Come di consueto, mi cimento nell'ardua impresa di tentare il pronostico sull'esito delle elezioni.
Fino ad oggi, non ho mai azzeccato granchè, se non il successo di Prodi nel 2006 e quello di Berlusconi nel 2008, ma con percentuali assolutamente lontane dalla realtà.
Prima di esprimere il pronostico "numerico", vorrei però esternare una sensazione.
L'affluenza, a quanto pare emergere anche dai primi dati, sarà molto bassa. Credo nno al di sopra di uno scarno 55%.
In queste condizioni, a mio parere, saranno avvantaggiate le forze minori. La delusione monta soprattutto in casa PD, ma anche nel PDL, sebbene non emerga pienamente da sondaggi e rilevazioni statistiche, esiste una larga fetta di elettorato scontento.
E credo che il voto europeo, a metà strada tra un sondaggio d'opinione e un vano esercizio stilistico, potrebbe riservare sorprese.
Il mio pronostico, insomma, tiene conto delle valutazioni suddette e va un pò in controtendenza rispetto ai sondaggi pubblicati, ufficialmente o di straforo, nelle ultime settimane.
PDL: 37%
Lega Nord: 11%
Autonomia: 3,5%
UDC: 6%
PD: 25%
IDV: 8%
Lista Comunista: 3%
Sinistra e Libertà: 3%
Radicali: 2,5%
Altri: 1%
Di contraddizioni è pieno il mondo.
Vero. Ma sarebbe troppo semplice liquidarle così. Soprattutto quelle che hanno a che fare con la politica.
Chi ha la responsabilità di prendere decisioni che avranno effetti su tutti gli altri cittadini, infatti, non dovrebbe lasciarsi sopraffare dalla voglia di carpirne il consenso immediato, “di pancia”, in vista di un ritorno elettorale, da cui dipende il futuro personale del politico. Dovrebbe, invece, dotarsi degli strumenti, materiali e umani, per analizzare i fatti, capirne le origini, trovare le soluzioni in linea con gli obiettivi. Anche laddove fossero impopolari o indigeste.
In politica, invece, pare che questo non accada mai.
Faccio un esempio concreto di questo classico comportamento dei governanti di tutte le “parrocchie”.
È ormai assodata la necessità di riformare il sistema della spesa pubblica, fuori controllo, elefantiaca, bulimica. Un sistema che porterebbe i conti dello Stato italiano al collasso se perpetuato ancora a lungo.
Per non incidere sui cosiddetti servizi sociali di base, sulla cui necessità non mi esprimo in questo contesto, si sono puntati giustamente i fari sulla “macchina amministrativa”.
Per farla breve, si sta discutendo di ridurre di numero e componenti le assemblee elettive, gli enti pubblici, gli organismi statali e parastatali. Operazione sacrosanta, peraltro.
Perno di tutta l’operazione, la riforma degli enti locali. Cancellazione delle Province, accorpamento dei Comuni più piccoli, rivoluzione con il federalismo fiscale, purchè sia reale e non di facciata.
E qui casca l’asino.
Perché oltre alla schizofrenia del legislatore, che ha creato un mostro di tecnicismi e arzigogoli che di fatto riducono ai minimi termini il principio federale della responsabilità in casa propria, si assiste al consueto assalto alla diligenza di coloro che erano abituati ad attingere a piene mani dal mare magnum degli introiti pubblici.
Insomma, se federalismo fiscale deve essere, non ci si può poi nascondere dietro l’arretratezza del sud, o dietro la crisi di alcuni territori “speciali”.
Se il federalismo fiscale rappresenta un’opportunità per tutti, non si possono chiedere, contemporaneamente e impunemente, più fondi statali alla Sardegna, ad esempio, oppure la conferma delle Regioni a Statuto speciale.
Non si può parlare continuamente di autonomia, quando non di indipendenza, e poi, magari nella stessa frase, chiedere che lo Stato italiano finanzi i lavori di qua, l’ospedale di là, i viaggi aerei su, le bonifiche giù.
