma da soli. E ora? Tutti in piazza, no? Non vedete che c'è l'attentato alla Costituzione?
Il lavoro e le speranze
Che Berlusconi e la sua parte politica non abbiano più scuse, lo avevamo già preventivato.
Per Silvio è l'ultima spiaggia, per dimostrare di essere veramente un leader politico moderno, liberale e libero dai condizionamenti. Questa legislatura parte coi numeri e con la coesione che mai nessuna maggioranza aveva potuto avere prima d'ora.
Sprecarla sarebbe un peccato, oltre che una delusione totale.
Non c'è più l'UDC, il partito democristiano nel senso peggiore del termine, legato a doppia mandata al clientelismo ed alle gerarchie ecclesiastiche. Due aspetti che ne fanno un partito assistenzialista e conservatore (non nel senso politico, ma in quello letterale, di opposizione ai cambiamenti).
Non c'è più la destra sociale (perlomeno in parte), che rappresenta un residuo del passato e non ha affrontato il mondo contemporaneo con lo spirito giusto, continuando a guardare indietro. Anche la destra sociale è un promotore della conservazione.
C'è il PDL, in cui in misura minima ci sono ancora la DC per le autonomie ed Azione sociale della Mussolini (4 deputati e 2 senatori in tutto), e c'è la Lega Nord (oltre a pochi parlamentari dell'MPA). La forza rivoluzionaria liberale della versione '94-'01 di Forza Italia non c'è più, ma alcuni input base possono essere sfruttati, anche su iniziativa di think-thank, associazioni, stampa liberale.
Le necessità imminenti ed impellenti sono due: il taglio dell'imposizione fiscale e tributaria, ed il contemporaneo taglio della spesa pubblica. Con queste due "stelle polari" dell'azione di governo si potrà ridurre il debito pubblico e contemporaneamente ridare fiato al mondo produttivo e imprenditoriale, fiaccato dal clima respirato negli ultimi due anni.
In questo solco, sarebbe fondamentale vedere finalmente approvate anche alcune liberalizzazioni, nei settori della scuola, delle professioni e delle utilities locali. Senza dimenticare la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, la riforma della giustizia, l'abolizione delle tasse inutili, come il bollo auto (più altri bolli, aggiungo io), il canone Rai, quasi tutte le accise sui carburanti.
Non si sta chiedendo troppo a questo governo. I numeri ci sono. Ora sta a Berlusconi dimostrare quanto vale, veramente.
Le prime dichiarazioni sembrerebbero incoraggianti, in tal senso. La volontà di mettersi al lavoro quanto prima, di approvare diversi disegni di legge già nel primo Consiglio dei Ministri, poi nei 100 giorni, poi nel primo semestre, è un ottimo segnale.
Staremo a vedere. Con speranza, senza illusioni, con spirito critico.
p.s. Nella speranza rientra anche quella di vedere un'opposizione seria. Il PD ha annunciato che avrebbe collaborato alle riforme. Inoltre, ha sottoscritto un programma non troppo ideologizzato, rispetto alle stagioni precedenti. Vedremo anche qui se l'azione politica, dagli scranni della minoranza, seguirà coerentemente il programma presentato agli elettori. Me lo auguro, ma ne dubito....