Queste richieste, si badi bene, arrivano da tutte, ma proprio tutte, le forze politiche sarde. E penso che la situazione non sia molto differente in altre realtà regionali o locali.
Perché, in fondo, quello a cui assistiamo non è altro che un tentativo di accaparrarsi favori, prebende e ninnoli, da distribuire ai propri conterranei per dimostrare quanto si è bravi e quanto si hanno a cuore le sorti della propria terra.
Sono tutti autonomisti col culo degli altri.
In Italia, a quanto pare, è un malcostume abbastanza diffuso. Decine, centinaia di politici, non si accontentano di partecipare ad una assemblea elettiva, nonostante i tentativi di blocco innestati dalle norme sulle incompatibilità, e vanno avanti con due o più cariche, fino a quando risulta possibile. E spesso, aiutati da cavilli e commi poco chiari, riescono a farla franca per tutta la durata della legislatura.
In Sardegna i casi sono numerosi e ben qualificati.
Si va dal Giorgio Oppi uno e trino – senatore, consigliere regionale e consigliere comunale per l’UDC – al collega sulcitano Paolo Luigi Dessì (Psd’Az) – consigliere regionale, consigliere provinciale e sindaco - fino ai duplici Antonello Cuccureddu (MPA), Pietro Cocco (PD), Francesca Barracciu (PD), consiglieri regionali e sindaci dei rispettivi comuni di residenza.
Non si contano, poi, tutti coloro che sono consiglieri sia in Regione che in Provincia, oppure in Regione e nel proprio Comune, o ancora in Provincia e Comune.
Un comportamento spesso non sanzionato dalla legge, ma deprecabile per una duplice serie di motivi.
Prima di tutto perché il doppio incarico significa anche doppio stipendio (gettone o rimborso che dir si voglia). Un cumulo sostanzialmente ingiusto, perché il lavoro svolto dal politico risulta comunque part-time e limitato, nel tempo e nell’impegno. Ma non si deve dimenticare l’altro aspetto deleterio della vicenda: il mancato ricambio politico e generazionale. Un problema spesso accennato, frettolosamente, quando si parla con e per i “giovani”, e poi riposto altrettanto velocemente nel cassetto.
In tal senso, il mondo liberale si dovrebbe far portatore di una proposta non populista, ma concreta e fattibile. Una legge per vietare gli incarichi multipli, con tempi e procedure certe per le incompatibilità, coniugata ad una norma che imponga il ricambio nei posti di potere.
Le posizioni apicali, se tenute troppo a lungo, si trasformano in feudi, a qualunque latitudine e in qualsiasi assemblea elettiva. Obbligare per legge partiti e soggetti politici a presentare “volti nuovi” rimane l’unico antidoto ancora a disposizione dei cittadini.
Siamo alle solite. Non appena un comportamento "normale", nel senso che rientra nelle abitudini di un particolare contesto, viene rivolto a una persona negra, scatta l'accusa di razzismo.
Mi riferisco, ovviamente, al caso Balotelli. Il giovane attaccante dell'Inter, 18enne, negro e italianissimo, è stato oggetto di fischi e insulti da parte della tifoseria della Juventus, in occasione dello scontro diretto giocato sabato sera a Torino.
Tra il disgustato e lo scandalizzato, i commenti degli opinion makers hanno riportato con grande enfasi e soddisfazione le parole del presidente nerazzurro, Massimo "El Che" Moratti: "E' una vergogna! Se fossi stato allo Stadio, avrei ritirato la squadra".
Ma cosa è successo, effettivamente, all'Olimpico di Torino? Cosa è accaduto di tanto eclatante?
In realtà, nulla. Chi ha visto la partita in tv ha assistito, inizialmente, a una grande ostilità nei confronti di Zlatan Ibrahimovic, ex bianconero giudicato evidentemente un traditore. Col passare dei minuti, invece, il mirino degli insulti è stato puntato verso Mario Balotelli.
Per quale motivo? E' molto sempice: il 18enne palermitano ha prima mollato due calci a palla lontana a Legrottaglie, poi ha tenuto un atteggiamento irritante verso arbitro e avversari. Insomma, detto senza infingimenti, Balotelli è un provocatore e un giocatore scorretto.
Ovvia, nella logica del gioco delle parti istituzionalizzato che è il mondo del calcio, la reazione della tifoseria juventina. La quale, da quello che nitidamente si è potuto udire in tv, ha apostrofato la punta interista con la frase "pezzo di merda". Un insulto, certo, ma non razzista.
Perchè cavalcare, quindi, l'accusa di razzismo? Semplicemente perchè fa più notizia. E giornali e tv, per catturare l'attenzione, devono spararle grosse.
Rimane però il senso di fastidio per un atteggiamento che di fatto sminuisce il vero razzismo, mescolando nel medesimo calderone episodi completamente differenti.
Un'ultima annotazione sulla "neolingua orwelliana" che purtroppo continua, inesorabile, a distruggere vocaboli (e quindi i concetti ad essi legati), per "correggerli", "aggiustarli", politicamente.
Il termine "negro", ad esempio, indica una persona di determinate fattezze e caratteristiche: pelle nera, origine africana, eccetera.
Il concetto è chiaro e non esprime alcun giudizio di merito. Ergo, non è discriminatorio.
Ma la neolingua non concede attenuanti: "negro" è dispregiativo, quindi razzista.
Si dice "nero", poi trasformato in "di colore". Termini senza significato, che infatti confondono le idee, impedendo di distinguere, ad esempio, tra un negro ed un mulatto.
Così, sono tutti "di colore". Basta non specificare quale.
Tra i miti italici più resistenti nel tempo, ecco ricomparire a cadenze più o meno regolari il mantra sulla perdita del potere d'acquisto dei salari.
Si tratta di una credenza talmente radicata, pari soltanto a quella del raddoppio dei prezzi con l'avvento dell'euro, che il solo tentativo di aprire una discussione sul tema risulta indigesto all'opinione pubblica ed al "cittadino medio".
A cavalcarla, per motivi politici, elettorali o di tifoseria, sono i partiti ed i sindacati, coadiuvati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, i quali, per pigrizia o ideologia, non si sono (quasi) mai presi la briga di controllare i numeri.
E le cifre, si sa, nella loro cruda ruvidezza, rappresentano meglio di qualunque parola la realtà. Non si prestano a infingimenti, nè a bluff di ogni genere.
Eccoli, quindi, un pò di numeri.
A fornirceli, ancora una volta, è il centro studi della CGIA di Mestre, tra i più autorevoli e liberi da condizionamenti operanti in Italia.
Riporto per intero la nota di agenzia che riassume i dati: (fonte AGI)
SALARI: CGIA, IN 10 ANNI NON HANNO PERSO POTERE D'ACQUISTO
(AGI) - Roma, 15 apr. - Nel decennio 1997-2008, i redditi da lavoro dipendente non hanno perso potere d'acquisto. Lo rileva uno studio della Cgia di Mestre che considera "sia gli aumenti contrattuali stipulati in quell'arco temporale sia le novita' fiscali. In presenza di famigliari a carico si e' avuto addirittura un aumento del reddito disponibile". Ad esempio per un reddito di 15.000 euro lordi percepiti nel 1997, diventano 19.791 euro nel 2008 per effetto degli aumenti contrattuali. A seconda del carico familiare gli aumenti netti, tolta l'inflazione e tenendo conto delle novita' fiscali introdotte, si traducono in 484 euro in piu' se single, 415 euro in piu' con solo il coniuge a carico, 810 euro con un figlio a carico, 1.150 con 2 figli a carico. Solo tra i 70.000 e i 100.000 euro lordi del 1997, si registrano, 10 anni dopo, riduzioni dei reddito che vanno dai 45 ai 330 euro. Infine, la Cgia di Mestre ha voluto verificare se l'incidenza dei redditi da lavoro sulla ricchezza nazionale sia, negli ultimi decenni, diminuita a vantaggio dei profitti. "Anche in questo caso - conclude Giuseppe Bortolussi - non e' andata proprio cosi'. Se e' vero che a partire dagli anni '80 c'e' stata una caduta del reddito da lavoro dipendente sul reddito nazionale passato dal 56,2% al 49% del 2007, la ragione non va ricercata in un corrispondente aumento dei redditi da capitale, sceso leggermente anch'esso, bensi' dall'impennata delle imposte indirette al netto dei contributi la cui incidenza e' passata dal 6,4% del 1980 al 16,5% del 2007". (AGI) Red/Ant
Chiunque, se non offuscato dalle copiose leggende metropolitane sull'argomento, può capire che i redditi da lavoro dipendente (a cui si riferisce lo studio) sono aumentati, sia nel valore nominale che in quello reale. Ed a crescere di più sono state le buste paga dei lavoratori a reddito basso e medio.
E gli autonomi? Il loro reddito non è andato di pari passo con questi aumenti. E la colpa, manco a dirlo, è dell'imposizione fiscale.
Insomma, l'esatto opposto di quanto sindacati e politici, per motivi facilmente immaginabili, ci (vi) hanno fatto credere per almeno un decennio.
I big della burocrazia mondiale lo hanno annunciato trionfali: aboliremo i paradisi fiscali!
Una notizia accolta con soddisfazione dagli statalisti di tutto il pianeta, pronti ad accaparrarsi una quota di reddito altrimenti destinata a rimanere nelle tasche dei legittimi proprietari.
Ma cosa è un paradiso fiscale? A considerare dall'etimologia del termine, si tratta certamente di un luogo dai connotati estremamente positivi. E infatti lo è. I paradisi fiscali sono degli Stati, solitamente molto piccoli, che vivono grazie ai capitali che vi affluiscono in virtù di un sistema fiscale assolutamente vantaggioso, rispetto alla media. A fronte di pressioni fiscali oscillanti tra il 20 ed il 50%, infatti, in questi piccoli Eden le aliquote spesso non superano il 10%, risultando vincenti nella competizione internazionale.
E' ovvio che, vista la distanza che li separa, ad esempio, dai Paesi europei (tra i più esosi dal punto di vista tributario), sono abbordabili soltanto per coloro che hanno un'effettiva convenienza a spostare la residenza fiscale, con annessi costi e trasferimenti. Insomma, i paradisi fiscali attraggono principalmente i miliardari.
E questo non costituisce affatto reato. Non c'è scritto da nessuna parte che un'azienda o una persona fisica debba essere costretta ad avere la residenza in un Paese piuttosto che in un altro.
Ma l'aspetto che viene taciuto negli organi di informazione e nella stragrande maggioranza dei luoghi di discussione, è la necessità dell'esistenza dei paradisi fiscali. I quali dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che aliquote basse attraggono capitali ed investitori. E che nessuno è felice di pagare tasse ed imposte, soprattutto quando sono, appunto, "imposte".
Tali splendide realtà, inoltre, spingono gli altri Paesi (o meglio, lo hanno fatto finora), a limitare le loro pretese, per evitare di incappare nella fuga dei capitali all'Estero. La concorrenza, si sa, rende il sistema più efficiente.
Il principio, però, sembra non piacere ai politici delle superpotenze mondiali. I quali, per accontentare gli invidiosi e gli egualitaristi, hanno deciso di incentivare, magari per legge, gli "Inferni fiscali".
Eccomi.
Ritorno al vecchio amore, il blog, al termine di un periodo foriero di grosse novità personali.
Non lavoro più a Canale 40, nè alla ASL. Ora sono l'addetto stampa della Presidenza del Consiglio Regionale della Sardegna.
Una posizione comoda, per il livello professionale ed economico indubbiamente invidiabile. Ed al tempo stesso scomoda, per quanto concerne l'esposizione mediatico-politica che ne deriva.
Tutto ciò, comunque, non limiterà la mia passione per la scrittura, nè la volontà di mettere nero su bianco il mio pensiero, anche qualora dovesse risultare in contrasto con il mio nuovo "datore di lavoro".
E magari riuscirò anche ad essere un pò più assiduo e puntuale nell'aggiornamento di uno strumento che continuo a ritenere fondamentale per la diffusione delle idee.
Ultimamente ho criticato parecchio il Governo Berlusconi.
E' ormai palese che lo reputi poco liberale e molto socialdemocratico, negli atteggiamenti, nelle invettive, nei discorsi dei principali Ministri.
Ma stavolta, relativamente al discorso del "Piano Casa", devo fare ammenda.
Lo sblocco, la liberalizzazione potremmo chiamarla, del mercato dell'edilizia abitativa, rappresenta un bel passo avanti per un Paese spesso frenato dalla burocrazia, da divieti anacronistici e da scelte ideologiche.
Non mi pronuncio sulle nuove case popolari, alle quali in linea di principio resto contrario, in quanto costruite per "presunti poveri", a spese dei "presunti benestanti". Attendo che si rendano note le procedure effettive, prima di esprimermi in maniera definitiva. Ma già il fatto che tali abitazioni si possano riscattare, diventando di proprietà di chi le abita, deve essere valutato positivamente.
La vera rivoluzione, semplice da applicare e senza costi per i contribuenti, è l'allargamento del campo di libertà dei possessori di case. Chi vorrà, potrà così udufruire di un 20% di aumento della cubatura della propria abitazione. Non sarà più necessario, insomma, chiedere permessi, fare la trafila dai dirigenti comunali, perdere tempo e denaro tra ASL, enti ed uffici vari, per costruire un secondo bagno, o creare un pergolato nel terrazzo, o soppalcare il soffitto.
Tutte azioni che, in realtà, dovrebbero essere assolutamente affidate alla libera iniziativa dei proprietari, non alla frenesia regolatrice degli "illuminati" politici di turno.
Qui sta il passo avanti, in termini di cultura e di approccio al problema. L'ampliamento della sfera della scelta individuale a discapito della programmazione pubblica è sempre una bella notizia.
Se poi a questo aggiungiamo il sicuro impatto positivo sull'economia reale, dovuto alla crescita di valore delle proprietà private dei cittadini, il quadro non può che essere considerato positivamente.
Dialogo avviato tra maggioranza ed opposizione sul reddito ai disoccupati.
Il nuovo leader del PD Dario Franceschini è andato dal premier Silvio
Berlusconi e gli ha chiesto di approvare insieme una legge per l'ampliamento
degli ammortizzatori sociali.
Questa la risposta del capo del Governo italiano: "Ma per questo non abbiamo
già le Scuole, le ASL, le Province, le Municipalizzate, i Consorzi Industriali, i Consorzi di Bonifica....?"
Interrompo il silenzio (non voluto) sul blog per segnalare tre notizie interessanti.
1) Come riportato da tutti gli organi di informazione, il 60% dei reati in Italia viene commesso da cittadini italiani. Cioè la maggioranza assoluta, 6 su 10. Però 4 reati su 10 sono commessi da stranieri. E siccome in Italia gli stranieri sono meno del 10%, significa che delinquono almeno 4 volte tanto.
In sintesi: sbaglia chi crede che quasi tutti i reati siano commessi da extracomunitari o comunque stranieri.
Ma sbaglia anche chi crede che gli stranieri che vengono in Italia lo facciano solo per lavorare. Purtroppo, i dati confermano che troppi di loro finiscono nelle maglie della criminalità, con tassi superiori di almeno 4 volte rispetto a quanto accade tra gli italiani.
2) Circa dieci giorni fa, un emendamento del PD, votato poi all'unanimità, introdusse il rimborso elettorale per i partiti che alle Europee avessero preso almeno il 2% dei voti, pur senza alcun eletto.
Oggi, Giorgio Stracquadanio, parlamentare liberale del PDL, ne ha presentato un altro che abroga questa norma sprecasoldideicontribuenti. E per fortuna il PDL lo ha seguito, approvandolo. Per la cronaca, il PD si è astenuto. L'UDC ha votato contro.
3) Alessandro Baricco, esponente della cultura di sinistra, ha scritto un articolo a dir poco esemplare su La Repubblica, sui tagli al finanziamento pubblico al teatro ed in generale ai "luoghi della cultura". Da leggere assolutamente, qui.